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  • 09/04/2020   Aprile

    IL MISTERO PASQUALE - SABATO SANTO

    Il silenzio del SABATO e le parabole del Regno

     

     

    Dal Vangelo di Matteo

    31 Espose loro un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami ". 33Disse loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata". 44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

     

    Il silenzio del sabato

     

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    Il sabato è il giorno del silenzio, del vuoto della Parola. È il giorno della paura, della angoscia e della recriminazione. Sembra essere il giorno della sconfitta di Dio? O forse Dio opera in modo suo proprio, in un modo misterioso anche qui? Un Dio che percorre strade che non sappiamo nemmeno immaginare e delle quali a noi sfugge il senso?

    II sabato è paragonabile al settimo giorno della creazione: e Dio si riposò. O forse dobbiamo intendere che ora lascia che la sua opera sia compiuta dalla sue creature, ma lui c'è.

    Ecco le parabole ci parlano di un Dio all'opera, dicono del trasporto dell'amore di Dio per l'umanità;

    Dio Padre è appassionato dell'umanità.

    Il sabato è il giorno in cui vengono avanti più forti e incisive le domande su quale sia la qualità dell'agire di Dio, come agisce questo suo regnare sul mondo; l'esercizio della sua forza che caratteristiche ha?

    Nel suo operare silenzioso fa sorgere queste domande; sono anche quelle che insorgono nelle circostanze della vita, nelle quali non abbiamo l'impressione di cogliere che cosa stia facendo il Signore.

    E mente riflettevo su questo, mi sembrava opportuno richiamare quei passi di vangelo e sfruttarli per riflettere un po' su questo giorno particolare: il sabato. Sono quei brani del vangelo nei quali gli evangelisti osano proprio parlare di questo: dell'agire particolare di Dio nel mondo e nella storia.

    Mi venivano in mente come brani efficaci e rappresentativi, quelli che chiamiamo le parabole del regno e che Matteo raccoglie tutte in un unico capitolo. E mi sembrava che ascoltare quelle parole, che in forma metaforica, con immagini, con simboli ci vogliono fare intuire e avvertire come funziona il Regno di Dio, fossero le parole giuste per rimanere nel Sabato Santo.

     

    E dunque proviamo a stare davanti a queste parabole con la loro semplicità, ma anche con la loro profondità. Non è mai facile stare di fronte alle parabole; contrariamente a quello che si dice, non è vero che sono i brani più semplici del vangelo. Anzi spesso sono i brani più difficili da interpretare, perché usano dei codici simbolici che non ci sono familiari, usano delle immagini delle quali noi abbiamo perduto tutta la portata di significato, che, invece, al tempo di Gesù era facile cogliere.

     

     

    Le parabole del regno

     

    Queste parabole nel vangelo di Matteo sono collocate in un momento particolare del suo vangelo; siamo al capitolo 13, quindi il ministero pubblico di Gesù è iniziato ormai da tempo. Gesù ha già compiuto delle opere miracolose; ha già annunciato la prossimità del Regno di Dio; ha già chiamato i discepoli alla sequela; ha fatto il grande discorso della montagna. Poi ha inviato i discepoli in missione; sono ritornati. Ma sopratutto ha già incominciato ad incontrare le prime resistenze in Israele, non solo nei capi, ma anche nel popolo. Ha incominciato a scontrarsi con la durezza dei cuori di Israele.

    Gesù si trova un po' spiazzato perché vede anche tanta resistenza. Ma di fronte a questa decide di reagire, di rispondere a suo modo, franco, schietto, aperto, ma che responsabilizza, che chiama l'altro a prendere posizione, a mettersi in gioco. Allora decide di mettere in gioco proprio questa incomunicabilità, questa difficoltà a farsi ascoltare, questo senso di distanza, questa difficoltà di ingranare la comunicazione con il popolo ed i suoi capi. E così usa un linguaggio criptico, difficile da decifrare, un linguaggio che chiede ai suoi interlocutori di porsi la domanda: ma che cosa sta dicendo? Ma di cosa ci sta parlando? Che senso hanno le cose che dice?

    Ed è talmente vero che il linguaggio parabolico non era affatto semplice, che i discepoli stessi si trovano in difficoltà. E provocano Gesù su questo: “Ma maestro perché parli loro con parabole?”

    Gesù risponde loro: beh a voi è dato di conoscere il mistero del regno dei cieli, a loro non è dato. Perché a colui che ha, sarà dato in abbondanza e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole. Perché guardano ma non vedono, perché odono e non ascoltano e non comprendono. Potremmo dire che lui dichiara questa incomunicabilità in modo plastico tangibile: non ci stiamo capendo.

    E dunque sono parabole buone per un tempo di incomprensione, di resistenza di ostilità. E il giorno del Sabato Santo è proprio un tempo così. Nel quale sembra esserci l'incomunicabilità più totale tra Dio e il genere umano. Lui che fa silenzio e loro che l'hanno messo a tacere.

    Quello del Sabato Santo è lo spazio adatto per ascoltare queste parabole che invece pur in un tempo di incomprensione, non rinunciano a narrare del mistero del Regno di Dio.

    Ma che cosa è questo Regno di Dio? Prima ancora di entrare dentro le parabole che poi commenteremo, il Regno di Dio potremmo dirlo in modo estremamente semplice: è la paternità di Dio all'opera nel mondo, è il suo farsi Padre al servizio del pieno compimento della vita dei suoi figli; è il suo farsi presente in modo compassionevole misericordioso, provvidente, liberante , valorizzante, incentivante. Il cardinal Martini in una sua riflessione molto bella sul discorso della montagna di Matteo diceva così.

    Il Regno di Dio è una forza che crea armonia nella storia; è una istanza presente dentro il mondo in varie forme e modalità, ma che è riconoscibile perché produce armonia o la favorisce, produce consolazione, riconciliazione. Crea pace, permette la convivenza dei diversi; solleva i feriti, cura gli afflitti, perdona i peccatori, favorisce la giustizia, la pace, la solidarietà. Ed è una istanza - dice il cardinale - che si fa strada innanzitutto attraverso la libertà degli uomini e delle donne che decidono di accoglierla. Il Regno di Dio è innanzitutto un evento interiore, che ha delle ricadute esteriori; ma innanzitutto interiore, una esperienza profonda di incontro con un tu che mi fa avvertire che la mia umanità è chiamata a realizzare quel disegno di bellezza, di armonia, di giustizia, di pace, di solidarietà, di comunione. E che ne sono responsabile con Lui di questo progetto; e me ne fa sentire il fascino, me ne fa sentire la corrispondenza profonda, me ne fa sentire la bellezza. Mi fa sentire quanto la mia vita trova un suo senso, un suo posto, collocata dentro quella forza che spinge verso la bellezza.

    Allora il Regno di Dio è all'opera in tutti gli uomini e le donne che cercano questo: che rigettano i conflitti che superano le ingiustizie, che valorizzano l'altro, che rispettano la diversità, che non hanno paura di dedicarsi a chi hanno vicino, che provano fascino per l'umanità compiuta. Magari inconsapevolmente provano fascino per Gesù e il suo modo di dar compimento all'umanità.

    Tutti semi questi che il Padre pone nell'animo di ogni uomo e di ogni donna al mondo; ogni uomo ogni donna senza confini senza limiti, perché il Padre è padre di tutti; fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. E mette i semi del suo regno nel cuore di ogni uomo e ogni donna”. E il cardinal Martini conclude la sua riflessione dicendo: “Il punto massimo di manifestazione di questa istanza di armonia e bellezza di riconciliazione è proprio la Pasqua. Il mistero della perfetta riconciliazione; dove si ricompone anche la contraddizione più tremenda quella della morte. Che Dio l'abbraccia e abbraccia l'umanità insieme ad essa.

     

    Allora ascoltiamo queste parabole nel loro osare raccontarci e descriverci qualche cosa di questo modo del farsi presente della paternità buona di Dio.

    E queste parabole che procedono a coppie: senape e lievito, tesoro e perla, raccontano aspetti diversi con caratteristiche precise.

     

     

    Il granello di senapa e il lievito

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    Cominciamo con la prima coppia: con questa immagine della senape e del lievito. Elementi così inconsueti per essere utilizzati nel descrivere l'agire di Dio . La senape non è una pianta nobile, come il cedro del Libano, non è certo l'ulivo. Non è un seme di una pianta che richiama una maestosità, la regalità, la forza, la bellezza. È una pianta dell'orto senza neanche troppo valore.

    Il lievito era utilizzato invece per rappresentare qualcosa di non molto positivo, principio di contaminazione (guardatevi dal lievito dei farisei) . Qui viene usato con un'altra immagine, ma è inusuale che lo si utilizzi come esempio positivo; qui addirittura è utilizzato per rappresentare il modo di funzionare del Regno di Dio.

     

    Uno degli elementi che più facilmente saltano all'occhio nella parabola del seme è l'assoluta marginalità del contributo umano. Nella prima parabola appare l'uomo ma poi sparisce . Il seme è gettato da un uomo, ma il focus del racconto non affatto su di lui. E nella seconda parabola c'è questa donna che nasconde il lievito nelle misure di farina, ma poi immediatamente sparisce. Non c'è nessun spazio per l'azione umana; non si parla i preparazione del terreno per la semina, non si parla di concime, della cura della crescita; non si parla di impastare la farina, del lavorarla, dell'agevolare la lievitazione. Sembra che qui l'uomo abbia un ruolo un po' marginale; non che non ci sia, ma certo marginale.

    In tutte e due le parabole salta all'occhio l'ineluttabilità di ciò viene messo in atto. La prima parabola è assai rapida nel farci passare dalla semina alla pianta compiuta. Come se questa crescita fosse rapidissima improvvisa, come se nulla fosse capace di contrastarla di impedirne la crescita: appena seminata ed è già una pianta.

    Salta all'occhio come ci sia una istanza alternativa che ribalta un po' gli ordini costituiti. Abbiamo già detto che la senape non è un seme nobile , nessuno si aspetterebbe che fosse utilizzato per descrivere l'agire di Dio. L'agire di Dio deve essere trionfale, possente spettacolare. E invece no: è alternativo.

    Il Regno di Dio viene e avviene. È una forza capace di includere includere o di raccogliere: la pasta viene lievitata tutta; non c'è nulla di quell'elemento che non venga raggiunto, che non venga raccolto, che non venga contaminato da quel lievito. Non ci sono criteri di separazione, confini misure. Il lievito costringe alla trasformazione, costringe la pasta a diventare qualcosa di diverso, che da sola non sarebbe stata in grado di diventare. E fa tutto questo in una dimensione di estrema piccolezza, di discrezione quasi di invisibilità. Non può non risuonare il mistero del Sabato Santo in questo lievito o granello di senape. Come si fa a non vedere in quel corpo sepolto il germe dal quale nascerà una pianta capace di radunare moltitudini sotto la sua ombra? Come si fa a non vedere in quel sepolcro un grembo gravido dal quale sprigionerà un fermento che contaminerà l'umanità intera, senza distinzione? Come non vedere che in quel sepolcro è all'opera un principio che supera enormemente e infinitamente le capacità umane; che c'è all'opera una volontà di salvezza di comunione, di riconciliazione, di amore infinitamente al di là, anche solo della immaginazione umana?

    E allora queste due parabole ci fanno intuire, insieme al Sabato Santo, che davvero il Regno di Dio passa certamente dalle mani e dei cuori degli uomini e delle donne che scelgono appunto la giustizia, la riconciliazione, la pace, l'amore, la solidarietà.

     

    Ma a nessuno venga in mente che il Regno di Dio è tutto lì. Perché sarebbe una salvezza troppo umana, troppo terrena. Perché sarebbe una salvezza che finirebbe per sottometterci alle logiche del mondo; e finirebbe prima o poi di scendere a patti con i poteri mondani, con il modo di gestire il potere nel mondo.

    E invece no. La senape e il lievito e il Sabato Santo ci raccontano che il Regno di Dio sta molto più in là di quel che noi sappiamo fare, per quanto buono e bello sia. E sebbene per quanto di buono e bello noi siamo in grado di realizzare sia anch'esso un segno del Regno di Dio, ma non lo esaurisce, questo è molto di più. Allora nessuno può arrogarsi il diritto di tenere tra le mani il Regno di Dio e reclamarne l'esclusiva, neanche la chiesa. E quando la chiesa pretende di avere in mano il Regno di Dio, quando i cristiani pretendono di avere l'esclusiva del Regno di Dio, fanno una operazione di rapimento, costringono il Regno di Dio a subire violenza, lo soffocano, fanno una operazione di potere esclusivamente mondano.

    Invece quando i cristiani si riconoscono, pur mettendosi in gioco al 100%, nel collaborare all'opera di Dio, riconoscono poi che il compimento pieno, come quello del settimo giorno, è nelle mani di Dio, allora stanno cercando il Regno di Dio per ciò che è, non lo stanno creando con le loro mani, non stanno plasmando un idolo a loro immagine e somiglianza, ma stanno cercando e stanno permettendo al Regno di Dio di realizzarsi per come davvero è.

    Avevano tentato i discepoli a far prendere al maestro un'altra strada, che non fosse quella di quel sepolcro, volevano impadronirsi di quel regno, assoggettarlo alle loro logiche ai loro desideri di grandezza; avrebbero voluto che quel Regno di Dio fosse un cedro del Libano.

    È una tentazione che accompagna i discepoli di ogni tempo: sentirsi depositari del regno. Invece no, il discepolo del regno è colui che si accorge innanzitutto che il Regno di Dio è all'opera anche al di fuori di Lui. E allora ne va in cerca dei segni e ama riconoscerli e gode nel valorizzarli; anche se li vede e li trova in coloro che non condividono la sua strada e il suo percorso di vita, ma li sente fratelli lo stesso; perché sente la stessa logica di armonia, pace e giustizia.

    Allora i cristiani che attraversano il Sabato Santo, sanno, proprio perché non possono impossessarsi di questo regno che non possono che essere umili, nell'essergli collaboratori, nel mettersi a disposizione . E sanno che non potranno costruire una immagine di sé e della propria comunità che sia trionfale, che sia potente. Ma sanno anche di non dover cercare le manifestazioni di Dio nella propria vita, come manifestazioni potenti e trionfanti. Ma ancor di più i discepoli del regno sanno che, se vorranno cercare davvero il Regno di Dio e trovarlo, non potranno fare altro che restare dentro quella pasta che il mondo rappresenta; non potranno che sentire la spinta di immergersi sempre di più dentro quella pasta a sentirsi pasta insieme alla pasta e non avere l'arroganza di sentirsi loro il lievito. Eh, poiché abbiamo il vangelo in mano siamo noi il lievito del mondo!?!. No, i discepoli del regno sanno anche loro di essere la pasta, come il resto del mondo; e sono chiamati anche loro insieme agli altri ad accogliere il lievito, il fermento che trasforma la loro vita, che la rende nuova, ricca, bella, compiuta, luminosa. I discepoli del regno sanno che il primo posto dove cercare Dio non è nelle 4 mura di una chiesa, ma nella realtà che li chiama, nella pasta nella quale sta, perché è li che il lievito del regno viene messo. E sanno che su quella grande pianta, che li accoglie anche loro, genti tra le genti, saranno chiamati a condividere quei rami di quel regno, a spartirlo con gli altri, a riconoscere la bellezza della varietà delle strade per incontrare Dio, anche in quelli che sembrano più distanti.

     

    La ricerca del tesoro nel campo e l'acquisto della perla

    E poi ci sono il tesoro e la perla. Siamo abituati a vedere queste come immagini dirette del regno. Eppure il testo ci manda in un altra direzione; non sembra dirci tanto che il tesoro e la perla sono il regno da trovare. Se ci mettessimo a fare una analisi stringente della sintassi di queste due parabole, saremmo costretti a riconoscere, per il modo in cui Matteo le ha riportate, che siamo invitati a guardare in un'altra prospettiva questo racconto. Matteo sembra dirci che non è tanto il tesoro il Regno di Dio, non è tanto la perla il regno, ma il Regno di Dio è “un uomo che trova un tesoro, vende tutto, acquista il campo, ed è gioioso”. “È un mercante che va in cerca di perle e trova la perla e vende tutto e acquista la perla ed è nella gioia“. Matteo ci dice che il Regno di Dio è questo procedimento di scoperta, vendita, acquisto. Dovremmo dire così: che viene descritto come un evento di innamoramento; come qualcuno che si trova di fronte ad uno spettacolo di una preziosità rara, per la quale vale la pena spendere qualsiasi cosa. E se queste parabole ci stanno parlando della paternità di Dio all'opera, non possiamo non riconoscere dentro questi due uomini che si fanno prendere da un trasporto incontenibile per il ben prezioso che hanno trovato, non possiamo non vedervi il trasporto della paternità di Dio per l'umanità. Il Sabato Santo ci racconta quale è la profondità del trasporto di Dio per questa nostra umanità. A quale profondità è arrivato il suo innamoramento per noi; a quale estremo è arrivata la sua volontà di dedizione per l'umanità. E Gesù che è salito in croce, a quale livello ha osato condurre ed estendere il suo amore. Quale dichiarazione più grande, intensa, più radicale c'è, di quel sepolcro il Sabato Santo.

