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  • 02/04/2022   Aprile

    QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

     

    LO RICONOBBERO
    La fede e l’annuncio

    Non dobbiamo mai dimenticare che la
    fede è dono e mai capacità, attitudine,
    prestazione, sforzo, impegno.
    La fede ci inquieta perché rientra nella
    categoria della gratuità, del dono. Ci
    piacerebbe conquistare la fede, comprare la fede, meritare la fede. Invece
    essa giunge come dono gratuito slegata
    da tutte quelle logiche mondane che
    ricamiamo intorno a essa.
    Noi adulti abbiamo paura della fede
    perché le cose, per gestirle, abbiamo
    bisogno di prevenirle, di immaginarle.
    I discepoli di Emmaus riconoscono Cristo «nello spezzare il pane». Spezzare è
    un verbo divisivo, distruttivo. Per rivelarsi a noi Cristo deve “spezzare” frantumare ciò che c’è, aprire una crepa lì
    dove tutto è sano e chiuso. Il pane non
    lo si mangia se non spezzandolo.
    Cristo trasforma questa distruzione in rivelazione. Egli riempie di un fine ciò che per
    noi è solo la fine.
    Mi piace pensare che «lo riconobbero nello spezzare il pane», perché comprendono
    che quello che sta accadendo davanti ai loro occhi li riguarda, riguarda ciò che è accaduto loro. In fondo, se l’Eucarestia che celebriamo non risveglia in noi la consapevolezza che quel rito non è un gesto esterno, ma esattamente il cuore stesso di ciascuno di noi, allora Gesù è ancora un’informazione, ma non un cibo che sazia.
    E se scompare dalla loro vista non è perché hanno perso la fede, ma esattamente
    perché l'hanno appena ricevuta. È chi non ha fede che ha bisogno di vedere. Ma chi
    ha fede non ha bisogno di vedere perché sa, conosce, ha ricevuto quella porzione di
    certezza che nutre, prima ancora di rassicurare.
    «Io sono il pane della vita chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete mai».
    E qui sono racchiuse due cose fondamentali:
    la prima è che il rapporto con Cristo non produce cambiamenti in termini di fortuna,
    come tante volte paganamente pensiamo, il rapporto con Cristo produce dentro di noi
    unità e una pace che sono il presupposto di ogni vera vittoria, di ogni vero, sostanziale
    e non effimero successo.
    La seconda cosa è che questo discorso di Gesù non è solo simbolico. Egli sta parlando
    anche di un pane concreto che è l'Eucarestia. Ancora troppo spesso decidiamo digiuni
    eucaristici pensando di rendere onore a Dio e ai nostri “peccati”, condannandoci così a
    non capire e a non usufruire per niente del cristianesimo.
    Dobbiamo avere il coraggio di frequentare l’Eucarestia senza sosta, senza salti, senza
    pause, e proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di fare fuori tutto ciò che ci
    tiene lontani da essa, senza aspettare, senza ripensamenti, senza lunghe diagnosi che
    ci portano alla morte e non alla vita.
    Qualcuno ci ha insegnato che il progresso vero sia andare avanti.
    Tornare indietro sembra il premio degli sconfitti. Non funziona così nel Vangelo.
    Se la mia esperienza di fede non investe innanzitutto il mio passato allora è solo una
    fuga e un nascondimento da ciò che eravamo e da ciò che ci è capitato. Se l'onda del
    Risorto non ci fa tornare indietro sui nostri passi, allora Cristo è solo un alibi, non una
    salvezza.
    Ma cosa significa tornare indietro? Fondamentalmente perdonare.
    Ma perdonare cosa? La nostra storia passata.
    E perdonare non significa aggiustare o risolvere, ma non lasciare più che tutto ciò che è
    stato produca in noi morte e tristezza, rancore e rabbia, rassegnazione e depressione.
    Perdonare è imparare a soffrire senza che quella sofferenza marcisca in noi.
    C'è una benedizione che può sgorgare dalle nostre labbra anche quando soffriamo per
    qualcosa.
    La benedizione è imparare a vedere tutte quelle tracce di bene nascoste nella nostra
    cronaca.
    Chi ha incontrato il Risorto deve imparare a volersi bene. E volersi bene è dire la verità
    su se stessi senza paura, e con tenerezza infinita.
    Non c’è più notte che tenga quando s'incontra il Risorto.