    Le due parabole ci raccontano che Dio Padre è un appassionato dell'umanità, che ad essa si dedica anima e corpo e che è disponibile a giocarsi il tutto per tutto. Allora è bello pensare che in tutte le dinamiche umane, che richiamano questa esperienza, questa modalità di essere, questa capacità appassionata e travolgente di dedizione all'altro, questo appassionarsi, questo innamorarsi, questo dedicarsi in tutte queste cose, c'è un tratto del Regno di Dio, c'è un po' di Regno di Dio che avviene. Allora c'è quell'uomo che si appassiona perché cresca la cultura politica autentica del suo paese, il servizio e ci dedica anima e corpo, cercando la giustizia vera, servendo il bene comune. Poi quell'altra che si appassiona magari del recupero delle donne sfruttate e ne fa una passione e una dedizione profonda. E quello che ha cura di un bene artistico, nel quale vede un arricchimento per l'umanità, una crescita di armonia, di bellezza. Gli esempi potrebbero essere infiniti. Ma credo che nella storia di ognuno, nella vita di ciascuno, avvenga questo processo di innamoramento, di appassionamento radicale,che porta ad una dedizione totale.

    E mi sembra di vedere quanto nelle situazioni in cui questo non accade, (perché ci sono delle difficoltà dei problemi, quando la vita non ha un principio così all'opera in qualche situazione in qualche circostanza), quanto sia sofferente quella esistenza. Quanto quella persona patisca di non avere un fuoco che brucia dentro. Forse è anche questo un tratto dell'immagine di Dio che portiamo dentro: questa capacità di dedicarci così spassionatamente all'altro.

    E certo il Sabato Santo, insieme a questa parabola che racconta il regno, ci dice anche però un principio per ascoltare e rileggere tutte le circostanze e le occasioni nelle quali quel nostro appassionarci e dedicarci così intensamente a qualcosa a qualcuno, a un progetto, a una persona a un ideale, incontra però il fallimento; incontra il tradimento, la frattura, il rifiuto, la porta chiusa, l'assenza di frutti.

    Il Sabato Santo, insieme alle parabole del tesoro e della perla, ci chiedono di guardare a quei giorni della nostra vita con uno sguardo differente, difficile, estremamente difficile; ma uno sguardo altrettanto estremamente evangelico: quello di chi sa che in quei giorni, quando ci accorgiamo che quel nostro appassionarci e dedicarci non è sufficiente, non arriva, non basta, fallisce, non riesce, c'è un compimento nascosto, che prende la nostra intenzione buona di dedizione totale e in qualche modo la conduce a compimento. Non sappiamo come, magari non vedremo mai quel modo, magari non lo intuiremo nemmeno. Ma il Sabato Santo insieme a queste parabole ci racconta che quei giorni, in cui le nostre passioni si infrangono. Sono i giorni in cui il compimento non è vero che non avviene. Possiamo pensare che il Padre lasci cadere la nostra dedizione così senza frutto? Possiamo pensare che il Padre, che è innamorato di questa umanità, che vi ha seminato il seme del suo regno, lasci cadere quella bellezza della nostra dedizione?

    Certo magari il concreto sembrerà dirci altro, tanto quanto il sepolcro chiuso di Gesù sembrava dire tutt'altro. Ma in quel sepolcro il Padre era all'opera; e lo è anche in tanti piccoli o grandi sepolcri, nei quali magari tante piccole o grandi passioni e dedizioni può capitare che finiscano dentro a quelli.

    Siamo dentro a questo Sabato Santo, sapendo che a queste domande che ci vengono di fronte a quel sepolcro chiuso.... “ma Signore qual'è la tua forza, qual'è la tua potenza, come si realizza il tuo tenere in mano il mondo?” Ecco queste domande hanno una risposta. Le parabola del regno che abbiamo ascoltato ci danno qualche slargo, qualche luce.

     

    Siamo ancora nell'ordine della contemplazione; questa sarà una settimana più di contemplazione, che di ricerca della azione da compiere. Però quanto può essere consolante e inspirante anche solo un barlume di vera contemplazione!

     

  • 09/04/2020   Aprile

    IL MISTERO PASQUALE - VENERDI SANTO

    VENERDI’ - il perdono di Cristo sulla croce

     


    Dal Vangelo di Luca

     

    32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.33Quando
    giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
    34Gesù diceva: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Poi dividendo
    le sue vesti, le tirarono a sorte.35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo:
    "Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto". 36Anche i soldati lo deridevano,
    gli si accostavano per porgergli dell'aceto 37e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva
    te stesso". 38Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei". 39Uno dei malfattori
    appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!". 40L'altro invece
    lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?
    41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece
    non ha fatto nulla di male". 42E disse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".
    43Gli rispose: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso". (Lc 23, 32-43)
    32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.

     

    Nel nostro percorso di contemplazione del mistero della Pasqua entriamo dentro quello che è uno dei passaggi più drammatici, ovviamente, ma anche quelli che, nel triduo santo, viviamo con più intensità. Perché vi sentiamo li interpretati tanti misteri di dolore, tante situazioni drammatiche, tante circostanze di sofferenza della nostra vita. E il mistero della croce sentiamo che ha qualcosa da dirci a questo riguardo. Ha qualcosa da dirci dei nostri fallimenti, dei nostri patimenti delle nostre sconfitte. Ma anche da dirci molto sul dolore innocente sul dolore inflitto sul dolore patito.

    E poiché sentiamo che ha questa capacità interpretativa, che proprio per questo passaggio stretto della sua vita Gesù davvero si è avvicinato alla nostra esperienza nel modo più radicale possibile. Allora lo viviamo anche, per quanto drammatico sia, con tanto affetto con tanto sentimento, con tanta buona devozione.

    Ma anche questa tappa della settimana santa occorre che la viviamo, certamente con sentimenti di adorazione e affetto, ma innanzitutto con uno sguardo contemplativo: ci mettiamo davanti al mistero di Dio, che qui sulla croce è mistero più che mai . Perché non c'è rappresentazione più paradossale di un Dio di quella che vediamo in Gesù crocifisso.

    Si, dobbiamo pronunciare delle parole per narrare questo mistero, ma lo facciamo non con lo scopo di volerlo esaurire, con la presunzione di spiegarlo, ma piuttosto col tremore e quel timore

    di chi si avvicina davanti a qualcosa che un po' intuisce, davanti al quale sente di manifestare o stupore, come un abisso di bellezza, di ricchezza, sul quale ci si sporge senza però mai vederne il fondo, senza riuscire mai a coglierne tutti i dettagli.

     

    Allora entriamo così dentro questo racconto di Luca, al quale, per chi legge il suo vangelo, lui conduce attraverso un lungo percorso che lui sceglie di costruire come un cammino vero e proprio.

    Una larga parte del vangelo di Luca, dalla fine del capitolo 9 fino all'arrivo di Gesù a Gerusalemme, è costruito e descritto come un viaggio: Gesù viaggia verso Gerusalemme. Non si tratta di un viaggio geografico; se lo dovessimo seguire vedremmo Gesù andare su e giù per il territorio. Ma si tratta di un viaggio teologico. Gesù sta camminando verso qualcosa che non è una meta fisica, ma di altro genere, una meta certamente spirituale; il compimento un po' della sua missione , ma anche una meta teologica: Gerusalemme rappresenta il momento in cui Gesù arriverà a dire la parola più importante sul Padre suo.

    Perché per Luca Gesù è innanzitutto un profeta, nel senso più intenso dell'espressione, un testimone, uno che parla di Dio, uno che fa un discorso su Dio, uno che pone dei gesti che siano eloquenti rispetto al volto di Dio.

    Luca gli fa cominciare questa missione da profeta nella sinagoga del suo paese natale Nazareth. Li Gesù in giorno di sabato prende in mano il rotolo del profeta Isaia e legge questo passo, nel quale non teme di identificarsi anzi osa a identificarsi apertamente: “Lo Spirito del Signore è sopra di me e mi ha consacrato con l'unzione, perché io porti il lito annunzio ai poveri, porti la liberazione ai prigionieri, doni la vista ai ciechi, proclami l'anno di grazia del Signore”.

    E da li in avanti Gesù avvia la sua carriera profetica, facendo seguire a quel testo di Isaia altri discorsi suoi propri, gesti, parole e opere che raccontano il volto di un Dio estremamente attento a chi sta vivendo condizioni di marginalità e di povertà, di sofferenza: i peccatori gli emarginati, i malati, gli indemoniati. Gesù racconta il volto di un Dio che si fa vicino a questi, che per loro ha un annuncio buono, una parola di riscatto, di rinascita, di ripartenza, di vita nuova. Si fa vicino materialmente ai bisogni delle persone, moltiplicando i pani, liberando dal male, offre speranza.

    E però, mentre fa questo, si rende conto che l'amore di Dio non è amato. O meglio sì, i poveri sono consolati, i poveri accolgono volentieri come annuncio buono la sua parola e le sue opere. Ma c'è una fetta del popolo, una parte importante che resiste, che non si lascia affascinare dall'amore di Dio. Gesù trova ostacoli; si trova ostacolato; vede che l'amore di Dio non trova una strada spianata in Israele, ma è costretto a percorrere una via accidentata, come con ostacoli e mille resistenze.

    E di fronte a questo Gesù si interroga: come affrontare tutto questo? Come reagisco alla resistenza? A coloro che stanno già tramando alle mie spalle e che stanno già pensando a come eliminarmi come rispondo? Che armi utilizzerò? Sono pronto a combattere questa battaglia? Se sì, in che modo. E Gesù decide che questo scontro, che questa battaglia è essa stessa occasione per mostrare il volto del Padre suo. La circostanza del contrasto e della ostilità, non è una occasione per ritirarsi, per fare un passo indietro, per dire: “No, allora non ve lo meritate! Io continuo a rivelarvi il volto del Padre mio, a condizione che la accoglienza sia reale, che i frutti si vedano, che ci sia un riscontro. Io vado avanti a raccontarvi il volto del Padre mio, ammesso che

    voi mostriate in qualche modo di meritarvelo!”

    No, Gesù non fa tutto questo. Lui compie una scelta più radicale ancora. Se il volto del Padre suo è il volto di un Padre misericordioso, paziente, fedele, buono, attento, provvidente, allora questa situazione di resistenza e di durezza può diventare opportunità. Perché quelli che respingono il bene del Padre suo, sono i malati che più hanno bisogno della sua cura, sono quelli che stanno patendo la sofferenza maggiore, che hanno bisogno della terapia più radicale, della medicina più forte. A chi altri, se non proprio a questi, va dimostrato come è fatto l'amore di Dio? Perché se si ama quelli che ci amano, che cosa facciamo di straordinario, non fanno così anche i pagani?

     

    Allora Gesù decide di andare verso Gerusalemme. Alla fine del capitolo 9 decide fermamente di rivolgersi verso Gerusalemme, cioè di andare nella tana del lupo.

    Se devo essere profeta del Padre mio misericordioso, devo andare là dove ci sono i meno amabili di tutti. E questi non sono i peccatori pubblici, non sono le prostitute, non i lebbrosi, non sono gli indemoniati. Il meno amabile di tutti è il nemico.

    Ma come si fa ad amare uno che ti vuol togliere la vita? Come posso pensare di dedicarmi anima e corpo, di mettere a rischio il mio futuro, tutto me stesso, la mia storia, la mia reputazione per quelli che di tutto questo che io sono, non se ne fanno nulla, lo considerano un rifiuto, uno scarto, un impedimento, un impiccio, un problema da eliminare? Come faccio ad amare questi? Ma se non amo questi chi amo? Ma se non lo dimostro proprio a questi che l'animo del Padre mio è molto più ampio, più profondo, più alto di tutti i loro traffici, di tutte le loro malizie, di tutta la loro malvagità, di tutta la loro incredulità, di tutta la loro durezza di cuore! Se una parola d'amore scenderà anche su costoro, quali limiti potrà mai più avere la salvezza che viene da Dio?

    Così Gesù cammina verso Gerusalemme e cammina, insegna, agisce, fa il profeta e continua ad usare le armi che sono del Padre suo. Ci va come un agnello, nella mitezza, nella pazienza, nella bontà; con l'intenzione di andare a cercare la pecora smarrita; con le braccia aperte, come un padre che attende che i figli ritornino; come quella donna che va in cerca della dracma perduta.

    Fa il profeta: racconta, insegna, agisce e chiede a chi cammina con lui, se vogliono percorrere la stessa strada, di essere profeti allo stesso modo, di raccontare lo stesso Dio, di mostrarne lo stesso volto. E il suo cammino finisce qui sulla croce. Questo cammino profetico arriva sul suo ultimo palcoscenico. E il suo posto, la sua fine è dove sta inchiodato.

    Lui l'aveva preannunciato: guardate che non sarà un lieto fine; o meglio sarà sì un lieto fine, ma le cose non andranno come vi aspettate: mi prenderanno, mi colpiranno, mi insulteranno, mi metteranno a morte; poi risusciterò ma...

    E i discepoli annusano l'aria anche loro e capiscono che non finiva bene. Salgono a Gerusalemme insieme a Gesù, ma pronti alla battaglia, pronti a sguainare la spada e fare la fine eroica. Perché dar la vita da eroe beh .. ma dar via la vita così!

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Gesù sulla croce, come un malfattore

     

     

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    Gesù finisce qui sulla croce. Qual'è il suo posto, l'ultimo posto che Lui occupa?

    Aveva detto che era venuto non per essere servito, ma per servire. In effetti finisce lì proprio all'ultimo posto. E Luca, non si capisce bene se lo fa per una goffaggine narrativa, ma è difficile, alla fine lo tratta come uno dei malfattori. “Insieme con lui venivano condotti a morte altri due”, come a dire che lui è il primo poi ci sono gli altri due. Se a Luca scappa via questo, ma vien da pensare che non sia proprio così, in fondo il suo cammino aveva quella direzione: Gesù va a prendere posto tra i malfattori; va a prendere la sua dimora in mezzo ai suoi nemici e su di quelli vuole stendere il velo della misericordia di Dio. Non su chi se l'è meritato quel perdono; ma su coloro che di quel perdono sembrano non volersene fare nulla.

     

    Gesù finisce tra i malfattori ma al pari di loro; e questi non sono ladri. Non si tratta di due «ladri» o «briganti» (λῃστής), termine applicato ai ribelli ostili alla dominazione romana, bensì di «malfattori» (κακούργους) letteralmente «coloro che operano il male, che lavorano per il male»

    Potremmo dire dei malvagi, ma incalliti. Non è gente che ha rubato qualcosa al mercato. Questa è gente che ha la carriera, che ha fatto una vita. Alla fine uno dei due lo dirà: ce lo siamo meritato, abbiamo fatto una vita che !!! Era gente che lavora per il male. Capite che portata ha il dire che Gesù è un malfattore?

    Ma che il giusto muoia con l'empio è il fallimento della giustizia terrena: come può Gesù morire con gli empi? Come si può scambiare l'innocente per un malfattore?. Come si può sapere di uccidere un innocente e farlo? La sua innocenza era talmente evidente; non c'è bisogno che ci sia il ladro, cosiddetto buono, a celebrarla. Qui c'è il fallimento di tutta l giustizia terrena, tutto il suo limite.

    Ma c'è anche il fallimento di un certo modo di pensare la giustizia divina. Un modo di pensarla che è troppo corrispondente al nostro modo di pensarla la giustizia, che spesso sconfina nel voler far vendetta, nel voler soddisfazione del male subito. Quel pensare la giustizia che si insinua dentro il godere del male che capita al malvagio, o quello che ci sta antipatico, basta quello. Se per caso abbiamo il vicino che ha un cane che abbaia tutte le notti, quando muore il cane siamo contenti. Giustizia è stata fatta.

    E qualche volta proiettiamo su Dio queste piccinerie della nostra giustizia, che è solo vendicativa; e osiamo chiedere a Dio, tentandolo, di manifestare così la sua giustizia: ma perché non fai capitare qualche volta del male proprio a quelli che il male lo fanno?

    E qui sulla croce vediamo anche inchiodati i fallimenti delle nostre giustizie presuntuose, quelle con le quali pensiamo di saper dividere il mondo tra buoni e cattivi e tra giusti e ingiusti; quelle con le quali pensiamo di poter risolvere con facilità le situazioni: “So io come è andata; ho capito io come ha funzionata lì la questione!!!”

    Qui però se c'è un Dio che finisce in mezzo ai malfattori, vuol dire che c'è l'evidenza di un altra giustizia. Quella che stabilisce il diritto, ma non facendo perire, nemmeno l'empio. Perché sul quel calvario vediamo accadere questa giustizia. Perché sull'empio che sta uccidendo il figlio di Dio, non scende la mannaia della punizione divina; scende altro! Allora si sgretola il Dio vendicativo lì; va in pezzi l'immagine di quel Dio permaloso, umorale, che va tenuto buono.

     

     

    La giustizia del Dio di Gesù Cristo

     

    Una giustizia che quando si traduce in atto, quando opera, non causa mai la morte di nessuno, ma è sempre una salvaguardia di chiunque e comunque; anche del peggiore dei malvagi.

    Attenzione, però, a non fare di quell'essere Gesù tra i malfattori, una recita una sceneggiata: “Sì va beh, Gesù ha recitato un po' la parte, ha giocato il ruolo”. No, non possiamo fare questo, perché Gesù aveva ben presente dove stava finendo; Gesù sapeva tra chi sarebbe finito; e quel che gli capita non è un caso, ma è una volontà.

    Se vogliamo rispettare il criterio della incarnazione, dobbiamo vedere questo Gesù, che è stato in mezzo ai malfattori, lo stesso Gesù che è stato in fila tra i peccatori che chiedono il battesimo al Battista. E questa solidarietà profonda e questa familiarità con il malfattore, non è una recita; è il modo di essere di Dio, che lì viene raccontato.