  • 26/03/2022   Marzo

    QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

     

    RESTA CON NOI
    La nostalgia di una locanda

    Quando «quello straniero fece come per proseguire lasciandoli lì…» era nata in loro la nostalgia.
    Quella sana! Cristo aveva intercettato in loro
    questa mancanza. Cristo risveglia nel cuore
    dell’uomo esattamente il dolore di questa mancanza per spingerlo ad andare al fondo delle
    questioni.
    La nostalgia non è malinconia. La nostalgia è la
    felicità in forma di mancanza.
    L’ acqua in forma di sete. Il pane in forma di
    fame.
    La nostalgia è il vuoto lasciato da una pienezza,
    o per lo meno lo spazio vuoto che attende una
    pienezza.
    La nostalgia è attesa di pienezza dentro di noi.
    «Egli entrò per rimanere con loro».
    L’infinito del verbo amare è restare, è esserci nonostante tutto! Amare è restare
    sotto la croce di chi ami, bevendo fino in fondo l’amaro calice dell’impotenza. Il
    dolore più grande è non poter fare nulla davanti alla sofferenza di chi ami. Ma l’amore vero è restare lì nonostante l’impotenza. L’amore è Maria e Giovanni sotto la
    croce. L’amore è Cristo che muore comunque pur potendo evitarlo.
    Si ama quando si resta anche nelle situazioni in cui non conviene più restare.
    Cristo sceglie posti apparentemente fuori i recinti del sacro per dire a ciascuno di noi
    che non è possibile chiudere Dio in un recinto. Che Egli è Dio proprio quando opera
    fuori dai confini. Che Egli è il Dio e non l’addomesticata divinità pagana manovrabile
    con preghiere e incensi.
    Il Sacro che Cristo è venuto a mettere in crisi è quel Sacro che vuole rassicurarci che
    Dio è solo lì. Dio è anche li, ma non può essere solo lì. Ogni frammento di storia,
    ogni angolo di spazio potenzialmente è un luogo dove Cristo può manifestarsi. E
    solo occhi allenati alla bellezza possono riconoscere la Bellezza ovunque essa sia.
    Solo chi è immerso nella bellezza del Sacro, nella profonda bellezza della liturgia
    può permettersi di riconoscere Cristo che spezza il pane nella locanda di Emmaus.
    La Chiesa è locanda, non abitazione definitiva. Quella per noi cristiani è il cielo. Noi
    che siamo delusi perchè nelle nostre comunità non troviamo santi ma uomini, dimenticandoci che i santi sono uomini innanzitutto, con i loro pregi e i loro difetti, con
    l’unica differenza che essi hanno fatto l'esperienza della misericordia di Dio. Questo,
    forse, manca alla Chiesa, non un manipolo di persone che non sbagliano mai, ma
    l’esperienza sincera di persone raggiunte dalla misericordia. È la misericordia che fa
    la Chiesa e non la nostra coerenza, per quanto essa comunque conti in termini umani
    di credibilità e testimonianza.
    Finché avremo in mente una Chiesa fatta di “perfetti” rimarremo costantemente
    delusi dalla Chiesa, perché in realtà siamo costantemente delusi da noi stessi. Noi
    che non riusciamo a colmare la distanza che c’è tra quello che siamo e quello che
    pensiamo o vorremmo essere.
    La Chiesa è fatta di uomini, e gli uomini sono anche le loro cadute, le loro fragilità,
    le loro incoerenze, ma sono raggiunti dalla misericordia di Dio. E l'esperienza della
    misericordia non è la cancellazione della nostra umanità ma l’intima certezza che per
    quanto possiamo cadere noi siamo fatti per stare in piedi. Che per quanto possiamo
    sbagliare noi siamo fatti per cose giuste.
    Per questo la Chiesa non è mai semplicemente uno spazio, è innanzitutto qualcuno.
    La Chiesa è il popolo di Dio. Questa locanda incastonata nel bel mezzo della storia è
    spazio fatto di persone. È gesto prima ancora che contenuto. E’ volto prima ancora
    che parola. E’ esserci prima ancora che dare. E’ corpo!
    Ma questa locanda è innanzitutto quel luogo in cui l'Eucarestia accade alla sua tavola.
    Non basta essere insieme per dire di essere Chiesa. Non basta il culto delle sagre a
    renderci comunità. Non basta sederci l'uno accanto all’altro per dire anche di aver
    incontrato Cristo.
    L’esperienza della Chiesa è l'esperienza di quel luogo dove accade l’Eucarestia; dove quello straniero si fa riconoscere proprio «nello spezzare il pane». Senza Eucarestia la locanda diventa solo intrattenimento.
    La Chiesa è fare incontrare la nostalgia dell’uomo con il fuoco del Vangelo. È lì che
    nasce l'Eucarestia: tra il nostro «Resta con noi» e «Lui che si ferma sul serio».