    Questo è il Dio meno Dio che si potesse pensare. È sconcertante! Qui sembra che Gesù si costruisca un altro tempio, capite, che non è più il recinto sacro, quello del Dio incontaminato, quello che vuole che ti metta il disinfettante gel sulle mani prima di toccarlo (ne stiamo diventando esperti), mica che lo contagi. Non è più quel Dio lì, ammesso che sia mai esistito. Non è più il Dio che vuole i puri e soltanto i puri; non è più il Dio che è un po' pigro nella sua benevolenza: “Ma sì io mi scomodo a farti qualcosa, però se tu ti dimostri all'altezza, con le tue opere, le tue preghiere, le tue devozioni, con le tue implorazioni, coi tuoi sacrifici,qualunque forma essi abbiano”. Qui sembra che il tempio di Dio, il recinto sacro, sia fatto da due umanità pervertite, che hanno perso la strada, che hanno scelto per tanto e a lungo il male. Incredibile!!!

     

    Attenzione però a non vedere ancora in questo Gesù innocente, ma colpito e che fa la fine del maledetto, l'invito a tutti gli innocenti a sopportare pazientemente le disgrazie, il male che possono subire, perché tanto poi avrete vendetta perché poi tanto Dio nell'altra vita !!!. Non c'è nulla di questo sul calvario, non c'è nessun invito agli innocenti colpiti a star buoni, a non lamentarsi, non c'è nulla di questo. C'è altro: c'è un Dio che non teme di passare per malfattore, condividere la sorte del malfattore. È tutt'altra cosa. E non si può prendere la croce per giustificare certe pretese di sopportazione di patimento, con le quali tante volte riempiamo le nostre devozioni. Che Dio sarebbe un Dio che pretende che l'innocente faccia tacere i suoi diritti, perché tanto poi avrà dei privilegi nell'altra vita?

    No, non c'è nulla di questo, c'è altro: c'è un Dio che scappa da quel recinto sacro e ne costruisce un altro con due colonne: quelle portanti, fatte da due malfattori. Fuori città, respinto, isolato, visto come un elemento di contaminazione!

    E qui Luca allestisce la crocifissione che liquida con due parole, non concede nulla allo spettacolo.

    Questa assenza di Luca a ricorrere al dolorismo, forse qualche lezione ce la dà; anche rispetto a certe nostre retoriche sul dolore, sull'importanza del dolore che ancora oggi si sentono; e che non trovano alcuna giustificazione nelle narrazioni evangeliche. Qui non c'è nessun elogio del dolore, non c'è nessun invito a soffrire per offrire a Dio. Non c'è nessuna traccia di questo. C'è altro. E cos'altro c'è? C'è questa parola. Che non pronuncia una volta sola!

    Gesù diceva: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno".

     

    Il perdono di Dio

     

    Luca declina questo verbo, diceva, in una maniera particolare dandogli il senso di qualcosa che continua interrottamente. Dovremmo tradurre così: Gesù «continuava a ripetere incessantemente "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno"», come una litania, ripetuta senza sosta. Non è l’esclamazione di un momento, ma l’emergere di un atteggiamento interiore stabile, che Gesù ripropone senza sosta. È un habitus vero e proprio. Come qualcosa che Gesù masticava continuamente e non solo sul calvario.

    E fa scendere il suo perdono con questa scusa di ignoranza. Gli esegeti dicono che qui c'è una traccia o un residuo forse del pensiero, sopratutto di Pietro dentro la comunità apostolica che negli Atti degli apostoli ritorna. Che attribuisce proprio questa inconsapevolezza agli uccisori (discorso di Pietro dopo la pentecoste).

    E Gesù dice proprio così: che non sono consapevoli, non colgono la portata del gesto, non riescono a percepirne il senso. È come se Gesù dicesse: ma non vedono davvero quello che stanno facendo; pensano di fare una cosa, ma ne stanno facendo un'altra. Se vedessero, certo non lo farebbero – sembra dire Gesù – ma non vedono, sono ciechi, sono accecati; c'è qualcosa sui loro occhi che gli impedisce di rendersi conto di cosa stanno compiendo davvero; non sanno quali sono le conseguenze di questo gesto; quale è la portata delle loro azioni e della parole.

    Così chiede al Padre suo di condonare, una qui la stessa espressione di quando insegna il Padre nostro: rimetti a noi i nostri debiti, così che anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

    Chiede letteralmente di rimettere un debito. E questa è una richiesta di liberazione! Il debito è un vincolo, una catena, un legame; qualcosa con cui puoi tenere per il collo l'altro e poi fargli fare quello che vuoi, perché è in debito con te. Se l'altro è in debito con me vuol dire che io ho una predominanza, posso disporre di lui almeno fino a quando non ha saldato il debito. È una forma di potere, di dominio dell'altro. Tu sei nella posizione di poterlo manipolare; è una privazione della libertà. Ed è sconcertante quello che Gesù fa con questi uomini: questi, che dimostrano di non vedere, di essere inconsapevoli, incapaci di penetrare la profondità delle cose che stanno compiendo, Gesù li rimette in libertà.

    Ma no, Gesù, a questi va messa la camicia di forza, altro che debito da rimettere; questi van legati con il lucchetto e buttata via la chiave. Cosa li rimetti in libertà Gesù?!? Questi devi mettergli le briglie e governarli tu, portarli tu sulle strade giuste, ma non vedi?!!'?

    Gesù chiede al Padre di lasciarli andare; volendo la espressione letterale sarebbe questa: lasciali andare; non considerarli vincolati, non farli sentire in dovere di.

    Il perdono di Dio è la rimessa in libertà di chi si meriterebbe invece di non averne più di quella libertà. Ecco che cosa è il perdono di Dio! La volontà di Gesù è che questi siano sciolti dal dovere di rimediare.

    Adesso voi mettete tante nostre pratiche penitenziali sotto la lente di questo annuncio. E ditemi se noi invece non raccontiamo un altro Dio, che concede il suo perdono a patto che tu rimedi al male fatto. O quantomeno che dimostri nelle intenzioni di volerlo fare e dunque di meritartelo quel perdono. Ma questo è il Dio che tiene al guinzaglio, e che ti rinfaccia il debito che hai nei suoi confronti; e che dice: tu sei in debito con me? O fai queste cose e metti a posto il pasticcio che hai fatto per favore, altrimenti del mio perdono non se ne parla.

    Ma non è questo il perdono che è annunciato sulla croce; è altra la misericordia di Dio.

    È certo che la misericordia di Dio desidera profondamente che tu metta rimedio al male fatto, ma per te e per quelli che sono stati feriti. Ma mica per aver una soddisfazione di che? Di essermi preso una rivincita su di te? E questo sarebbe un Padre? Un Dio che si prende le rivincite sui peccatori?

    Certo che in certi racconti che in questi giorni (del coronavirus) veramente drammatici stiamo vivendo, certe uscite su come sarebbe Dio.. cosa centra con Dio tutto questo? Fanno pensare. Questo Dio che manda dei dolori, perché la gente capisca che deve cambiare vita. Con questo Dio che sarebbe pronto a intervenire a risolvere il male che stiamo vivendo, ma solo se si fa un numero sufficiente di preghiere, di penitenze, sacrifici, digiuni...

    Ditemi cosa può c'entrare un Dio raccontato così, con questo evento meraviglioso che stiamo commentando. Cosa c'entra questo Dio che stiamo raccontando, che ha come obiettivo solo quello di liberare, di dare vita, che non si accanisce neanche sull'empio, che non chiede il prezzo del male fatto.. Cosa c'entra con queste altre narrazioni? Devo continuare a pensare che quel Dio lì c'entri con questo del vangelo? No, non c'entra nulla. È un altro Dio. Il Dio della benevolenza indolente che deve essere scossa a furia di novene e di rosari, non può essere il Dio di Gesù Cristo. È un'altra cosa. Ben vengano le preghiere a questo Dio, ma per confessarlo così, per

    consegnarsi integralmente alla sua benevolenza. Esattamente come fa quel malfattore, che tra i tanti ciechi è l'unico che vede e si getta a capofitto tra le braccia di quel Dio.

     

     

     

    Il malfattore che chiama Gesù per nome

     

     

    Gli altri ancora non vedono e sotto la croce gridano la loro cecità: “Salva te stesso, salva te stesso e noi, salva te stesso. Tre volte risuona questa tentazione, che tocca Gesù proprio nella sua matrice più limpida della sua identità: quella dell'essere per l'altro, non per sé.

    È difficile non vedere in questa triplice provocazione, in questa triplice bestemmia, perché di questo si tratta, un richiamo a quello che lui ha vissuto nel deserto, che Luca racconta come un'intensa esperienza spirituale. Gesù entra nel deserto, immerso nello spirito (fu spinto dallo Spirito) e vive una esperienza in cui Gesù viene portato all'estremo della tentazione. Compiuta ogni tentazione poi il diavolo lo abbandona per tornare al suo tempo. Quale è il tempo del tentatore, qual il tempo del satana? Eccolo qui il tempo. Eccola l'occasione buona.

    E c'è una immagine precisa di Dio dietro quel “salva te stesso”! Perché il potente è così; prima si mette in salvo e poi... È un' immagine precisa di Dio, estremamente idolatrica, proprio perché estremamente somigliante alle logiche meramente umane. Il Dio schiavo dell'istinto di sopravvivenza. Ma sulla croce c'è di più: è il Dio che è la vita.

    Il silenzio in cui cadono questi insulti è di una bellezza straordinaria. Come se Gesù dicesse :”Io non ho neanche le parole per rispondere; i vostri son discorsi che non mi arrivano, non mi toccano. Pensate di provocarmi così? Non spreco parole per voi... Ecco come si spegne il male; è nel silenzio che si spegne il male; non in una voce che grida più forte.. aizzandolo ulteriormente il male; si spegne nel silenzio. L'unica parola è: Padre perdona. Non c'è bisogno di dire altro.

     

    Ma mentre questi sono ciechi, appunto ce n'è uno che ci vede e ci vede benissimo. Ed è un malfattore che ci vede; ma non solo ci vede, questo ci vede e sa pure e chiama Gesù per nome. Come fanno i lebbrosi nel vangelo di Luca, come fanno gli indemoniati, come fa il cieco, come fanno i maledetti da Dio, agli occhi degli altri. Questi sono quelli che chiamano Dio per nome.

    E il malfattore chiama Gesù per nome in modo intimo. La richiesta che il malfattore fa, fa da eco alla litania di Gesù; perché Luca anche di questo malfattore dice che ripeteva in continuazione. Continuava a ripetere “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Che dunque sembra essere un po' di più di un tentativo: “Cià vediamo se mi va bene, se me la cavo!?!..” C'è molto di più, c'è una consegna profonda, un affidamento radicale.

    E però quello che fa nondimeno è una richiesta totalmente inopportuna, contro ogni logica, che ci urta ci infastidisce. E dobbiamo riconoscerlo che ci infastidisce, perché distrugge ogni logica di merito. Questo è l'ultimo che deve entrare in paradiso; e invece lui è il primo. Ma si può che il primo che entra in paradiso è uno che ha passato tutta la vita a fare il male? Non è urtante questo? Qui si scardina ogni criterio di merito. La meritocrazia non è evangelica per niente. E non ci si sogni di trasformare questa supplica, questo affidamento, in un motivo di merito. Qui il ladro non conquista il paradiso; fa qualcos'altro: prende la propria vita e la mette nelle mano di Gesù, riconoscendone la regalità.

     

    39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!".

    40 L'altro invece lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato
    alla stessa pena? 41 Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male". 42 E disse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". 43Gli rispose: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso".

     

    È come se il malfattore dicesse: “ Senti Gesù questa è la mia vita, fanne tu ciò che vuoi!”

    È chiaro che è una domanda di salvezza. Ma questa è innanzitutto una consegna. Così come deve essere la consegna fiduciaria: non ti dico io come mi devi salvare. Non ho la pretesa di decidere io quale è la strada per quella salvezza. Non mi sogno di telecomandarti con le mie richieste, ma mi consegno. Forse è proprio vero, come diceva il cardinal Martini negli ultimi giorni della sua vita, che ad un affidamento così, si arriva proprio quando la vita la si sta perdendo. Forse è vero. Ma nondimeno la verità di queste parole è senz'altro questa: Gesù metto la mia vita nelle tue mani

    fanne ciò che vuoi. Ho fiducia in quel che ne farai, perciò fanne ciò che vuoi !

    E Gesù ne fa ciò che vuole. E ciò che vuole è limpido: oggi sarai con me nel paradiso. Eccola la volontà di Dio. Quando uno si chiede quale sarà la volontà di Dio sulla mia vita? La volontà di Dio è averti con sé, qui e per l'eternità. E quale altra volontà?!? Se Dio vuole vicino a sé un malfattore qui e nel suo regno eterno, chi può sentirsi lontano da Lui?

     

    Eccolo qui il Gesù che compie la sua missione di Profeta.

    Il suo racconto del volto di Dio si conclude temporaneamente qui. Poi sappiamo il giorno dopo ancora cosa capiterà. Ma il suo racconto in parole ed opere si conclude qui con un finale che è davvero bellissimo.

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  • 09/04/2020   Aprile

    IL MISTERO PASQUALE - GIOVEDI SANTO

     

    Parrocchia dei santi Vito e Modesto di Civate

    ESERCIZI SPIRITUALI

    tenuti da don Cristiano Mauri

     

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    Il MISTERO PASQUALE

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    9 - 13 MARZO 2020

     

    trascrizione non rivista dall'autore

     

     

     

    GIOVEDI’ - La lavanda dei piedi

     

     

    Dal Vangelo di Giovanni

    Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al
    Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano,
    quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù
    sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,si
    alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò
    dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di
    cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?".
    Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo". Gli disse Simon
    Pietro: "Non mi laverai mai i piedi!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me".
    Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.Soggiunse Gesù:
    "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi,
    ma non tutti". Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete mondi”.Quando
    dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi
    ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e
    il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato
    infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo
    non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo
    queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.

     

    Gesù che si fa servo rivela l'agire amante di Dio

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    Il nostro percorso di contemplazione del mistero pasquale si svolge lungo tutta l'ultima settimana di vita terrena di Gesù. L'abbiamo percorsa a ritroso; siamo partiti dal punto prospettico di ogni lettura di fede, di ogni atto contemplativo del cristiano. Ogni movimento di fede, ogni atto di preghiera, ogni tentativo di iniziativa di ascolto della parola, deve partire da quel sepolcro vuoto e avere la consapevolezza che il Signore è vivo, che ci accompagna e cammina con noi. E da lì siamo partiti, entrando poi nel silenzio del sabato santo e contemplando, ieri sera, lo “spettacolo” della croce.

     

    Questa sera ci fermiamo dentro un contesto di intimità, raccolto; un contesto caldo di amicizia, di condivisione profonda. È il contesto dell'ultima cena. Quell'ultima cena, quella che celebriamo il giovedì santo e che contempleremo, non tanto nel gesto eucaristico dello spezzare del pane, ma in quel gesto compiuto nel chiuso del cenacolo, da Gesù nei confronti dei discepoli. Un gesto, questo, così particolare e che per certi aspetti purtroppo, forse per le modalità con cui ne facciamo memoria, forse per l'eccesso di utilizzo di questo segno, dell'immagine del grembiule e della lavanda, è diventato addirittura un po' retorico.

    E già sarebbe un'ottima cosa se questa sera, nel metterci ancora una volta nel contemplare adoranti questo mistero del Cristo che si fa servo, riuscissimo a togliete tutta la parte un po' retorica, un po' sentimentale. Noi nella stragrande maggioranza dei casi, quando facciamo memoria di questo gesto, durante la settimana santa, lo facciamo spesso coinvolgendo i bambini, che è una cosa molto bella; ma va detto che dà un po' a questo gesto un immagine di una cosa un po' da bambini, una piccola recita che facciamo.

    Mentre anche dentro questo gesto, come in tutti gli altri passaggi pasquali, c'è un grande mistero raccolto. E questo gesto ha un po' anche un carattere enigmatico; e non dobbiamo sottovalutare il fatto che i discepoli non lo capirono. Anzi è qualcosa che dobbiamo tenere in grande considerazione. E dobbiamo entrare in questo brano con questo spirito: di chi si pone davanti ad un segno di non facile interpretazione e che può prestarsi a tanti fraintendimenti, anche delle strumentalizzazione, delle manipolazioni, delle lettura non fedeli, se non addirittura in malafede.

     

    La lotta tra luce e tenebra

     

    Ci troviamo in un punto importante del vangelo di Giovanni; e uno snodo importante in cui il suo vangelo svolta pagina. È costruito in due grandi sezioni: una prima parte, tradizionalmente chiamato il libro dei segni, nel quale si raccontano alcune opere che Gesù fa; e poi c'è questa seconda parte, che inizia al capitolo 13, che è il cosiddetto il libro della gloria. Detto magari in maniera semplicistica è l'apparire dell'amore di Dio, del manifestarsi dell'amore del Padre dentro l'operato di suo figlio.

    In questa ultima parte del vangelo di Giovanni, questo agire amante di Dio, agire amoroso di Dio nelle opere dl figlio, diventa esplicito, diventa luminoso. Quella lotta tra tenebre e luce, che Giovanni anticipa nel suo prologo, e che è anch'essa una chiave interpretativa di tutta la sua teologia, qui arriva al suo punto cruciale: il principe delle tenebre cerca di avere la vittoria sulla luce.

    Ed è proprio in questo contesto di tenebra, che abbiamo già un po' avvertito nel racconto, della presenza del traditore dentro il cenacolo dell'intimità. Questa tenebra, però, sarà vinta da una luce straordinariamente luminosa: eccola qui la gloria e la luce dell'amore del Padre.

    Dunque bisogna entrare in questa seconda parte del vangelo di Giovanni, entrare dentro questo brano, dentro questo gesto, con questa aspettativa: qui avremo modo di vedere un tratto, un riflesso, un raggio di quella luce; vedremo anche un po' dello scontro tra luce e le tenebre, vedremo come la luce fa, in che modo si afferma sopra la tenebra, come l'affronta, quali armi utilizza.