  • 19/03/2022   Marzo

    TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

     

    STOLTI E LENTI DI CUORE
    Il senso della scrittura o l’esperienza del senso

    È Lui l’unico accesso vero a quelle parole. Tutto parla
    di Lui e in vista di Lui.
    Questo è ciò che non riusciamo a capire nel nostro
    approccio alla Bibbia. Si possono leggere quelle pagine solo se accompagnati da una relazione con Lui,
    fosse anche solo in forma di inquietudine.
    Il problema fondamentale è avere la capacità di
    accorgerci che non ci troviamo, davanti a una serie
    di informazioni, ma davanti a una profezia. La profezia non è predire il futuro, ma guardare il futuro
    che è dentro il presente. Cioè la profezia non ci racconta gli avvenimenti, ma quel significato degli avvenimenti che è più grande degli avvenimenti stessi.
    La profezia parla dei campi di grano quando davanti
    ne ha solo un chicco. Quei campi sono contenuti già
    in quel chicco in forma di profezia. È un fatto reale,
    non simbolico. In questo senso riguarda il futuro.
    È il dramma dei discepoli di Emmaus, ma è anche il
    dramma di ciascuno di noi. Noi siamo inginocchiati
    davanti alla storia come si è inginocchiati davanti al
    latte versato. Abbiamo la convinzione che ciò che è irreversibile è solo un cadavere da
    seppellire, e non certo qualcosa da capire.
    Basta rimanere fedeli al seme per accorgersi che ciò che definiamo “marcire” in realtà è un germogliare.
    Quella superficialità che Gesù sancisce con «stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti», e esattamente il nodo cruciale dei discepoli di Emmaus, che sono
    davanti agli eventi ma non sanno legarli in maniera profetica. Non sanno mettere in
    relazione tra di loro le cose vissute con se stessi e con il senso profondo di se stessi.
    Vivono ma non ne comprendono il significato.

    Cristo è Colui che lega in maniera profetica gli avvenimenti con il senso delle Scritture.
    La Bibbia è profezia di ogni uomo. Essa parla di te come un campo di grano quando sei
    ancora un chicco che non vuole morire.
    «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
    Quella sofferenza diventa, quindi, un bisogno stesso della gloria.
    Quel fallimento del seme che muore è esigenza stessa della bellezza dei campi di grano che da lì nasceranno. Nessuno di noi può vivere a lungo senza legare in maniera
    profetica la propria vita con il Senso profondo sotteso ad essa.
    Da soli riusciamo a cogliere solo le contraddizioni, le assurdità, il vuoto della vita. Siamo troppo coinvolti per vedere oltre. Abbiamo sempre bisogno di essere letti da qualcun altro.
    Gli amici, in fondo, sono coloro che ti raccontano te stesso, perché solo chi ti ama
    riesce a mostrare la profezia che è in te. E’ Gesù che fa così. Racconta la sua storia, e
    quel racconto illumina la storia dei due discepoli. Cristo è l’unico, Maestro, che non
    si pone come uno che dispensa dottrina, ma come Colui che svela a questi due amici
    che la vera sapienza è saper legare le cose insieme.
    Siamo padroni solo delle nostre esperienze. Di quelle possiamo parlare. Quelle possiamo donare.
    Sette note per Lui non sono sette suoni accostati, ma sinfonia. Non chiede ai discepoli
    di suonare la stessa musica, ma svela loro il potenziale di suonare la loro storia, a partire dalle stesse sette note.