    Anche questa sera come le altre, avremo l'occasione di comprendere qualcosa del volto di Dio e di contemplarlo, e allo stesso modo avremo l'opportunità di rispecchiarci dentro quel volto per comprendere qualcosa di noi. Riconoscerlo e riorientarlo, indirizzarlo secondo la strada che il vangelo ci indica, come la strada della beatitudine, della gioia piena. Lasciando cadere ciò che non corrisponde a quella strada e invece intraprendendo con maggiore entusiasmo ed efficacia ciò che invece corrisponde al vangelo.

     

     

    La lavanda dei piedi

     

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    L'evangelista Giovanni costruisce questo brano con una struttura molto semplice da intuire, che ci aiuta nella lettura di un testo che, come tutti i suoi testi, non sono di facile lettura, di facile fruibilità.

    Possiamo riconoscere 4 parti del racconto.

     

    1 - Una introduzione; sono i primi 3 versetti, nei quali l'evangelista costruisce un po' il contesto: dal punto di vista cronologico; dal punto di vista tematico, dove ci fa assaggiare quello che viene di seguito; da un punto diciamo emotivo, dove mette in campo un po' anche gli attori.

    2 - Una seconda parte; quella del racconto vero e proprio della lavanda, un racconto molto dettagliato, narrato come a rallentatore, con molta solennità, narrando gesto per gesto quel che Gesù va compiendo.

    3 - 4 Poi ci sono due parti: una consiste nel dialogo tra Gesù e Pietro; e un'ultima parte che segue il termine della lavanda. E queste due ultime parti sono due spiegazioni.

    Qui non c'è solo il racconto del gesto, ma ci sono anche le interpretazioni, ben due: una che emerge dal dialogo con Pietro e l'altra con la quale conclude il suo insegnamento. Sono due interpretazioni che hanno dei contenuti e degli obiettivi leggermente diversi.

    Quando Gesù dialoga con Pietro, e un po' battibecca, coglie l'occasione per raccontare anzitutto qualcosa di sé. In quei versetti in cui Gesù dialoga col il primo dei discepoli, fa capire chi è lui dentro quella lavanda; qual'è la sua intenzione; come si sta ponendo nei confronti dei discepoli; che cosa vuole ottenere, qual'è l'obiettivo di quei gesti di fronte a loro. E dunque, indirettamente, dice anche ciò che i discepoli devono disporsi a ricevere.

    La seconda spiegazione, quella conclusiva, potremmo dire che spiega che cosa un discepolo deve fare, a valle di quel gesto. Qui ci è spiegato chi è il discepolo; dentro la lavanda dei piedi e a partire dalla lavanda dei piedi.

    Che ci siano due interpretazioni immediatamente collegate al gesto, deve subito far accendere una lampadina. Le spiegazioni seguono delle incomprensioni. Quella di Pietro, ma possiamo immaginare che l'incomprensione non fosse solo sua ma di tutti; e che fossero un po' perplessi per il gesto che Gesù stava compiendo è evidente.

    Questo non dobbiamo prenderlo con disinvoltura; questo non è un testo in cui si deve entrare e pensare che sia il supermarket dei buoni consigli. Come a dire: come si fa ad essere un buon cristiano? Eh... bisogna servire gli altri!!. E allora uno parte e comincia a servire tutti. Non serve a questo il racconto della lavanda dei piedi. Non è una descrizione delle attività che bisogna intraprendere. Non è raccolta qui una specie di etica dell'imitazione, per la quale vengono descritti dei gesti, che, con la riproduzione fedele degli stessi, ci garantisce una vita buona. No! Non è tanto questo. Se fosse solo questo, i discepoli non avrebbero fatto gran che fatica a capire. Invece no! Colgono che quel gesto ha una portata simboliche, che non può essere lasciata cadere così facilmente. E la loro difficoltà a capire ci deve far pensare.

     

     

    Cosa dice di sé Gesù in questo gesto

     

    Allora siamo autorizzati a parlare della lavanda dei piedi, e dire che cosa è questo gesto, solo a partire dalle parole che Gesù dice di quel gesto. Lui è l'interprete delle proprie azioni, lui ci spiega che senso ha quel gesto, che valore ha, che ricaduta sulla nostra esistenza. E non siamo autorizzati ad attaccarci e ad aggiungerci altri significati, altre interpretazioni, altre letture.

    Perché qualche volta ci capita di farlo: penso quando si dice che i fratelli vanno serviti, perché questa diventa la maniera con cui poi ci si merita il paradiso. E dove lo troviamo qui questo significato?

    Oppure dire che questo è importante perché tutti dobbiamo servire gli altri, perché è importante che dobbiamo mortificare i nostri orgogli; e allora mettersi a servire è una buona occasione per mortificarci. Ma dove lo troviamo qui questo senso? Nulla qui parla di mortificazione. Qui Gesù sta mostrando un gesto che vivifica: sapendo queste cose sarete beati, non avrete la morte nel cuore, avrete la gioia nel cuore, quella piena. E mettersi a servire i fratelli non può essere considerata una penitenza mortificante. Qui ci è raccontato qualcos'altro.

    Ecco due esempi per far capire come può essere molto facile appiccicare altri significati a questo gesto, che invece chiede di essere interpretato a partire da ciò che Gesù dice di quel gesto.

     

     

    L'ora di Gesù, in cui la gloria di Dio risplende: l'ora del compimento

     

    Dunque entriamoci e ci soffermiamo su questa introduzione che Giovanni fa, nella quale mette elementi notevoli per interpretare il gesto. Innanzitutto le annotazioni cronologiche.

    Siamo in prossimità della Pasqua, anche se per Giovanni non è la cena di Pasqua, ma siamo in prossimità della Pasqua e dunque tutti i contenuti pasquali: il Dio che libera, il Dio che salva, che si allea e che cammina con il suo popolo. Tutti questi significati è chiaro che vengono richiamati.

    Ma l'annotazione più importante e decisiva è quell'altra che sfugge via: “Sapendo che era giunta la sua ora, di passare da questo mondo al Padre”. Questa ora non è casuale. È una espressione tipica di Giovanni. L'ora, secondo Giovanni, è quella della croce. È l'ora del momento in cui la gloria di Dio risplende, nell'amore che dà la vita per la vita degli altri. È quella in cui Gesù è innalzato, per attirare tutti a sé. Dunque questo tempo si colloca nella prospettiva di quell'ora.

    Vuol dire che questo gesto ci sta parlando della croce, e che questa è un criterio per leggere questo gesto della lavanda dei piedi. L'una e l'altro sono in dialogo e si illuminano reciprocamente. Lavare i piedi ai discepoli e il salire sulla croce, sono il medesimo movimento, contengono la stessa intenzione, parlano dello stesso desiderio.

    Questa ora è descritta con una definizione molto precisa: l'ora di Gesù non è l'ora della sofferenza, non è quella dell'eroico spirito di sacrificio; non è il momento in cui lui arriva al compimento della sua missione, perché arriva alla massima espressione dell'eroismo. No. Quell'ora è quella del compimento, perché Gesù torna al Padre. Il compimento della sua missione è il ritorno al Padre.

    È un modo per dire che dentro quel passaggio finale, c'è il sigillo del fatto che tutto ciò che ha vissuto, l'ha vissuto in strettissima comunione con il Padre; e quindi davvero nella sua carne, nei suoi gesti e nelle sue parole, noi vediamo un riflesso del Suo volto in pienezza.

    È straordinariamente provocante ascoltare la morte come un compimento! Ma solo perché c'è il Padre che attende, la morte può essere pensata in questi termini; altrimenti è fallimento.

    E pensare che il compimento della esistenza di Gesù, e non solo di Gesù, sia questo passaggio ultimo e definitivo, diventa anche il criterio per leggere quale è il senso del tempo che ci è dato di vivere. Il senso del vivere è una costante ricerca di comunione con questo Padre; è cercare di vivere le ordinarie scelte che facciamo, le possibilità che abbiamo, le doti che abbiamo in dono, le circostanze in cui siamo inseriti, come delle occasioni per vivere questa comunione con il Padre; e far sì che questa sia il criterio per affrontare quelle.

    Non si ama il prossimo per filantropia, che non è una brutta cosa, ma chi legge il vangelo, l'ascolta e lo crede, ama il fratello perché cerca la comunione col Padre, che è Padre anche di quel fratello.

     

     

    Il contesto di intimità e la sovranità di Gesù

     

    Il contesto in cui Gesù inizia ad attraversare la sua ora è quello di intimità. Siamo dentro una cena, un banchetto tra amici, tra uomini che hanno condiviso molto, che hanno fatto un cammino insieme, che hanno scelto di mettere in comune le loro esistenze, che hanno fatto delle scelte decisive a partire da una parola; e dunque il legame è molto profondo, intimo, caldo.

    Eppure, anche in un ambiente così, serpeggia colui che divide: il diavolo. Non serpeggia nell'etere, ma nel cuore di qualcuno. Giuda ha dentro di sé il seme del tradimento, messo dal diavolo.

    Fa specie pensare che in quella cena serpeggia il seme della divisione, del tradimento.

    C'è quindi da una parte una atmosfera molto consolante, ma dall'altra carica di drammaticità. Quasi a dirci che forse anche i contesti, che potremmo immaginare i più perfetti, i migliori dal punto di vista della sintonia della condivisione della comunione, della volontà di dedizione reciproca, sono esposti a questo rischio. Anzi sono proprio i contesti nei quali il seme della divisione può lavorare più severamente, duramente, più accanitamente.

    Ma su tutto questo regna la sovranità di Gesù. Lui entra nella sua passione non come uno che è in balia degli eventi. Il Gesù di Giovanni è un Gesù sovrano, che tiene le fila della vicenda. Sembra quasi un regista che muove le leve. Lo vediamo anche qui: da una parte Pietro che non vuole accettare che lui gli lavi i piedi, dall'altra Gesù che, invece, tiene in mano saldamente la situazione. Gesù entra così nella passione. Lo aveva già anticipato quando parlava di sé come il buon pastore e diceva: “nessuno mi toglie la vita, sono io che la depongo e poi me la riprendo, perché posso farlo, sono sovrano in questo”. Qui Giovanni ci ricorda che lui è sovrano sugli eventi; con questo “sapendo”, che viene detto due volte, ci dice una consapevolezza di Gesù: Lui sa che quella è la sua ora, sa che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, che era venuto da Dio e a lui ritornava. Gesù è consapevole e dunque responsabile e dunque sovrano di quel che capita.

    Questo dà ai gesti della lavanda una forza, una qualità di verità straordinaria. Non è qualcosa che viene fatto sullo slancio del momento particolarmente intenso. Tutt'altro; è un gesto accuratamente scelto, affatto casuale.

     

     

    Il contesto di un amore che giunge al culmine

     

    L'altro elemento di contesto è quello dell'amore che giunge al suo culmine. “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo Gesù li amò fino alla fine” . Qui non si sta parlando di una espressione quantitativa; si, anche : Gesù arriva a dare tutto potremmo dire così. Ma il senso è più che altro qualitativo, cioè Gesù ama in modo tale che non ci sia nulla dell'amore del Padre che non venga rivelato. Lui ama nel modo più estremo possibile dal punto di vista dell'intensità, della qualità dell'amore, di quella dedizione. Vuol dire che la coincidenza tra quello che Gesù sta facendo e il modo di amare del Padre è perfetta è piena; non c'è più nient'altro da vedere. Ci sarà la croce, ma abbiamo già detto che questo è un anticipo, che sta raccontando lo stesso gesto. E già qui sentiamo che l'amare di Dio è una amare che arriva sino alla fine; e viene da chiedersi ma che cosa è questa fine? Ma fin dove arrivi Signore? Quale è la portata del bene che vuoi per noi; a quali urti regge questo bene? C'è qualcosa che può minacciarlo, che può metterlo in crisi? Che lo manda in affanno? Che qualità ha questo amore? È un amore liberante o soffocante? Che amore è Signore questo ?

    Dentro il gesto la lavanda c'è il racconto di questo amore, ma già il segno della presenza di Giuda , raccontato proprio lì dove viene costruito il contesto dell'amore; “ il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradirlo e Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani”; l'estremo del male e l'estremo dell'amore; e stanno insieme. Ecco che cosa è quel “fino alla fine”. Dobbiamo immaginarlo proprio così: che l'abbraccio dell'amore di Dio avvolge anche il male più estremo. Quella sera i piedi sono stati lavati anche a Giuda, quando già in cuore aveva il seme del tradimento. Le mani di Gesù hanno stretto il tradimento, e non lo hanno rigettato, e non lo hanno colpito, e non gli hanno restituito pan per focaccia. Le mani di Gesù hanno tenuto tra le mani il tradimento e lo hanno custodito. È straordinario questo!

     

     

    Gesù si mette all'ultimo posto

     

    Giovanni passa a descrivere il gesto. È un gesto che prende da una pratica sociale, abituale: il lavaggio dei piedi veniva normalmente praticato, per consuetudine, all'inizio dei pasti e che aveva un set di valenze, di significati; e quello fondamentale era quello della accoglienza e dell'ospitalità: lo si faceva come gesto di affetto. Poi aveva delle valenze anche igieniche e anche di purificazione. Ma, innanzitutto, aveva il senso dell'accoglienza e dell'ospitalità.

    In genere lo praticava chi si trovava in condizione di inferiorità, rispetto a colui al quale veniva praticato; quindi poteva essere un servo; poteva essere una moglie al marito (considerato il contesto del tempo), poteva essere un figlio. In rarissime occasioni poteva essere il padrone, che voleva dare un segno di particolarissima predilezione per l'ospite.

    Il problema però è che Gesù non lo fa all'inizio del banchetto; lo fa a banchetto iniziato. È fuori tempo e fuori luogo. Quindi non può essere un gesto di accoglienza e basta; c'è qualcosa di più. C'è qualcosa di simbolico dentro quel gesto, evidentemente. I discepoli lo colgono, si lasciano interrogare, si lasciano inquietare e non capiscono quale sia il messaggio. Ma vedono che Gesù sta assumendo una posizione di inferiorità. Questo è il messaggio più chiaro: lui sta assumendo una posizione di inferiorità! Ma cosa significa che lui si ponga come inferiore rispetto ai discepoli? In che senso? Da che punto di vista? Che valore ha questo gesto?

    Il primo immediato valore è quello di ribaltare i criteri, ovviamente: c'è uno scambio dei ruoli.

    Pietro ce l'ha ben presente e infatti dice proprio così : “Signore tu lavi i piedi a me?” No Signore,

    non si fa! Non è il tuo ruolo; non funziona così nel mondo, non è questo il tuo posto; questa

    inversione dei ruoli è inaccettabile questa inversione di ruoli .

    Perché così crollano tutte le gerarchie, i sistemi che tengono il mondo , dove chi sta sopra decide,

    e chi sta sotto esegue; c'è un criterio di sottomissione che va dal più grande il maggiore al più

    piccolo. E non può essere il contrario, perché se lo fosse le non c'è più criterio, una linea; come ci

    si regola poi; come si fa stabilire chi viene prima e chi viene dopo; chi decide e chi obbedisce;

    come si fa a stabilire qualcuno che definisca le ragioni e i torti. Se i ruoli si invertono salta tutto.

    Ed è chiaro che il primo significato del gesto è esattamente questo: Gesù che è Signore e

    Maestro, che sa di esserlo, e lo ribadirà, sceglie di essere inferiore.

    Capite che se questo non è una recita per bambini, ma c'è una rivelazione del volto di Dio, vuol

    dire che io, se c'è un posto dove cercare Dio, devo guardare i miei piedi, capite?!?

    Dove sta Dio? Sta ai miei piedi; a far che? A prendersi cura di me.

     

    Quanto abbiamo raccontato di un Dio che pretende che stiamo ai suoi piedi; quanto abbiamo raccontato un Dio che, per muoversi a compassione, pretende che ci si inginocchi davanti a lui e ci si umilii. Voi ditemi che corrispondenza c'è tra quel Dio e questo?!? che corrispondenza c'è?

    Qui accade il contrario. Devo cercarlo in alto Dio? Come qualcosa che sta sopra di me? Che incombe sopra di me? No! Se cerco Dio, lo trovo ai miei piedi! Straordinario!!!

    Straordinario, ma talmente sconvolgente, talmente rivoluzionario, talmente diverso da ogni modo di pensare un Dio qualsiasi, che non si capisce. E Pietro non mi capisce.

     

     

    La strada della vita

     

    Allora ecco la prima interpretazione. Gesù la spiega in modo un po' particolare, non spiega innanzitutto il gesto, ma la prospettiva: “Quello che faccio ora tu non lo capisci, ma lo capirai dopo... “. C'è un punto dal quale partire, per comprendere quel gesto. Il dopo si intende: dopo la croce, dopo la resurrezione. Ecco perché siamo partiti dalla Pasqua. Ecco perché siamo partiti dal Risorto e poi siamo entrati nel sepolcro vuoto; e poi siamo passati dalla croce per arrivare qui. Perché se non sapessimo la Risurrezione, il silenzio del sabato, se non sapessimo la croce, che cosa capiremmo di questo gesto? Sarebbe un gesto un po' eccentrico, anticonformista.

    Ma qui non c'è nulla di ciò. Qui c'è la strada della vita: Pietro capirai dopo che questa è la strada della vita. E tu capirai che per entrare nella vita, si passa da questo mettersi ai piedi degli altri. Non la vita intesa come il paradiso. Il pieno della vita, nella vita piena che viene donata già qui; perché la beatitudine è una esperienza del presente e non solo del futuro. In una vita piena, ricca di significato, nella quale faccio l'esperienza di sentire il pieno dell'umanità che vivo, e del suo destino ultimo.