  • 12/03/2022   Marzo

    SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

     

    COL VOLTO TRISTE … STRANIERO
    Il Cristo straniero o l’inquietudine che salva

     Ciò che conta nella vita non lo si vede con gli
    occhi, ma c'è in una parte di noi, nascosta al
    fondo di noi stessi, che è capace di accorgersi di esso: è il cuore. Il cuore è per noi il senso numero zero. Quello che fa da fondamento a tutto. È il cuore che si accorge se sei
    felice o se stai barando. Il cuore non è addomesticabile nemmeno dalla ragione. La ragione può ingannarsi, il cuore raramente
    sbaglia perché conosce la Verità attraverso
    l’attrazione che essa esercita.
    Il cuore che arde è segno che Cristo ci sta
    passando accanto, e anche se non si ha la
    fede per riconoscerlo, il cuore si infuoca
    comunque, tornando a riscaldare e a illuminare la tua vita.
    Per questo non sono mai preoccupato quando qualcuno mi dice di non avere fede. Mi fa
    più paura quando qualcuno mi dice di non
    avere più cuore. Mi fa più paura la sklerokardia (la durezza di cuore). Tutta la storia della
    salvezza è un tornare ad avere un cuore che
    funziona: «Vi darò un cuore nuovo, metterò
    dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da
    voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di
    carne» (EZ 36,26).
    Ma è proprio nel cuore che sperimentiamo che cosa sia l’inquietudine.
    L’inquietudine è la domanda di felicità incandescente che ci portiamo dentro. E
    tutto quello che è incandescente brucia. Ecco perché l’inquietudine fa male. Ma
    guai spegnere l’inquietudine perché spegneremmo la fiaccola della vita stessa, ciò
    che la riscalda, ciò che la conduce.
    Anzi il problema è trovare qualcuno che la riaccenda, qualcuno che ci inquieti nuovamente, cioè che ci tolga letteralmente la quiete. È la quiete delle nostre depressioni
    e delle nostre rassegnazioni. È la quiete di chi vive da morto. «Sono venuto a portare
    il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).
    II
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    Ecco perché Cristo entra nella nostra vita sotto forma di domanda pur essendo Egli
    stesso la risposta.
    La domanda è esigenza di mettersi in cammino, di squarciare la quiete, di ricercare.
    La domanda ci chiede di vivere, di essere vivi.
    Un uomo senza domande è un uomo morto. Una fede senza domande è una fede
    morta. Un amore senza domande è un amore morto.
    Ma la domanda non è il continuo dubbio sulle cose. La domanda è ciò che rende più
    mie le cose

  • 06/03/2022   Marzo

    PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

    CAMMINAVA CON LORO
    Delusi, confusi, contusi … la vera “autenticità”

    Certe esperienze sono inevitabili,
    come inevitabili sono le cadute di un
    bambino che impara a camminare.
    Il nostro problema è che non ragioniamo come i bambini ma come gli
    adulti.
    Per noi le cadute sono tragedie, per i
    bambini sono tentativi.
    Noi costruiamo fiumi di ragionamenti, i bambini non perdono di vista la
    cosa più semplice che è rialzarsi!
    Noi problematizziamo, loro riprovano. Ed è proprio seguendo l'ostinazione dei bambini che possiamo rileggere il percorso fatto domandandoci se
    è solo tutto buio, se è solo tutto fallimento, se è solo tutto sconfitta, se è
    solo tutto perduto. Forse ci farà male
    ammetterlo ma queste esperienze di
    delusione, di dolore, di ritorno non
    solo ci feriscono, ma ci rendono anche e soprattutto autentici.
    Che cos 'è l'autenticità?
    L’autenticità è ciò che rimane di te quando hai perduto tutto!
    È bellissima l'espressione che usa il libro della Sapienza per descrivere ciò: «Li ha saggiati come oro nel crogiuolo» (Sap 3,6). Di fondo, a noi manca la convinzione che dentro siamo oro puro. E che non siamo tutte quelle sovrastrutture sedimentate su di noi
    con il tempo. Noi non siamo le nostre aspettative, le nostre capacità, le nostre idee, i
    nostri calcoli, la nostra bellezza, la nostra volontà di tenere tutto sotto controllo. Non
    siamo nemmeno quello che abbiamo in termini di cose o di persone.
    E quando accade che la vita ti toglie di dosso qualcuna di queste cose, in realtà sta
    scoprendo di te una parte preziosa.
    Si è autentici quando si arriva almeno a intuire che c’è questo vero io sotto tutto quel
    palcoscenico di pensieri, emozioni e scelte che noi chiamiamo vita. Quella parte più
    vera di noi è anche la più delicata e allo stesso tempo la più forte. Delicata perché è
    vulnerabile a ogni cosa, forte perché è li che si gioca la nostra libertà.
    I discepoli di Emmaus sono reduci dalla devastazione di una delusione, di una esperienza di dolore. Sono dei sopravvissuti che pensano di aver solo perso. Ma non sanno
    I
    3
    che ciò che hanno perduto è solo quella sovrastruttura che non permetteva loro di
    incontrare davvero ciò che poteva cambiare loro la vita.

  • 04/03/2022   Marzo

    Messaggio del Papa per la Quaresima 2022

    «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo
    a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione,
    operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a)

    PAPAFRA.jpg

    Cari fratelli e sorelle,
    la Quaresima è tempo favorevole di rinnovamento personale e comunitario che ci conduce
    alla Pasqua di Gesù Cristo morto e risorto. Per il cammino quaresimale del 2022 ci farà
    bene riflettere sull’esortazione di San Paolo ai Galati: «Non stanchiamoci di fare il bene; se
    infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione
    (kairós), operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a).
    1. Semina e mietitura
    In questo brano l’Apostolo evoca l’immagine della semina e della mietitura, tanto cara a
    Gesù (cfr Mt 13). San Paolo ci parla di un kairós: un tempo propizio per seminare il bene
    in vista di una mietitura. Cos’è per noi questo tempo favorevole? Certamente lo è la
    Quaresima, ma lo è anche tutta l’esistenza terrena, di cui la Quaresima è in qualche modo
    un’immagine. Nella nostra vita troppo spesso prevalgono l’avidità e la superbia, il desiderio
    di avere, di accumulare e di consumare, come mostra l’uomo stolto della parabola
    evangelica, il quale riteneva la sua vita sicura e felice per il grande raccolto accumulato nei
    suoi granai (cfr Lc 12,16-21). La Quaresima ci invita alla conversione, a cambiare
    mentalità, così che la vita abbia la sua verità e bellezza non tanto nell’avere quanto nel
    donare, non tanto nell’accumulare quanto nel seminare il bene e nel condividere.
    Il primo agricoltore è Dio stesso, che con generosità «continua a seminare nell’umanità
    semi di bene» (Enc. Fratelli tutti, 54). Durante la Quaresima siamo chiamati a rispondere
    al dono di Dio accogliendo la sua Parola «viva ed efficace» (Eb 4,12). L’ascolto assiduo
    della Parola di Dio fa maturare una pronta docilità al suo agire (cfr Gc 1,21) che rende
    feconda la nostra vita. Se già questo ci rallegra, ancor più grande però è la chiamata ad
    essere «collaboratori di Dio» (1 Cor 3,9), facendo buon uso del tempo presente
    (cfr Ef 5,16) per seminare anche noi operando il bene. Questa chiamata a seminare il bene
    non va vista come un peso, ma come una grazia con cui il Creatore ci vuole attivamente
    uniti alla sua feconda magnanimità.
    E la mietitura? Non è forse la semina tutta in vista del raccolto? Certamente. Il legame
    stretto tra semina e raccolto è ribadito dallo stesso San Paolo, che afferma: «Chi semina
    scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza
    raccoglierà» (2 Cor 9,6). Ma di quale raccolto si tratta? Un primo frutto del bene seminato
    si ha in noi stessi e nelle nostre relazioni quotidiane, anche nei gesti più piccoli di bontà. In
    Dio nessun atto di amore, per quanto piccolo, e nessuna «generosa fatica» vanno perduti
    (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 279). Come l’albero si riconosce dai frutti
    (cfr Mt 7,16.20), così la vita piena di opere buone è luminosa (cfr Mt 5,14-16) e porta il
    profumo di Cristo nel mondo (cfr 2 Cor 2,15). Servire Dio, liberi dal peccato, fa maturare
    frutti di santificazione per la salvezza di tutti (cfr Rm 6,22).