    A questo arrivo da che parte comincio? Da dove? Proprio mettendomi in ginocchio. Ma questo lo si capisce solo partendo dal sepolcro vuoto e ritornando all'indietro, altrimenti diventa retorica, un gesto romantico.

    Certe nostre narrazioni romantiche sentimentali della lavanda dei piedi, sono narrazioni che non contengono l'annuncio pasquale. Non posso trattare, come una piccola recita, un gesto il cui senso è rivelare la strada della vita.

    Quindi Gesù indica una prospettiva dalla quale partire, per guardare quel gesto.

    La resistenza di Pietro, secondo il classico modo di raccontare di Giovanni, quello dei dialoghi che procedono per malintesi (vedi la samaritana e Nicodemo e in molti altri casi) è la circostanza in cui l'evangelista arriva a precisare la prima interpretazione del gesto. Gesù sta parlando di sé, di qualcosa che Lui vuole insegnare ai discepoli. Il messaggio potremmo tradurlo in sintesi così:

    il rapporto tra voi e me è stabilito da una mia profonda, solidissima, indistruttibile volontà di bene e di salvezza: “Se non ti laverò non avrai parte con me”. Io, invece, voglio che tu abbia parte con me, e il tuo stare con me esiste, accade e c'è per mia volontà. E la tua comunione con me è garantita dalla mia volontà su di te. Il tuo essere discepolo, il tuo camminare con me, il condividere il mio destino, il tuo condividere l'amore che io insegno, il tuo poter condividere la gioia che io dono, non vengono da un tuo merito, da una tua capacità, dalla tua prontezza ad essere all'altezza; vengono dalla mia volontà. E la tua gioia e la tua beatitudine, la tua pienezza di vita, ci sono perché io le voglio, e non voglio altro che questo. Lascia che io te la doni Pietro.

    Maestro questo vuol dire perderti?” Gli chiederanno durante la cena? Ma e necessario che io vada, sarà la sua risposta. Perché è proprio il dono della vita mia che permetterà, una volta donata, questa comunione così inscindibile. Perché il dono è dono, e sarà per sempre!

    E allora Pietro di buon grado con un altro mezzo malinteso “Allora lavami tutto” si lascia lavare i piedi e Gesù completa il gesto con tutti gli altri discepoli.

     

     

    Poiché io ho lavato i piedi, potete farlo anche voi

     

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    Da ultimo Gesù propone anche un secondo pensiero interpretativo del suo lavare i piedi: che descrive quello che i discepoli devono fare; ciò che tocca a loro.

    Il punto di partenza è la memoria che lui è Signore e Maestro: “Sapete che cosa vi ho fatto? Voi mi chiamate Signore e Maestro e dite bene perché lo sono”. Dunque, quel cesto di mettersi in ginocchio, non ha diminuito di un millimetro la sua autorevolezza, la sua grandezza, la sua signoria; assecondando il tema di Giovanni, dovremmo dire la sua regalità, la sua sovranità . Non l'ha diminuita, anzi ne è la piena espressione.

    Dunque il punto di partenza è questo: una autorevolezza che non è sminuita per nulla. E il criterio che Gesù offre è quello della imitazione dal più grande al più piccolo. Se io .. anche voi dovete fare lo stesso.

    Questo questo è evidentemente il simbolo di un fare più grande; non si tratta di lavare i piedi, non si tratta di fare i piaceri alle persone; questo è un tradurre il gesto in un momento sentimentale.

    Certo il voler bene alla gente passa anche dal fare i piaceri e dall'aiutare le persone; ma qui c'è qualcosa di più profondo, evidentemente. Quel lavare i piedi è simbolo di una fare più fondamentale: il fare l'amore che dà la vita. Ecco qual'è il senso di quel mettersi ai piedi: prendo la mia vita e la metto nelle tue mani; perché sento che la tua vita è parte della mia storia; e allora la mia vita è al servizio della tua.

    Quello che Gesù invita a fare è questo servizio umile che rifiuta ogni potere, ma che vive di dedizione all'altro, perfino di subordinazione!

    Qui appunto, come anticipavo, non c'è un'etica della imitazione, il bisogno di semplicemente ripetere i gesti; qui c'è l'annuncio che viene fondato qualcosa di nuovo! Potremmo tradurlo così: poiché io l'ho fatto, adesso potete farlo anche voi; vi sto aprendo una strada; io pongo le condizioni affinché voi possiate fare lo stesso! Voi potete fare questo, non per un motivo qualsiasi, ma perché l'ho fatto io. Il gesto che io ho compiuto e la croce che io affronterò è il fondamento del vostro farvi servi, del vostro dare la vita.

    Qui non si tratta di imitare dei gesti, qui si tratta di radicarsi dentro l'amore di Cristo; di andare ad immergere la propria vita e di radicarla; di farla diventare il punto da cui estrai la linfa, il nutrimento, il senso, la forza dentro l'amore di Cristo. Se così non fosse, il servizio diventa una recita, diventa una rappresentazione, bella magari, affascinante, consolante, ma solo rappresentazione.

    Il vangelo non ci chiede di fare una rappresentazione; che ci importa della rappresentazione!

    Il Vangelo ci vuole dare vita, sempre e nuovamente. E come si fa a entrare dentro quella vita? Ecco, appunto, non mettendosi e preoccupandosi di fare centomila attività, gesti che richiamino questo! No! Cercando altro innanzitutto: il radicarsi nell'amore di Cristo. Nella misura in cui io imparerò a saperlo, a contemplarlo, a intuirlo, ad amarlo, allora in me nascerà la coscienza, la libertà, il senso, lo spirito del servo. E il servire gli altri non potrà essere occasione di frustrazione, di ricerca di riconoscimento, di quel malanimo che ogni tanto senti anche nei nostri ambienti, di chi magari per anni fa un servizio e poi si lamenta perché nessuno glielo riconosce.

    Ma chi si radica dentro quell'amore ha come primo dono quello della beatitudine; la beatitudine che non è, innanzitutto, assenza di turbamento (in quella cena c'era un tradimento), non è innanzitutto assenza di fatica. Eh sì, il Signore mi sta dando beatitudine perché io, nel servire i fratelli, non faccio neanche un po' di fatica! Beh mi auguro che la beatitudine evangelica sia un po' di più di questo. Per essere sereno e non sentir troppa fatica ci son mille tecniche psicologiche per contenerla.

    Piuttosto, quella beatitudine è la percezione che quel mio farsi servo, quel mio dar forma alla mia vita come servo, non è mai senza significato. Anzi che la mia vita proprio in quello trova un senso e uno spessore, che in nessun altro modo riesci a trovare. Questa è la beatitudine evangelica: una profonda esperienza di senso; che ripeto, può conoscere il turbamento, la difficoltà, la fatica, l'affanno, perfino l'afflizione, ma non il senso di disperazione ultimo. Ecco è così che l'amore che si fa servo può stare al sicuro, può attraversare anche tradimenti, dolori, umori, limiti personali, ma quando è radicato in Cristo, e non è solo una rappresentazione del farsi servo, conosce la beatitudine e sperimenta la gioa della vita piena.

     

     

     

  • 13/03/2020   Marzo

    Quinto Giorno - Le Palme

    Saluto

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    Preghiera iniziale dal profeta Isaia (62, 1-4. 11-12)
    1 Per amore di Sion non tacerò,
    per amore di Gerusalemme non mi darò pace,
    finché non sorga come stella la sua giustizia
    e la sua salvezza non risplenda come lampada.
    2 Allora i popoli vedranno la tua giustizia,
    tutti i re la tua gloria;
    ti si chiamerà con un nome nuovo
    che la bocca del Signore indicherà.
    3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
    un diadema regale nella palma del tuo Dio.
    4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
    né la tua terra sarà più detta Devastata,
    ma tu sarai chiamata Mio compiacimento
    e la tua terra, Sposata,
    perché il Signore si compiacerà di te
    e la tua terra avrà uno sposo.
    11 Ecco ciò che il Signore fa sentire
    all'estremità della terra:
    «Dite alla figlia di Sion:
    Ecco, arriva il tuo salvatore;
    ecco, ha con sé la sua mercede,
    la sua ricompensa è davanti a lui.
    12 Li chiameranno popolo santo,
    redenti del Signore.
    E tu sarai chiamata Ricercata,
    Città non abbandonata».

    Dal Vangelo di Matteo


    Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi,
    il Signore Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito
    troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi
    dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora
    questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia
    di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da
    soma». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e
    il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i

    propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla stra-
    da. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Be-
    nedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». (Mt 21, 1-9)

    L’ordine ai discepoli
    Arrivare a Gerusalemme dalla lettura dell’intero Vangelo e, in particolare, da quella del cap. 20 in

    cui è contenuto il terzo annuncio della Passione, non è un arrivo come gli altri. La città è già stata in-
    trodotta da Matteo come il luogo del rifiuto, dello scontro, della morte e resurrezione.

    Quel che Gesù si trova di fronte non è solo una città, ma la conclusione del suo cammino di vita
    terrena, il compimento del suo destino, la realizzazione del disegno di salvezza del Padre suo.

    Vi arriva da Betfage e dal Monte degli Ulivi che sta a oriente di Gerusalemme, luogo da cui, se-
    condo Zaccaria, sarebbe giunto il Signore nel giorno della sua venuta.

    Da qui, Gesù sembra assumere il controllo degli eventi, poiché quel che segue avviene per suo or-
    dine. Sembra anche conoscere in anticipo e in modo straordinario quel che verrà poi, dando disposi-
    zioni di conseguenza.

    Prevede perfino un obiezione del padrone del animali alla quale dà mandato di rispondere facendo
    leva su due elementi: il titolo che si attribuisce e la promessa che segue la richiesta.
    Lo schema ordine-esecuzione, tipicamente biblico, mette in evidenza Gesù come colui che entra
    dentro i giorni della sua Passione non come chi è in balia degli eventi, ma come chi sta governando la
    regia della storia della salvezza.

    Colui che chiede in prestito le due cavalcature è il kyrios, il Signore che dominerà un giorno il cie-
    lo e la terra (cfr. 28, 18 «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra...») e che sembra poter di-
    sporre dei beni altrui come fa un re con i propri sudditi.

    In effetti, Gesù manifesterà la sua sovranità ma questa apparirà con caratteristiche inaudite e che
    già sono anticipate nella promessa di restituzione delle due bestie da soma.

    La citazione biblica
    Lo schema ordine-esecuzione è interrotto dalla citazione di compimento di cui Matteo non precisa
    la provenienza ma che sappiamo essere la fusione di due versetti provenienti da due diversi profeti: Is
    62, 11 (l’invito ad annunciare a Gerusalemme - figlia di Sion - la venuta del Messia) e Zc 9, 9
    (l’annuncio vero e proprio dell’arrivo del Signore).
    La parola chiave della citazione che diviene fondamentale nell’interpretazione dell’episodio è il
    termine praus, aggettivo dalle varie sfumature che significa fondamentalmente «benevolo, mansueto,
    gentile» e che troviamo qui tradotto con «mite».

    La scelta di Matteo è molto precisa e di indiscutibile chiarezza: lo stile del Messia atteso è non vi-
    olento e pacifico. L’espressione non deve far pensare a un sinonimo di debolezza intesa come inconsi-
    stenza, incapacità di “governare”, mancanza determinante di forza. Piuttosto nell’uso adeguato della

    forza, nel rifiuto dell’abuso del potere, nella scelta di orientare, anzi, sottomettere la propria potenza al
    bene e al servizio dell’altro.
    La tipologia della cavalcatura scelta ha sostanzialmente la funzione di evidenziare questo carattere
    del re che viene. Non sceglie il cavallo che, a quel tempo, era considerato a tutti gli effetti una “mac-

    china da guerra”, non sceglie la mula che era cavalcatura regale, sceglie una bestia da soma, un ani-
    male da lavoro che era diffuso nell’ordinario utilizzo della gente.

    Risuona immediatamente Mt 11, 29: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
    darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
    troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»; come anche la

    beatitudine della mitezza, quella di chi ha in dote il “governo” della terra poiché condivide lo stile di-
    vino.

    Gesù manifesta la sovranità del Padre, il Regno di Dio presente, che ha la caratteristica di dare vi-
    ta non di toglierla, di dare respiro non di soffocare, di sollevare pesi non di imporli. Soprattutto si ma-
    nifesta come forza dolce e discreta eppure tenace, dal carattere non straordinario ma feriale, familiare

    e confidente, niente affatto dominante.

    L’esecuzione dell'ordine
    Matteo preferisce sottolineare l’obbedienza dei discepoli piuttosto che il preciso realizzarsi delle
    parole di Gesù.

    Portano a Gesù le due cavalcature, le coprono con i mantelli perché Gesù vi monti sopra. Il parti-
    colare della doppia cavalcatura rende difficile la lettura della scena. Come può essere salito su en-
    trambi?

    Ma Matteo è scrittore dai dettagli poco affidabili e non val la pena tentare di immaginarsi la sce-
    na, bensì cogliere la valenza evangelica del gesto profetico che Gesù compie.

    Non si tratta di una “marcia su Gerusalemme” alla conquista del regno perduto, nemmeno della
    parata trionfale in cui far sfoggio delle proprie forze. Non si sono apparati, strutture, autorità schierate.
    È l’esatto opposto di una parata militare, figuriamoci di una campagna... Almeno nelle intenzioni di
    Gesù, per come l’evangelista le tratteggia.
    D’altra parte, costui che viene è il Re.

    La reazione della folla.
    La folla è straripante e festante, facendo così da contraltare alla città, alla quale porta l’annuncio
    dell’ingresso del Figlio di Davide. Gerusalemme rappresenta ormai il rifiuto e la chiusura alla Parola
    di Dio, il luogo dell’Israele testardo, il teatro della morte del Messia.

    La gente rende omaggio a Gesù riconoscendone la nobiltà con il gesto eloquente di stendere man-
    telli sulla strada. Così si faceva per rendere onore al re di passaggio evitandogli di dover mettere i pie-
    di a terra e anche qui Matteo rende poco immaginabile la scena dal punto di vista della verosimiglian-
    za: possibile immaginare tutto il tragitto coperto di vesti? E se già cavalcava l’asino che bisogno ave-
    va di non poggiare i piedi a terra?

    In ogni caso, l’obiettivo della scena è ricordare le manifestazioni di gioia che accompagnavano il

    re al suo ingresso in città. Anche il gesto di deporre fronde a terra o lanciare fiori al passaggio era abi-
    tudine consueta e diffusa in occasione della visita di sovrani o nobili.

    Le folle gridano acclamazioni e canti di giubilo al Figlio di David, intonando l’«Osanna» (lette-
    ralmente «Aiuta!», ma l’uso cristiano ne fece presto un grido di salvezza) e lo salutano con

    l’espressione che i sacerdoti rivolgevano ai pellegrini sulla porta del Tempio, presa dal Salmo 117.
    Nella sostanza riconoscono a Gesù un ingresso da Messia, intendendolo però, ovviamente, secondo la

    concezione messianica tradizionale, cioè come colui che avrebbe ristabilito il regno di Israele portan-
    do un’epoca di prosperità e pace.

    Matteo però ha già descritto un altro volto del Messia e i lettori ne sono consapevoli, non potendo
    esimersi dal riconoscere che si tratta di tutt’altro: Gesù si è dedicato a curare gli infermi, ad assistere i
    poveri, a perdonare i peccatori, ad ammaestrare il popolo sbandato e senza guida.
    Il suo ingresso come Messia è una provocazione.


    Preghiera conclusiva


    Ti chiediamo, Signore Gesù,
    di guidarci in questo cammino
    verso Gerusalemme e verso la Pasqua.
    Ciascuno di noi intuisce che tu,
    andando in questo modo a Gerusalemme,
    porti in te un grande mistero,
    che svela il senso della nostra vita,
    delle nostre fatiche e della nostra morte,
    ma insieme il senso della nostra gioia
    e il significato del nostro cammino umano.
    Donaci di verificare sui tuoi passi
    i nostri passi di ogni giorno.
    Concedici di capire, come tu ci hai accolto con amore,
    fino a morire per noi.
    Solo allora potremo vivere nel tuo mistero pasquale,
    andando per le strade del mondo
    non più come viandanti
    senza luce e senza speranza,
    ma come uomini e donne
    liberati della libertà dei figli di Dio.

  • 12/03/2020   Marzo

    PREGHIERA ( Da Suor Sara Isella )

    Amici Carissimi

    in questo momento di sgomento per quello che sta succedendo nella 
    nostra amata nazione abbiamo pensato di raggiungervi con poche
    parole, per farvi sentire la nostra vicinanza.
    Probabilmente ciascuno di voi sta sperimentando una clausura
    forzata, che in qualche modo vi accomuna a noi! Come sempre ci è
    dato di scegliere come vivere ogni situazione: possiamo disperarci o
    possiamo provare a entrare nella verità di questo momento.
    Le domande che nascono nel cuore sono tante: quando finirà?
    Quanti ce la faranno a uscire dalla malattia? Quale futuro ci aspetta
    in seno al tema economico e sociale che subirà probabilmente delle
    ripercussioni serie?