     
     

    In realtà, ci è dato di vedere solo in piccola parte il frutto di quanto seminiamo giacché,
    secondo il proverbio evangelico, «uno semina e l’altro miete» (Gv 4,37). Proprio
    seminando per il bene altrui partecipiamo alla magnanimità di Dio: «È grande nobiltà esser
    capaci di avviare processi i cui frutti saranno raccolti da altri, con la speranza riposta nella
    forza segreta del bene che si semina» (Enc. Fratelli tutti, 196). Seminare il bene per gli
    altri ci libera dalle anguste logiche del tornaconto personale e conferisce al nostro agire il
    respiro ampio della gratuità, inserendoci nel meraviglioso orizzonte dei benevoli disegni di
    Dio.
    La Parola di Dio allarga ed eleva ancora di più il nostro sguardo: ci annuncia che la
    mietitura più vera è quella escatologica, quella dell’ultimo giorno, del giorno senza
    tramonto. Il frutto compiuto della nostra vita e delle nostre azioni è il «frutto per la vita
    eterna» (Gv 4,36), che sarà il nostro «tesoro nei cieli» (Lc 12,33; 18,22). Gesù stesso usa
    l’immagine del seme che muore nella terra e fruttifica per esprimere il mistero della sua
    morte e risurrezione (cfr Gv 12,24); e San Paolo la riprende per parlare della risurrezione
    del nostro corpo: «È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato
    nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è
    seminato corpo animale, risorge corpo spirituale» (1 Cor 15,42-44). Questa speranza è la
    grande luce che Cristo risorto porta nel mondo: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo
    soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è
    risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,19-20), affinché coloro che
    sono intimamente uniti a lui nell’amore, «a somiglianza della sua morte» (Rm 6,5), siano
    anche uniti alla sua risurrezione per la vita eterna (cfr Gv 5,29): «Allora i giusti
    splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43).
    2. «Non stanchiamoci di fare il bene»
    La risurrezione di Cristo anima le speranze terrene con la «grande speranza» della vita
    eterna e immette già nel tempo presente il germe della salvezza (cfr Benedetto XVI,
    Enc. Spe salvi, 3; 7). Di fronte all’amara delusione per tanti sogni infranti, di fronte alla
    preoccupazione per le sfide che incombono, di fronte allo scoraggiamento per la povertà
    dei nostri mezzi, la tentazione è quella di chiudersi nel proprio egoismo individualistico e
    rifugiarsi nell’indifferenza alle sofferenze altrui. Effettivamente, anche le migliori risorse
    sono limitate: «Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono»
    (Is 40,30). Ma Dio «dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. [...] Quanti
    sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi,
    camminano senza stancarsi» (Is 40,29.31). La Quaresima ci chiama a riporre la nostra
    fede e la nostra speranza nel Signore (cfr 1 Pt 1,21), perché solo con lo sguardo fisso su
    Gesù Cristo risorto (cfr Eb 12,2) possiamo accogliere l’esortazione dell’Apostolo: «Non
    stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9).
    Non stanchiamoci di pregare. Gesù ha insegnato che è necessario «pregare sempre, senza
    stancarsi mai» ( Lc 18,1). Abbiamo bisogno di pregare perché abbiamo bisogno di Dio.
    Quella di bastare a noi stessi è una pericolosa illusione. Se la pandemia ci ha fatto toccare
    con mano la nostra fragilità personale e sociale, questa Quaresima ci permetta di
    sperimentare il conforto della fede in Dio, senza la quale non possiamo avere stabilità
    (cfr Is 7,9). Nessuno si salva da solo, perché siamo tutti nella stessa barca tra le tempeste
    della storia; ma soprattutto nessuno si salva senza Dio, perché solo il mistero pasquale di
    Gesù Cristo dà la vittoria sulle oscure acque della morte. La fede non ci esime dalle
    tribolazioni della vita, ma permette di attraversarle uniti a Dio in Cristo, con la grande
    speranza che non delude e il cui pegno è l’amore che Dio ha riversato nei nostri cuori per
    mezzo dello Spirito Santo (cfr Rm 5,1-5).