    Forse a un livello più profondo qualcuno si domanda il perchè di tutto questo? Cosa sta dicendo alla
    nostra storia questa fermata inattesa?
    Quanta debolezza c'è nelle nostre vite se basta un virus a scombussolarle in maniera così grande?
    Non ci sono risposte da dare in queste momenti, ci sono domande e silenzi da condividere.
    Come potrete immaginare abbiamo aggiunto alla nostra quotidiana preghiera dei momenti di
    Adorazione eucaristica in più; portiamo davanti all'immagine della Madonna delle Grazie l'umanità
    intera chiedendo che si fermi presto questa prova.
    È naturale per noi pensare a quello che fece s. Chiara di fronte all'incombere del flagello dei
    saraceni, o di fronte alle truppe di Vitale d'Aversa che voleva espugnare la città di Assisi.
    La sua unica arma fu l'eucaristia; il suo sostegno la preghiera: “Carissime figlie, da questa città,
    ogni giorno riceviamo molti beni; sarebbe grande empietà se al momento della necessità non le
    venissimo in soccorso come possiamo... Andate da nostro Signore e con tutto l'affetto implorate la
    liberazione della città”.
    Andate da nostro Signore: risuonano in noi queste parole, vorremmo che risuonassero anche in voi,
    nelle vostre famiglie, nelle vostre case, nei luoghi di lavori che ancora potete varcare.
    È quello che noi stiamo cercando di fare, obbedendo alle parole della madre s. Chiara che sono
    sempre attuali di fronte ad ogni nemico che la storia porta con sé.
    Sentiteci vicine con la preghiera, unitevi a noi con le preghiere semplici dei bambini, con quelle
    piene di domande dei giovani, con quelle mature degli adulti e quelle colme di abbandono degli
    anziani.
    Soprattutto non lasciamoci portare via la speranza, non lasciamo che la disperazione alberghi il
    nostro cuore, ma volgiamo lo sguardo fiducioso al Crocifisso che in questo tempo di quaresima
    dovrebbe stare davanti ai nostri occhi.
    Vi vogliamo bene e ci sentiamo unite a tutti voi nel condividere la medesima situazione. Oggi forse
    più che mai.
    Ringraziamo soprattutto tutti coloro che si spendono per gli altri in ambito sanitario e sociale.
    Il Signore ci benedica tutti, benedica le vostre famiglie, tanga lontano il pericolo; la Vergine Madre
    interceda per tutti.
    vi abbracciamo con affetto

    Le vostre sorelle clarisse
    di s. Agnese
    (Suor Sara Isella)

  • 12/03/2020   Marzo

    Quarto Giorno - Giovedì Santo

     

    QUARTO GIORNO - GIOVEDI' SANTO

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    Saluto


    Preghiera iniziale dal salmo 40
    2 Beato l'uomo che ha cura del debole,
    nel giorno della sventura il Signore lo libera.
    3 Veglierà su di lui il Signore,
    lo farà vivere beato sulla terra,
    non lo abbandonerà alle brame dei nemici.
    4 Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
    gli darai sollievo nella sua malattia.
    5 Io ho detto: «Pietà di me, Signore;
    risanami, contro di te ho peccato».
    8 Contro di me sussurrano insieme i miei nemici,
    contro di me pensano il male:
    9 «Un morbo maligno su di lui si è abbattuto,
    da dove si è steso non potrà rialzarsi».
    10 Anche l'amico in cui confidavo,
    anche lui, che mangiava il mio pane,
    alza contro di me il suo calcagno.
    11 Ma tu, Signore, abbi pietà e sollevami.

    Dal Vangelo di Giovanni

    Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al
    Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano,
    quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù
    sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,si
    alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò
    dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di
    cui si era cinto.Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?".
    Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo". Gli disse Simon
    Pietro: "Non mi laverai mai i piedi!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me".
    Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.Soggiunse Gesù:
    "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi,
    ma non tutti". Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete mondi”.Quando
    dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi
    ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e
    il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato
    infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo
    non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo
    queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.

    La vita pubblica di Gesù è terminata; qui lo vediamo nascosto agli occhi di chi non l'hanno accolto
    che lo rivedrà solo dopo l'arresto. Il popolo, nell'insieme, non ha creduto alla sua parola, ma un
    piccolo gruppo si è legato a Gesù, coloro che "il Padre gli ha dato", quelli che hanno creduto in Lui.
    A costoro Gesù fa dono del proprio testamento, prima di salire al Padre.
    Nell'imminenza delle feste pasquali Gesù condivide una cena (che per Giovanni, però, non è quella
    di Pasqua) durante la quale, attraverso un lungo e complesso discorso d'addio, introduce i suoi al
    senso di ciò che sta per compiersi in Lui e che sarà raccontato nei capitoli successivi alla cena.
    Nel consegnare i suoi ultimi pensieri, Gesù fonda la Comunità dei suoi discepoli, coloro che
    credono in Lui e nella sua missione. Il gesto della Lavanda dei piedi - che commentiamo - precede i
    discorsi d'addio e stabilisce il criterio fondamentale che deve regolare la comunità di coloro che
    seguono la sua parola.
    L’allontanarsi del traditore al termine del gesto della Lavanda è parte integrante di questa
    fondazione del gruppo dei discepoli che, significativamente, nasce con una spaccatura.
    Il capitolo 13 inizia con una frase maestosa che occupa i primi quattro versetti e che, con il suo
    carattere solenne e imponente, costituisce il portale d'ingresso dei grandi discorsi che seguono e dei
    fatti che ne compiranno il senso. In maniera particolare, il primo versetto si distacca dai seguenti,
    legati alla circostanza della cena, reclamando il ruolo di vero e proprio "punto prospettico" e
    mettendo gli eventi pasquali interamente sotto la luce del ritorno di Gesù al Padre e dell'amore
    estremo di Gesù per i suoi.
    Nel primo versetto ci sono due notazioni cronologiche: una ”esterna” e una ”interna” alla vicenda di
    Gesù.
    La prima è il riferimento alla Pasqua, con tutta la portata teologica, storica e simbolica che porta
    con sé; la seconda è “l‘Ora” di Gesù, espressione tipica di Giovanni per indicare la sua
    glorificazione che qui viene declinata come passaggio dal mondo al Padre.
    Di questa seconda circostanza temporale Gesù sembra avere piena e perfetta consapevolezza, da
    non intendersi come semplice conoscenza ma come un passaggio che egli” comprende” (prende
    dentro di sé, abbraccia, integra...) a partire dal proprio rapporto con il Padre. Una comprensione
    ”teologica” che dà dunque al dramma che sta per compiersi un‘intensità e uno spessore salvifico
    unici e che interpreta la morte di Gesù come ”ritorno”.
    C’è una terza notazione che descrive l‘orizzonte dentro il quale ciò che sta per accadere è già stato
    collocato: l‘amore di Gesù per i suoi. Questi ultimi, sono certo da intendersi come tutti i destinatari
    della rivelazione, ma in modo particolare come coloro che hanno accolto la sua Parola e
    costituiscono l‘insieme del suo gregge.
    Determinante è però che il ministero del Maestro venga ricapitolato in un‘opera d‘amore che ora
    viene portata al suo estremo. Ciò non è da intendersi solo in termini quantitativi - Gesù ama fino a
    dare la vita - ma anzitutto in termini qualitativi: Gesù mette definitivamente a parte i suoi della
    qualità più alta dell‘amore, lo stesso con cui il Padre ama Lui e ama il mondo inviandovi il Figlio.
    C’è una seconda introduzione, dopo quella solenne del primo versetto, che introduce gli attori
    principali della cena: Gesù e l‘Avversario. Non si tratta della cena di Pasqua, dunque il senso del
    pasto va colto dentro i significati tipici complessivi della cultura semitica: un‘occasione non solo di
    condivisione di cibo ma soprattutto di pensieri e sentimenti, una convivialità profonda di carattere
    sociale e spirituale il cui obiettivo ultimo era creare un‘intima comunione tra i presenti. E ‘da
    ricordare che il pasto era frequentemente il contesto delle grandi alleanze, come quelle tra isacco e
    Abimelek, Giacobbe e Labano, Jahvè stesso con Mosè e gli anziani di Israele.
    In un simile contesto, la presenza di un traditore è ancor più intollerabile. Per Giovanni però c’è in
    gioco ben di più che un semplice tradimento, c’è all‘opera il diavolo - il ”divisore” - di cui Giuda è
    strumento.

    Ora che lo sfondo è stato predisposto, l‘azione può incominciare.
    Il gesto del lavare i piedi era usuale nell‘antico vicino oriente e metteva in gioco diversi valori e
    significati, a seconda di chi lo svolgeva e di quando veniva fatto: accoglienza e ospitalità, inferiorità
    di condizione sociale, espressione di affetto, ma anche pratica igienica e abluzione rituale. Il fatto
    che Gesù lo compia durante il pasto - cioè fuori tempo e fuori luogo - indicano che l‘obiettivo del
    gesto è singolare: sta comunicando qualcosa, evidentemente l’inversione dei ruoli: lui si mette sotto
    i discepoli.
    La simbolicità dell‘azione mantiene però una sua enigmaticità che i discepoli non decodificano
    immediatamente, richiedendo la spiegazione da parte di Gesù.
    C’è distanza tra il discepolo - tra tutti i discepoli - e il Maestro, il quale tenta ripetutamente di
    colmare il distacco dapprima rassicurando, poi annunciando un senso recondito, infine dichiarando
    che quel gesto è la via della piena e perfetta comunione con lui.
    Il desiderio di appartenere al Maestro smuove Pietro il quale cade però nel malinteso di considerare
    la lavanda al pari di un ulteriore rito di purificazione. Ma non si tratta evidentemente del senso
    autentico. Le azioni di Gesù sono sotto la doppia luce del tradimento e del ritorno al Padre: la
    lavanda dei piedi traduce dunque plasticamente un atteggiamento di servizio senza riserve, che sarà
    comprensibile solo a partire dalla Pasqua e che è indispensabile perché il discepolo divenga
    partecipe della stessa vita del Maestro.
    Lavare i piedi ai Dodici anticipa il dono di sé sulla Croce e la sfumatura di ospitalità indica che quel
    dono di sé è partecipazione ai suoi della Sua dimora autentica, la relazione con il Padre.
    Compiuto il gesto, Gesù ordina ai discepoli di seguire il suo esempio, espressione che nell‘originale
    greco contiene un senso teologico di rivelazione. Il Padre mostra al Figlio ciò che fa, come Gesù
    mostra ai discepoli la sua opera. Il Figlio è generato dal vedere le opere del Padre, come i discepoli
    sono generati dal contemplare il gesto di Gesù. Potremmo tradurre: ”Agendo così vi dono di agire
    allo stesso modo”.
    Ciò di cui si parla, lo ribadiamo, è un servizio reciproco senza riserve.
    Il discepolo deve passare allora alle vie di fatto e ciò è la porta di ingresso della beatitudine
    evangelica, a condizione che tutto nasca dall‘accoglienza interiore della rivelazione manifestata nei
    gesti del Maestro.

    Preghiera conclusiva


    Signore Gesù,
    tu hai scelto di essere un Dio inginocchiato
    davanti alla tua creatura nel gesto della lavanda dei piedi,
    aiutaci a comprendere la potenza trasformante
    che scaturisce da questa tua tenerezza.
    Avvolti e condotti dalla dolcezza di questo tuo amore,
    insegnaci a incontrare, a sorprendere ogni persona,
    tanto da ingenerare in lui il "dubbio"
    di essere qualcuno a cui voler bene,
    di essersi lasciato voler bene.
    Spirito dell'amore,
    donaci di diventate tessitori sapienti e pazienti di incontri,
    servi senza pretese, amanti del tempo che Dio dedica a ciascuno,
    e del tempo che ciascuno prende per muoversi

    e tornare incontro al Padre.
    E quando i fratelli, Signore,
    diventati "grandi" prenderanno congedo da noi,
    incamminandosi ognuno per la propria strada,
    proprio allora noi, sapremo di aver contribuito
    alla possibilità di raggiungere

  • 11/03/2020   Marzo

    Terzo Giorno - Venerdi Santo

    Terzo Giorno - Venerdì Santo

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    Saluto
    Preghiera iniziale dal salmo 21 (22)
    2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
    Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
    sono le parole del mio lamento.
    3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
    grido di notte e non trovo riposo.
    4 Eppure tu abiti la santa dimora,
    tu, lode di Israele.
    5 In te hanno sperato i nostri padri,
    hanno sperato e tu li hai liberati;
    6 a te gridarono e furono salvati,
    sperando in te non rimasero delusi.
    10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
    mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
    11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,
    dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

    Dal Vangelo di Luca

    32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.33Quando
    giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
    34Gesù diceva: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Poi dividendo
    le sue vesti, le tirarono a sorte.35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo:
    "Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto". 36Anche i soldati lo deridevano,
    gli si accostavano per porgergli dell'aceto 37e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva
    te stesso". 38Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei". 39Uno dei malfattori
    appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!". 40L'altro invece
    lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?
    41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece
    non ha fatto nulla di male". 42E disse: "Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno".
    43Gli rispose: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso". (Lc 23, 32-43)
    32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
    Luca prepara il terreno alla crocifissione e al dialogo che avverrà sul Calvario, consentendo anche
    di vedere compiuta la profezia per cui Gesù sarebbe stato annoverato tra i fuorilegge («Perché io vi
    dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto
    quello che mi riguarda volge al suo compimento» Lc 22, 37 citando Is 53, 12).
    Non si tratta di due «ladri» o «briganti» (λῃστής), termine applicato ai ribelli ostili alla dominazione
    romana, bensì di «malfattori» (κακούργους) letteralmente «coloro che operano il male, che lavorano
    per il male».
    Colpisce che Luca parli di «altri due malfattori», attribuendo indirettamente Gesù alla stessa categoria.
    Egli, pur innocente, viene incluso nella risma dei criminali.
    Già lo pseudo processo davanti a Pilato aveva sottolineato con grande forza, proprio per le parole
    del procuratore romano, l’innocenza del Cristo e l’assenza di qualsiasi elemento che lo accomunasse a
    un criminale.
    Nonostante la radicale distanza, Egli diviene uno di loro, fino a condividerne la sorte.
    Se l’innocente perisce insieme al malvagio, allora è il fallimento e la negazione anzitutto della
    giustizia umana, incapace di distinguere il giusto dall’empio e in definitiva incapace di “salvare”, ma
    apparentemente anche di quella divina, se guardata come proiezione del giudizio umano.
    Se però quell’innocente è il Figlio di Dio, nella sua morte ingiusta c’è il seme dell’annuncio di
    un’altra Giustizia che supera quella umana e che è molto di più del semplice stabilire il diritto
    dell’innocente, e che tantomeno ha come relativa conclusione l’immediato annientamento dell’empio.
    33Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra
    e l'altro a sinistra.
    Il nome deriva dalla forma della collina che ricordava una testa.
    Stavolta Luca non parla più di tre malfattori, ma di due più Gesù. Sono disposti al suo fianco e la
    loro posizione ci induce a distinguerli subito in uno buono e uno cattivo, essendo già al tempo di Luca
    la destra e la sinistra connotate l’una positivamente e l’altra negativamente (cfr. parabola del giudizio
    di Mt).
    La scena è rapidissima e l’evangelista ci fa correre via dai gesti cruenti del rituale, proiettandoci
    immediatamente sulle parole del dialogo che viene sulla croce e attorno ad essa.
    È da notare l’eleganza del racconto che non contiene alcuna morbosa insistenza sui dettagli della
    tortura, sui temi del dolore, dell’eroica sopportazione che così tanto frequentemente riempiono le riflessioni
    attorno al supplizio di Gesù sul patibolo.
    Non era necessario, poiché a quel tempo era cosa ben nota la morte per crocifissione. Però è certamente
    da cogliere il fatto che Luca spinge la riflessione e l’attenzione in tutt’altra direzione che è
    bene raccogliere e rispettare.
    34Gesù diceva: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Poi dividendo le
    sue vesti, le tirarono a sorte.
    La frase ha fatto a lungo discutere gli esegeti circa la sua autenticità, portando molti a considerarla
    un inserimento successivo poiché in parecchi manoscritti non la si trova presente.
    È da considerarsi invece un vero e proprio tratto lucano, un ricamo nel quale si riconosce la mano
    dell’evangelista e la sua teologia: il perdono dei peccati come offerta di salvezza; la misericordia del
    Padre verso ciò che è perduto; l’amore per il nemico; il tema dell’ignoranza dei Giudei.
    Gesù «continuava a dire», come una litania ripetuta senza sosta. Non è l’esclamazione di un momento,
    ma l’emergere di un atteggiamento interiore stabile che Gesù ripropone senza sosta. È un habitus
    vero e proprio.
    Nella preghiera al Padre invocato come nel Padre nostro, scusa i suoi aguzzini con l’ignoranza.
    Dice di loro che non sono consapevoli, non vedono le azioni che stanno compiendo, sono in qualche
    modo accecati e incapaci di rendersi conto della portata delle loro azioni.
    La divisione delle vesti richiama biblicamente l’immagine del giusto sofferente del Sal 21(22). Lo
    scandaloso, l’inguardabile e l’inconcepibile sono inseriti dentro il disegno di Dio, o meglio, ne sono
    riconosciuti come parte integrante.
    Il Signore è un crocifisso e in quel crocefisso c’è l’immagine di Dio. Non è scontato ripeterselo!
    35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: "Ha salvato altri! Salvi se
    stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto". 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per
    porgergli dell'aceto 37e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". 38Sopra di lui c'era
    anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei".
    Il popolo viene riabilitato. Solo per un attimo sembra avere ceduto, durante la comparizione davanti
    a Pilato. Lungo il cammino verso il Calvario non ha espresso alcuna ostilità e ora assiste
    all’esecuzione della condanna, in silenzio.
    Luca attribuisce al popolo due azioni - «resta» e «osserva» - con sfumature particolari. La prima
    indica un rimanere stabile e perseverante davanti al Crocefisso, un permanere con determinazione e
    senza rassegnazione. La seconda invece suggerisce l’idea della contemplazione, cioè uno sguardo rivolto
    a Gesù carico di riflessione e concentrazione tesa a cogliere il senso dell’evento.
    Gesù era già stato accusato di essere un falso profeta (22, 63-65), ora viene attaccato come usurpatore
    del titolo di Messia. Per tre volte viene insultato e schernito in modo aggressivo e violento (così
    il tono dei verbi originali) a partire dalla sua pretesa di essere il Cristo di Dio.
    Non è difficile riascoltare la voce di Satana nelle tre tentazioni, pur senza insistere troppo sul parallelo.
    Là veniva messa in discussione la sua identità di Figlio e veniva direttamente attaccato il rapporto
    con il Padre: «Se sei Figlio…». Qui viene provocato più sulla missione, sul suo essere salvatore
    del popolo, sul manifestarsi come Re Liberatore, l’Unto di Dio e soprattutto sul modo in cui ha pensato
    di incarnare tutto ciò.
    Nel deserto aveva risposto con la Scrittura, qui lo fa in altro modo: stando simbolicamente tra due
    malfattori, non reagendo alle provocazioni, domandando pietà per loro, donando il paradiso al ladro
    pentito.
    Il tema dell’essere il Cristo/Re emerge con forza dalle accuse e anche dal ”titulus crucis”. Val la
    pena confrontare l’idea che ne hanno capi e soldati con quella che ne ha Gesù.
    I capi riconoscono che ha salvato altri. Paradossale prova che viene ucciso avendo fatto del bene.
    Davvero in lui si era visto in modo tangibile e concreto un principio di salvezza all’opera: il Regno dei
    Cieli (la paternità amorosa e salvifica di Dio) era passato attraverso le sue mani.
    Gli chiedono come segno dimostrativo il gesto di salvare se stesso. L’uso per scopi personali della
    propria potenza sarebbe una dimostrazione di provenienza divina. Saper preservare da sé la propria vita
    sarebbe un tratto dell’agire messianico. Che immagine di Dio descrivono in questo modo? In quale
    Dio credono?
    I soldati lo provocano sulla regalità, della qual hanno un’idea precisa: un re non si fa sconfiggere,
    il re deve avere salva la vita, un vero re è quello che sconfigge il nemico e mette la propria potenza al
    servizio dell’aumento del suo dominio e della sua autorevolezza.
    Gesù non risponde, si comporta da sordo, come a dire che quello è un linguaggio che non intende,
    sul piano del quale non vuole nemmeno scendere. La sua modalità di essere il Cristo/re è radicalmente
    opposta, anzi, totalmente altra rispetto a ciò che hanno in mente.
    Il suo non è un dominio, ma un servizio reso. Il suo potere non prende mai la forma di una prevaricazione.
    Quando egli agisce, libera per lasciare liberi. La sua sovranità è farsi carico della vita
    dell’altro e non gravarlo della propria. La sua posizione non è un titolo di nobiltà che lo distingue e
    separa dagli uomini, garantendo privilegi e trattamenti riservati. La massima espressione della sua forza
    coincide con la rinuncia a curarsi di sé.
    Gesù per primo dà concretezza al suo insegnamento: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà;
    ma chi perderà la propria vita la salverà» (9, 24)
    39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e
    noi!". 40L'altro invece lo rimproverava dicendo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato
    alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato
    per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male".
    Nella solitudine in cui Gesù sta combattendo la sua battaglia si leva una voce che riconosce
    l’ingiustizia.
    È la voce di un malfattore. Da un uomo apparentemente lontano da Dio si sentono parole di rispetto,
    di pietà, di timor di Dio, di giustizia e poi di fede.
    Facciamo attenzione a non manipolare il ladro pentito per giustificare un’apologetica violenta, arrogante
    e spocchiosa, quella che ha la pretesa superba di voler difendere Dio. Dio non ha bisogno di
    essere difeso e la Croce è l’annuncio sommo che la sua forza agli occhi degli uomini è una debolezza
    estrema.
    Quello del malfattore pentito è un richiamo a cogliere l’opportunità della salvezza, non la minaccia
    di un’ulteriore condanna. Parte dalla constatazione della comune miseria e colpevolezza. Egli crea
    come uno sfondo scuro su cui la luce dell’innocenza di Gesù possa risplendere.
    Le sue parole sono indiscutibilmente di pentimento e di conversione. Riconosce il male compiuto,
    afferma di meritare castigo, vede l’innocenza di Gesù. Verrebbe da obiettare sulla visione meramente
    “retributiva” che sembra avere rispetto alla giustizia, ma la preghiera che segue afferma una fede nella
    Misericordia che rompe ogni visione contabile di Dio.
    42E disse: "Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno". 43Gli rispose: "In verità
    io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso".
    Il malfattore «ripeteva in continuazione», dice il testo. È una richiesta insistente e insistita, prodotta
    senza sosta. È una domanda sfacciata e impertinente. È una pretesa senza logica e apparentemente
    senza buon senso.
    Risuonano qui: la parabola dell’amico importuno, della vedova e del giudice, degli operai
    dell’ultima ora, l’episodio della donna che profuma i piedi a Gesù, il cieco di Gerico, Zaccheo.
    È uno dei rari personaggio che chiamano Gesù per nome, come i lebbrosi, gli indemoniati, il cieco.
    Sono i maledetti da Dio a osare l’intimità. Domanda di essere ricordato, chiede cioè quell’azione
    forte di Dio che corrisponde alla salvezza. Quando Dio si ricorda del popolo è per salvarlo.
    Non c’è forse anche in questo un compimento delle profezie? «”Coraggio, non temete! Ecco il
    vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Allora si apriranno gli occhi
    dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di
    gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La
    terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d'acqua.» (Is 35, 4-7) Non è forse il compiersi
    di ciò che Gesù aveva preannunciato a Nazaret all’inizio del suo cammino?
    Coloro che credono di vedere sono ciechi e ai ciechi sono aperti gli occhi. I peccatori passano avanti
    del Regno di Dio, perché “vedono” il Padre e la sua Misericordia.
    Parla anch’egli di regalità, certo riconoscendo a Gesù la dignità messianica, pur essendo consapevole
    che il potere di Gesù non lo risparmierà dalla morte. Spera e chiede un futuro di salvezza, sapendo
    che «oggi» è il tempo della morte.
    La risposta di Gesù invece ribalta l’idea: quell’«oggi» è già il momento della salvezza. «Essere
    con» è il modo con cui tutto ciò si concretizza per il malfattore. C’è un richiamo al «Dio con noi»,
    presente per il suo popolo e che dimostra la sua fedeltà con la permanenza costante.

    Preghiera Conclusiva

    O Signore Gesù, Figlio di Dio, vittima innocente del nostro riscatto,
    dinanzi al tuo vessillo regale, al tuo mistero di morte e di gloria,
    dinanzi al tuo patibolo, ci inginocchiamo, con vergogna e speranzosi,
    e ti chiediamo di lavarci nel lavacro del sangue e dell'acqua
    che uscirono dal tuo Cuore squarciato;
    di perdonare i nostri peccati e le nostre colpe;
    Ti chiediamo di ricordarti dei nostri fratelli stroncati dalla violenza,
    dall'indifferenza e dalla guerra;
    Ti chiediamo di spezzare le catene
    che ci tengono prigionieri nel nostro egoismo,
    nella nostra cecità superba e nella vanità dei nostri calcoli mondani.
    O Cristo, ti chiediamo di insegnarci a non vergognarci mai della tua Croce,
    a non strumentalizzarla ma di adorarla,
    perché con essa Tu ci hai manifestato la miseria dei nostri peccati,
    e la grandezza del tuo amore, l'ingiustizia dei nostri giudizi
    e la potenza della tua misericordia.
    Amen

  • 10/03/2020   Marzo

    Secondo giorno - Sabato Santo

     Secondo Giorno - Sabato Santo

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    Preghiera iniziale dal salmo 112

    Lodate, servi del Signore,
    lodate il nome del Signore.
    2 Sia benedetto il nome del Signore, ora e sempre.
    3 Dal sorgere del sole al suo tramonto sia lodato il nome del Signore.
    4 Su tutti i popoli eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria.
    5 Chi è pari al Signore nostro Dio
    che siede nell'alto
    6 e si china a guardare
    nei cieli e sulla terra?
    7 Solleva l'indigente dalla polvere, dall'immondizia rialza il povero,
    8 per farlo sedere tra i principi,
    tra i principi del suo popolo.
    9 Fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli.

     

    Dal Vangelo di Matteo

    31Espose loro un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami ". 33Disse loro un'altra parabola: "Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata". 44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

     

    Un po ‘di contesto

    Dopo il Discorso della Montagna, i miracoli di guarigione e l'invio in missione dei discepoli, Matteo ci dà conto del rifiuto che Gesù e la predicazione della prossimità del Regno dei Cieli stanno incontrando. Lo fa mostrando, con una serie di episodi, come all'interno del popolo emergano differenze a fron- te della stessa Parola, comunque annunciata a tutti indistintamente: il rimprovero alla sua generazione giudicata capricciosa e dura di cuore, la scossa data ai villaggi attorno al lago, i contrasti con scribi e farisei vedono da parte di Gesù l'ostinato insegnamento del Vangelo del Regno, insieme alla dichiara- zione che l'accesso alla sua comprensione è solo dono del Padre e che solo coloro che sono piccoli possono fruirne. Gesù, ora, non insegna ma «parla in parabole» e il motivo è esattamente questa situazione di mol- teplicità di reazioni dentro al popolo. L'uso delle parabole - per le quali è necessaria una decodifica simbolica - è la dichiarazione plastica dell'incapacità di comprendere e, insieme, della necessità di mettersi in gioco per capire.

     

    Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perché a loro parli con parabole?". Egli rispose loro: "Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. (Mt 13, 10-13)

     

    È il tema dell'indurimento di Israele. Per Mt la cecità e sordità di Israele sono un dato assodato e non dipendono certo dalle parabole di Gesù. Essi non capiscono «le parole del Regno» per il fatto che sono sordi e ciechi, non certo viceversa. il discorso in parabole è la risposta di Gesù a tale situazione di fatto. Oppure si potrebbe anche dire così: il discorso in parabole condensa narrativamente il rifiuto di Israele; la spiegazione in privato ai discepoli sottolinea la loro apertura, anche se imperfetta e parziale. Si tratta di un gesto dal carattere profetico con il quale Gesù dichiara un'incomunicabilità con Israele: «Voi non volete vedere e sentire». Se volessero, potrebbero, come capita ai dodici che possono godere di particolari approfondimenti. Va osservato che, sorprendentemente, le parabole non paiono in grado da sole di rimuovere la durezza del popolo, ribadendo ancora la necessità del contributo della libertà personale. In questo modo segnano il confine tra chi capisce e chi no, tra chi si decide e chi no. La parabola dei terreni che precede immediatamente le parabole del Regno, va compresa dentro questo contesto di contrasto tra l'accoglienza che i discepoli riservano alla parola di Gesù e la resistenza del popolo. A questi ultimi viene ricordato di non dare per scontata la loro capacità di ascolto con una sorta di «parabola sulle parabole», cioè sul modo in cui accogliere la predicazione di Gesù, qual è la il racconto dei terreni. Il riferimento ai frutti, costante in quella parabola, ci lascia intendere che non si tratta di un’intelligenza esclusivamente razionale, bensì di carattere pratico: ascoltare, capire, fare sono una cosa sola. Entra nel Regno solo chi unisce la comprensione all’ubbidienza e alla prassi.

    Esattamente ciò che non fa il popolo.

    Questi ultimi, però, devono riferire la parabola a se stessi e giungere così alla comprensione: nell'interrogarsi circa i propri frutti e agire poi di conseguenza consiste la vera comprensione del senso del racconto dei terreni. In questo contesto di accoglienza-rifiuto pratico del Vangelo del Regno si collocano le parabole che commentiamo e che contengono degli elementi utili a comprendere come avviene il Regno e quale sia l'effettivo rapporto tra il nostro agire e il suo accadere. In particolare, mettono in guardia dal pericolo di pensare che il compimento del Regno dipenda esclusivamente dalla nostra capacità di dare frutto, dalle dimostrazioni di potenza, dalle affermazioni sugli avversari e dunque che sia la Chiesa - se non addirittura l'agire del singolo - il tutto del Regno.

     

    Il granello di senapa.

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    Uno degli elementi che più facilmente saltano all'occhio nella parabola del seme è l'assoluta mar- ginalità del contributo umano. Il seme è gettato da un uomo ma il focus del racconto non affatto su di lui. Lo sarebbe stato se fosse stato descritto con attenzione il lavoro di aratura, di cura del terreno, di difesa della pianta dai parassiti. Non c'è nulla di tutto ciò e non è un caso. Viene scelta una pianta da orto, utilizzata per condire le pietanze e per nutrire gli uccelli. Una pianta i cui semi mai vengono citati nel patrimonio scritturistico, né nella versione ebraica né in quella greca dei LXX. L'uso da parte di Gesù è totalmente innovativo. L'immagine degli uccelli che vengono a nidificare invece è biblicamente attestata come richiamo ad un re che raccoglie attorno a sé una molteplicità di popoli. Evidente risulta il parallelo con il Regno che chiama la moltitudine delle genti. Il tema della parabola non è il contrasto tra ciò che è grande e ciò che è piccolo, né il processo di crescita che porta dal seme alla grande pianta. Piuttosto il racconto converge rapidamente sul finale in cui si descrive l'esito della semina e della crescita: il Regno di Dio arriverà, rapidamente, in modo imprevedibile e certo, trasformando il mondo. È dunque una parabola che annuncia l'ineluttabilità del Regno e che invita ad una speranza temeraria, quasi utopica, nell'agire trasformante di Dio. È anche una parabola sulla capacità di distacco dei discepoli da ciò che sanno e possono realizzare. Il Regno non dipende solo dalle loro opere, dice loro Gesù. Perciò devono essere umili e miti, ricordandosi, ogniqualvolta dovesse venire la tentazione del: «Devo fare di più», che il Regno non sarà messo in pericolo dai loro limiti e che nemmeno coincide con il banale superamento delle loro inadeguatezze. A ciò si aggiunge l'assenza, già notata, del contributo umano che evidenzia come il compimento del Regno sia una prerogativa divina e dalle caratteristiche assolutamente altre rispetto a quelle umane. Il Regno passa per la testa, il cuore, le mani degli uomini ma guai a pensare che dipende esclusi- vamente da essi o che si esaurisca solo nelle loro azioni! Inoltre il granello di senape e l'arbusto appaiono come radicalmente alternativi a quegli alberi che, nel mondo biblico, potevano rappresentare il Regno per bellezza, forza e maestosità. Cos'è un granello di senapa a confronto di un cedro del Libano? La parabola del seme pone, dunque, l'accento sulla mancata corrispondenza tra le attese trionfalistiche di Israele e il modo in cui il Regno di Dio invece si manifesta. C'è evidente un ribaltamento di logiche e la dichiarazione che la realizzazione piena del Regno avviene in maniera imprevedibile, sorprendente e inatteso. Un modo che sovverte gli ordini costituiti e le logiche umane. Se si vuole cogliere il Regno all'opera, lo sguardo non deve andare a cercare i grandi segni. Se si vuole collaborare ad edificarlo non ci si deve concentrare sull'eccezionalità. Se ci si impegna ad acco- glierlo si deve credere che si compirà ben oltre quel poco che sappiamo e possiamo fare. La speranza del Regno è dunque l'attesa di un compimento che non sarà mai coincidente con la semplice proiezione dei nostri desideri o con la realizzazione dei nostri progetti. «Venga il tuo Regno» è la dichiarazione di disponibilità ad accogliere uno stravolgimento di vedute.

     

    Il lievito e la pasta.

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    La parabola del lievito pone invece l'accento sul nascondimento del Regno e sulla forza vitalizzante del Suo processo di crescita. Sono forzatamente escluse dalla narrazione la fase dell'impasto e tutta la preparazione che precede la lavorazione vera e propria. Non occorre, infatti, che si parli dell'impastare: ciò a cui si dà avvia inserendo il lievito nella pasta si concluderà inevitabilmente. In questo modo l'accento viene posto con forza sul tempo dell'attesa che lo sviluppo del processo di lievitazione comporta, il cui termine peraltro non è dato a sapere. Sorprendente è l'uso del lievito da parte di Gesù perché era immagine ambivalente e in genere nei Vangeli è connotato negativamente, come elemento contaminante. Ma qui al centro c'è la forza contagiosa e la potenza trasformante tipica della pasta madre. L'impasto senza lievito rappresenta dunque l'esistente che non contiene in sé e da sé un principio di sviluppo, di crescita, di evoluzione. Il lievito è un elemento "sovversivo", che introduce nell'esistente un cambiamento rivoluzionario ed totalmente estrinseco a ciò che fa sviluppare. L'impasto è dunque giudicato insufficiente a se stesso, ha bisogno di altro per potere crescere. Il contrasto tra la farina che è ferma e il lievito che è vivo e sa movimentare tutta la pasta è il cuore della parabola. Il gesto della donna è decritto come un «nascondere». La presenza del Regno ha la forma del nascondimento e della contaminazione con il resto dell'impasto, fino a non distinguersi più. Una volta avviato il processo non è possibile distinguere più il lievito dalla farina e nemmeno è più possibile separarli. Il Regno di Dio appare come una forza inserita nelle pieghe della storia e nelle maglie dell'ordinario svolgersi delle vicende umane, così profondamente immischiato con esse da non essere distingui- bile, se non per gli effetti che porta. Di vita, di crescita, di sviluppo, di superamento. Due parabole, queste, che ci ricordano che il Regno dei cieli non coincide con la Chiesa. Al massimo la Chiesa ha a che fare con il processo di crescita e lievitazione nel suo essere «sale e luce», compiendo quelle opere del Regno - la giustizia dell'Amore paterno del Padre - che lo annunciano, lo rivelano e che costituiscono la sostanza della fede nel Regno. Al più la comunità cristiana potrà "rivedersi" nella piccolezza del seme o nel nascondimento del lievito ma non può né deve pensarsi in toni trionfali come la realizzazione e la presenza del Regno. Inoltre ci richiamano qual è l'orizzonte di riferimento della Chiesa - la moltitudine - e quale debba essere il suo stile, collaborando al Regno: nascondimento, compromissione, piccolezza e contaminazione. 