     
     

    Non stanchiamoci di estirpare il male dalla nostra vita. Il digiuno corporale a cui ci chiama
    la Quaresima fortifichi il nostro spirito per il combattimento contro il peccato. Non
    stanchiamoci di chiedere perdono nel sacramento della Penitenza e della Riconciliazione,
    sapendo che Dio mai si stanca di perdonare. Non stanchiamoci di combattere contro la
    concupiscenza, quella fragilità che spinge all’egoismo e ad ogni male, trovando nel corso
    dei secoli diverse vie attraverso le quali far precipitare l’uomo nel peccato (cfr Enc. Fratelli
    tutti, 166). Una di queste vie è il rischio di dipendenza dai media digitali, che impoverisce i
    rapporti umani. La Quaresima è tempo propizio per contrastare queste insidie e per
    coltivare invece una più integrale comunicazione umana (cfr ibid., 43) fatta di «incontri
    reali» ( ibid., 50), a tu per tu.
    Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo. Durante questa
    Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia (cfr 2 Cor 9,7). Dio «che dà il seme
    al seminatore e il pane per il nutrimento» (2 Cor 9,10) provvede per ciascuno di noi non
    solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo essere generosi
    nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la nostra vita è tempo per seminare
    il bene, approfittiamo in modo particolare di questa Quaresima per prenderci cura di chi ci
    è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e sorelle che sono feriti sulla strada della vita
    (cfr Lc 10,25-37). La Quaresima è tempo propizio per cercare, e non evitare, chi è nel
    bisogno; per chiamare, e non ignorare, chi desidera ascolto e una buona parola; per
    visitare, e non abbandonare, chi soffre la solitudine. Mettiamo in pratica l’appello a
    operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per amare i più piccoli e indifesi, gli
    abbandonati e disprezzati, chi è discriminato ed emarginato (cfr Enc. Fratelli tutti, 193).
    3. «Se non desistiamo, a suo tempo mieteremo»
    La Quaresima ci ricorda ogni anno che «il bene, come anche l’amore, la giustizia e la
    solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno»
    (ibid., 11). Chiediamo dunque a Dio la paziente costanza dell’agricoltore (cfr Gc 5,7) per
    non desistere nel fare il bene, un passo alla volta. Chi cade, tenda la mano al Padre che
    sempre ci rialza. Chi si è smarrito, ingannato dalle seduzioni del maligno, non tardi a
    tornare a Lui che «largamente perdona» (Is 55,7). In questo tempo di conversione,
    trovando sostegno nella grazia di Dio e nella comunione della Chiesa, non stanchiamoci di
    seminare il bene. Il digiuno prepara il terreno, la preghiera irriga, la carità feconda.
    Abbiamo la certezza nella fede che «se non desistiamo, a suo tempo mieteremo» e che,
    con il dono della perseveranza, otterremo i beni promessi (cfr Eb 10,36) per la salvezza
    nostra e altrui (cfr 1 Tm 4,16). Praticando l’amore fraterno verso tutti siamo uniti a Cristo,
    che ha dato la sua vita per noi (cfr 2 Cor 5,14-15) e pregustiamo la gioia del Regno dei
    cieli, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15,28).
    La Vergine Maria, dal cui grembo è germogliato il Salvatore e che custodiva tutte le cose
    «meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19) ci ottenga il dono della pazienza e ci sia vicina con
    la sua materna presenza, affinché questo tempo di conversione porti frutti di salvezza
    eterna.
    FRANCESCO