     

    Il tesoro e la perla.

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    Una seconda coppia di parabole più sul versante personale della fede che su quello comunitario. «Il Regno dei cieli è simile a..»: nel caso del tesoro, si tratta di una frase unica. Perciò l'equivalenza non è regno=tesoro, piuttosto il Regno è identificato da tutta la dinamica di azioni al centro del racconto, codificata dalla sequenza: trovare - vendere tutto - acquistare. Lo conferma il fatto che la scoperta del tesoro è declinata al passato, mentre le attività del prota- gonista sono al presente, il che significa che l'accento del racconto cade sull'attività della persona. Anche nel caso della parabola della perla, la preparazione del fatto è al passato, però lo è anche l'agire del mercante. Ciò che conferma il fatto che al centro sta la dinamica sopra descritta è il fatto che la correlazione grammaticale tra Regno e suo termine di paragone è fatta con il mercante. Dunque è evidente che il centro delle due parabole è il comportamento dei due uomini coinvolti. Il tesoro e la perla sono il presupposto, il movente, la ragione dell'agire dei protagonisti. Su questo ci dobbiamo fermare anzitutto per sviluppare una riflessione. Non è troppo produttivo mettersi a indagare attorno ai dettagli delle due parabole. Domande circa l'identità dei due uomini, la plausibilità delle circostanze, la correttezza di comportamento rispetto alla Legge del primo, la verosimiglianza di un modo di fare affari quale quello del secondo, quale avrebbe potuto essere il futuro dei due uomini... anzichè aiutare l'interpretazione del testo, rischiano di sviarla. Piuttosto è opportuno soffermarci a contemplare proprio l'agire dei due uomini, nel suo apparire come sconsiderato, estremamente rischioso, impulsivo e privo di ogni buon senso. Potremmo sintetizzare così: il Regno dei cieli "avviene come" un uomo che cerca/trova - dà via tutto quel che ha - acquista.

    Quali riflessioni possiamo trarre?

    1. Il Regno dei cieli è un processo che chiama direttamente in causa la libertà delle persone. Non accade se non rispettando, stimolando, vivificando la nostra libertà (pensare, compren- dere, volere, scegliere, agire...).

    Anzi si potrebbe dire che proprio dentro il processo con cui uno sceglie radicalmente il Vangelo è all'opera il Regno. Non è qualcosa che si raggiunge al termine del cammino di ricerca-ritrovamento- vendita-acquisto bensì quel cammino è già Regno operante.

    1. Il Regno è una grazia più che un premio. Entrambe le parabole lo lasciano intendere, la prima in modo palese, la seconda in modo indiretto. Non è il premio della laboriosità.

    2. Il Regno, pur nella libertà, afferra l'uomo per la bellezza e ricchezza che porta in sé: i due uomini sono sequestrati e acquistati; pur apparendo come soggetti, sembrano essere piuttosto l'oggetto della forza del Regno.

    È in virtù di tale forza coinvolgente che la radicalità delle scelte è plausibile e sostenibile.

    1. Il Regno è qualcosa di cui, se ce ne si occupa, si può viverne senza bisogno di altro, riempie la vita in modo gioioso.

    2. Il Regno chiede una totalità di consegna che non sia solo di principio ma assolutamente con- creta, pratica e materiale. È un aspetto che si trascura procedendo di frequente a una spiritua- lizzazione della necessità del distacco.

    Invece il tema della distanza dalle ricchezze e della disponibilità a una vita sobria da parte del di- scepolo è centrale in Matteo e non va assolutamente liquidato con facilità.

    6. Il Regno poi lascia liberi anche dopo averlo scelto. Chi Lo trova, chi decide di scegliere il Vangelo consegnando ad esso tutta l'esistenza, non si trova incatenato e ingabbiato in un per- corso forzato.

    Il Vangelo non ha l'obiettivo di normare la vita dei discepoli del Regno, bensì di orientarla verso la sua pienezza. Il modo è integralmente in mano al discepolo.

     

    Preghiera conclusiva

    Signore mio Dio eccomi
    con tutte le imperfezioni di cui sono piena,
    eccomi con tutte le contraddizioni che mi porto addosso,
    mio Dio eccomi
    con la mia incapacità di vivere la fede in modo semplice e sereno, mio Dio eccomi
    anche se non riesco a ritornare bambina,
    non riesco a ridiventare piccola
    come quelli a cui hai promesso il regno dei cieli..
    Mio Dio eccomi
    ancora tanto attaccata alla terra,
    a questa sponda del mare,
    così tanto timorosa di prendere il largo,
    abbandonando le reti a terra, le mie sicurezze,
    lasciando la barca con cui sono abituata ad andare a pescare da sola,
    a prendere pesci destinati ad imbandire una mensa
    alla quale spesso dimentico d'invitarti.
    Ti vedo allargare le braccia, ti vedo guardarmi negli occhi,
    con amore, con autorevolezza.
    Mio Dio eccomi: Dio di amore, di misericordia, Dio di tenerezza, mi stai aspettando, perché smetta di piangere e di avere paura. Mio Dio eccomi
  • 09/03/2020   Marzo

    Primo giorno - Pasqua

    Primo Giorno - Pasqua

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    Preghiera iniziale dal salmo 105

    Celebrate il Signore, perché è buono,
    perché eterna è la sua misericordia.
    2 Chi può narrare i prodigi del Signore,
    far risuonare tutta la sua lode?
    3 Beati coloro che agiscono con giustizia
    e praticano il diritto in ogni tempo.
    4 Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo,
    visitaci con la tua salvezza,
    5 perché vediamo la felicità dei tuoi eletti,
    godiamo della gioia del tuo popolo,
    ci gloriamo con la tua eredità.
    6 Abbiamo peccato come i nostri padri,
    abbiamo fatto il male, siamo stati empi.
     7 I nostri padri in Egitto
    non compresero i tuoi prodigi,
    non ricordarono tanti tuoi benefici
    e si ribellarono presso il mare, presso il mar Rosso.
    8 Ma Dio li salvò per il suo nome,per manifestare la sua potenza.
    47 Salvaci, Signore Dio nostro,
    e raccoglici di mezzo ai popoli,
    perché proclamiamo il tuo santo nome
    e ci gloriamo della tua lode.
    48 Benedetto il Signore, Dio d'Israele
    da sempre, per sempre.
    Tutto il popolo dica: Amen.


    Dal Vangelo di Luca

    Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: "Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: "Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?". Domandò loro: "Che cosa?". Gli risposero: "Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto". Disse loro: "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto". Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?". Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!". Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24, 13-35)

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    Commento

    Con il racconto cosiddetto "dei discepoli di Emmaus" Luca si distacca dalle tradizioni a cui attinge e che lo accomunano ai Vangeli di Marco e di Matteo. Assente da questi ultimi due, il brano che esaminiamo fa riferimento con tutta probabilità a una tradizione di carattere orale proveniente dagli
    ambienti giudeo-cristiani legati alla comunità di Gerusalemme. Il racconto è originale rispetto ai «racconti di apparizione» più tipici, oltre che per la sua unicità nel contesto neotestamentario, soprattutto per il fatto che i due non vedono effettivamente il Risorto, ma solo un viandante che, sul punto di essere riconosciuto, sparisce. Questo dato, unito al fatto che i due discepoli non appartengono al gruppo dei Dodici e nemmeno delle donne, fa subito pensare che Luca intende raccontare qualcosa di differente rispetto all'esperienza della presenza del Risorto fatta dai primi testimoni. Il brano dei discepoli di Emmaus descrive, infatti, il vissuto dei testimoni di seconda generazione, coloro i quali non hanno avuto il privilegio del contatto diretto con la presenza fisica di Gesù Risorto, ma che ne hanno sperimentato la realtà attraverso altre modalità e in altri contesti rispetto a quelli ori-
    ginali. Facendoci camminare coi due discepoli, Luca ci aiuta a penetrare le condizioni e le modalità di incontro con la Pasqua di Cristo per coloro che sono testimoni di seconda mano e dunque per i credenti di tutti i tempi. Il loro cammino esteriore - da Gerusalemme e ritorno - è un percorso interiore - dall'incredulità alla fede pasquale - che il lettore è invitato a percorrere insieme a loro.

    Il racconto può essere facilmente suddiviso in cinque blocchi, che costituiscono cinque tappe del percorso esteriore e interiore compiuto dai due discepoli insieme al Risorto:
    1. Via da Gerusalemme (13-16)
    2. Un vangelo senza Pasqua (17-24)
    3. La memoria guarita (25-27)
    4. Il gesto del pane (28-31)
    5. La nascita della fede pasquale (32-35)

     

    Via da Gerusalemme (13-16)

    Dopo aver richiamato l'attenzione del lettore con la formula che gli è propria («Ed ecco...») Luca si premura subito di porre l'episodio in continuità con il precedente, soprattutto dal punto di vista temporale: è lo stesso giorno del ritrovamento del sepolcro vuoto. Ci si prepara a qualcosa che avrà a che fare con ciò che le donne hanno raccontato e, per il discepolo di seconda mano che legge, con ciò che avviene la domenica nella comunità cristiana. Il sepolcro vuoto non è un'evidenza della resurrezione, solo un indizio; a coloro che non hanno potuto vederlo e che cercano dei segni della resurrezione Luca chiede di incamminarsi insieme ai due discepoli. Non si sa il motivo del viaggio e Emmaus è città di difficile localizzazione (forse la Ammaous citata in 1Mac 3, 40.57 e di cui parla Giuseppe Flavio, poi divenuta Nicopoli). Ma la storicità del dato non è certo il cuore del racconto e Luca non sembra curarsene troppo, anche se l'ipotesi riportata tra parentesi dà al cammino dei discepoli la suggestiva idea di "ritorno ai trionfi passati", quasi che abbiano cercato in Gesù il vincitore potente e, una volta disillusi, continuino la loro ricerca comunque il viaggio, in questa prospettiva, sembrerebbe un ritorno al passato glorioso, via dal presente di sconfitta. Il loro chiacchierare è descritto con tre espressioni differenti: «omilein», che significa «conversare, parlare l'un l'altro», coniugato all'imperfetto suggerisce una lunga discussione; «suzetein», cioè «cercare insieme» indica il desiderio di comprendere e la resistenza ad arrendersi del tutto; «antiballein» mostra che c'era divergenza di opinioni fino allo scontro. La direzione del viaggio ha il sapore evidente di una presa di distanza da «tutto quello che era accaduto». Il Risorto si fa vicino di sua iniziativa e li affianca senza essere riconosciuto. Non sarà lui a dover cambiare volto ma essi a cambiare sguardo. Finora hanno guardato alla vicenda di Gesù senza avere ancora visto chi fosse davvero, ora saranno condotti a vedere.

     

    Un vangelo senza Pasqua (17-24)

    Il viandante/Risorto interviene direttamente nel discorso senza troppi convenevoli: è esattamente la visione dei due a stargli a cuore, vuole che dicano, raccontino, interpretino. È il modo in cui loro hanno rielaborato i fatti a interessargli, quel punto di vista che mostri con chiarezza in quale situazione interiore si trovano. La reazione sorpresa e la tristezza del volto ci fanno entrare nell'animo dei due dando colore alla loro cecità nei confronti del Risorto e anche al loro discutere: l'incapacità a riconoscerlo ha senza dubbio la caratteristica di un sapere acquisito e i toni di una fiducia tradita. Loro sanno, possiedono la materia, conoscono i particolari, riescono a collocarla. Dalle loro parole emerge effettivamente una conoscenza della vicenda di Gesù, accompagnata anche da una buona lettura dei fatti (Lo riconoscono come profeta, uomo di Dio e attribuiscono la morte di Croce alle autorità del popolo): un racconto dettagliato che non trascura alcuno degli elementi fondamentali, praticamente un "sommario evangelico". Al quale però manca la Pasqua. Se è vero che sanno e sono convinti di sapere, è altrettanto vero che non hanno compreso davvero il senso dei fatti e la portata del mistero di Cristo. La sintesi con l'annuncio della resurrezione non avviene. Questo li rimette continuamente in ricer-
    ca. Nella loro "sapienza" i conti alla fine non tornano e il loro lungo, insistito, ripetuto e controverso discutere ci dà proprio l'idea di chi si dibatte tra il possesso di qualche certezza e la consapevolezza che manca qualcosa alla comprensione dei fatti.

     

    La memoria guarita (25-27)

    Il rimprovero del Risorto è violento e decisamente severo. La loro «lentezza di cuore» è assimilabile alla «durezza di cuore» della quale Gesù aveva rimproverato frequentemente i suo contemporanei e in particolar modo le autorità. La severità lascia intendere che effettivamente nelle Scritture avrebbero potuto e dovuto trovare tutto ciò che occorreva per interpretare correttamente l'epilogo dei fatti pasquali. Egli spiega «tutte le Scritture» come un anticipo e insieme uno specchio degli eventi pasquali. Di più ancora, il Risorto afferma che già era descritto come una necessità l'epilogo drammatico della vicenda del Messia. Da ricordare sempre con attenzione: il dovere della Croce va inteso non come costrizione o privazione della libertà nei confronti di Gesù, ma come passaggio perfettamente congruente e coerente con l'estremo d'amore che costituisce l'intenzione salvifica di Dio nei confronti dell'uomo. La Croce è il «fino alla fine» che Gesù intuisce e al quale "non può" sottrarsi se vuole mostrare la pienezza dell'amore del Padre. Il Calvario non è "previsto" dalle Scritture, ma il dare la vita di Gesù che si consegna nel modo più estremo possibile parla la stessa lingua dell'amore del Padre narrato nelle profezie, nella Legge, nei testi sapienziali. Come il sacrificarsi per chi si ama è "nella logica dell'amore", come una necessità, perfino un dovere, così la Croce è nella logica della dedizione di Dio agli uomini. La catechesi del Risorto è, letteralmente, uno schiudere la ricchezza delle Scritture agli occhi dei discepoli. Il messaggio è chiaro: la Scrittura si comprende solo accogliendo la presenza ispirante del
    Risorto o altrimenti resta oscura.

     

    Il gesto del pane (28-31)

    I richiami eucaristici sono così evidenti e chiari che risulta ridondante sottolinearli. Notevole è invece constatare la ripetizione del suo essere «con loro», frutto dell'iniziativa del Risorto, ma ora anche del desiderio e dell'intenzione dei due discepoli. Emerge fortissimamente sullo sfondo l'esperienza della comunità dei cristiani di seconda generazione che facevano esperienza della presenza effettiva del Risorto all'interno dei gesti eucaristici. È come se Luca stesse dicendo ai suoi lettori che realmente l'incontro con il Risorto avviene anche per i discepoli di seconda mano e che lo stare con Lui è esperienza effettivamente vissuta. Nel gesto della frazione del pane - termine tecnico in Luca per indicare l'Eucaristia - vengono riassunti il Gesù terreno, il Gesù Risorto, il Gesù presente nella comunità cristiana. In quel gesto c'è una modalità riconoscibile della presenza del Signore: la dedizione senza condizioni che appare sulla Croce, che è sigillata dalla Resurrezione e prosegue nella Chiesa. Il «segno della dedizione» - la vera cifra sintetica dell'opera del Cristo - apre loro gli occhi ed è il solo capace di farlo davvero. Il Cristo e il Suo Vangelo o si comprendono sotto questa luce o restano inaccessibili. Lo sparire di Gesù non è uno smettere di vederLo ma un cominciare a vederLo con lo sguardo della fede. In questo modo Egli è sempre con loro e con noi, e aprirsi al mistero dell'amore incondizionato di Dio riconoscibile nelle Scritture e nel Segno del pane è accogliere il mistero della Sua perenne presenza risorta.

     

    La nascita della fede pasquale (32-35)

    È così vero che il Risorto resta presente che riconoscono immediatamente il fuoco interiore come segno della Sua vicinanza. Ora Lo vedono effettivamente, ora sanno, ora comprendono. E non possono che ammettere il fuoco interiore come effetto del Suo essere con loro. Il ritorno a Gerusalemme in tutta scioltezza e la condivisione con i discepoli sono la semplice e logica conclusione del cammino dalla sfiducia alla fede pasquale.

     

    Preghiera conclusiva

    Vieni sulle strade che percorriamo, e avvicìnati a noi,
    visita delusioni e amarezze.
    Scandaglia pensieri che rendono pesanti
    i cuori e rabbuiano cieli.

    Abbiamo abbandonato compagni
    con cui avevamo coltivato speranze
    e condiviso personali sogni;
    gli occhi bassi non riescono a scorgere cieli,
    poiché si è spento ormai il Sole.
    Ci sembri fuori dalle nostre storie,
    ma poi tu, pellegrino, incendi i cuori,
    illumini scenari e risvegli speranze.
    Ti vogliamo con noi, e solo quando prendi- benedici- spezzi- doni
    scoppia la gioia incontenibile che ci abbraccia e ci riempie.
    Non riusciamo a tenerla per noi.
    Non contiamo più i chilometri e i tempi per percorrerli,
    e il buio che incombe
    quando i nostri piedi bramano
    di danzare e le gole cantare
    con chi condividiamo la vita
    che è rinata di noi e ci abita.

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