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La Pasqua ci riporta al centro del Mistero Cristiano: “Ha dato sé stesso per noi”... noi viviamo grazie a questo dono costan- te, continuo, che attraversa i secoli, le epoche, i popoli... non celebriamo qualcosa del passato, che è avvenuto per altri che erano cattivi, che non sapevano vivere, ringraziare, riconoscere, condividere... noi celebriamo la nostra pasqua, il nostro biso- gno di “salvezza” da un modo di vivere che crea differenze, odii, conflitti, pregiudizi, solitudini, malattie, distanze atroci e lace- razioni profonde! 

 

Abbiamo bisogno di questo incontro che ci aiuti a vedere “oltre” le nostre lacrime amare di vorrebbe vivere in pienezza ma non riesce ... e non riesce perché pensa che la pienezza della vita è qualcosa da raggiungere, da conquistare con dure lotte, strap- pando spazi e riconoscimenti ad altri... e non si accorge dei doni straordinari che gli sono già stati dati e con abbondanza... la pasqua di chi “passa” dal voler avere per essere felice, alla felicità di poter condividere ciò che è... forse il passaggio più difficile della vita...

Ci accompagna in questo “passaggio” (Pasqua), padre Ermes Ronchi con una sua meditazione sulla domanda straordinaria del vangelo del giorno di Pasqua: “donna perché piangi”?

“Dopo il silenzio del grande sabato, le prime parole del Risorto nel giardino di Pasqua sono di una tenerezza straordinaria: dimmi delle tue lacrime, mi importano più di tutto, mi importa il tuo cuore che trema.
La prima cosa che Gesù guarda in quel mattino è il velo luminoso delle lacrime, è il volto del mondo rigato di lacrime. Per quelle lacrime è venuto. Il mondo è un infinito pianto. Ma è anche un infinito parto: un unico grande mistero pasquale.

Donna, chi cerchi?.

Tre parole in cui è la definizione dell’uomo. Come Maria di Magdala, come i primi due discepoli che hanno lasciato Giovanni, siamo creature di desiderio e di ricerca. A Maddalena manca qualcosa; l’assenza dell’amato la mette in cammino, la fa uscire di casa mentre è ancora buio in cielo e nel cuore. Aveva corso, quella mattina, in cerca di Pietro, poi era tornata e adesso la sua corsa si ferma, la ricerca trasmuta in un altra cosa, la ricerca di Dio diventa “attesa” di Dio. I beni più importanti non vanno cercati, ma attesi.

Donna, perché piangi?.

La prima parola del Risorto illumina le lacrime. E non per dirle: non piangere più, smettila con il pianto. Non per chiedere una spiegazione, ma per piegarsi su di lei, per abbracciarla, per stringersi a lei e partecipare. Maria piange per il più grande dei moti- vi: piange per amore! Piange colui che ama. Piange molto chi ama molto.
Gesù, l’uomo degli incontri, ricomincia gli incontri con il suo modo inconfondibile: il suo primo sguardo non si posa mai sul pec- cato di una persona, ma sempre sulla sofferenza e sul bisogno. Gesù prova dolore per il dolore della donna, e se ne prende cura. Ha passione per la passione dei suoi piccoli, per questa urgenza di lacrime da asciugare.

Nell’ultima ora del venerdì, sulla croce, si era occupato del dolore e dell’angoscia di un delinquente; nella prima ora della Pasqua si occupa del dolore e dell’amore di Maria. Trema insieme al tremante cuore della sua amica, dimentico di sé. È lo stile tipico, unico, di Gesù. È davvero lui, non ti puoi sbagliare!
Donna, perché piangi?

Sono io quello che la Parola convoca, è il nome mio quello da scrivere al posto di “donna”, e con il mio il nome dell’umanità. Umanità, perché? Eccolo il Dio che prova dolore per il dolore dell’uomo, del mondo che è tutto una collina di croci. Gli archivi di Dio, la sua memoria non sono pieni dei peccati dell’uomo, ma delle lacrime degli uomini. Una volta perdonato, il peccato non esiste più, annullato, azzerato, non conservato da parte. Altrimenti non crediamo al perdono, è una assoluzione con la condi- zionale.

Ma quella domanda, «perché piangi? contiene anche un secondo importante significato. C’è un dolore senza perché di cui è carico l’uomo... Interrogarsi sulle cause è da discepoli. Essere presenza là dove si piange, portando non parole, ma il nostro silenzio e il nostro ascolto, è da discepoli. E poi portando la nostra fame di giustizia e porre mano insieme alle radici del male è da discepoli!

Come fare per vedere, capire, toccare e lasciarsi toccare dalle lacrime?
imparando lo sguardo e i gesti di Gesù, che sono quelli del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare; tre verbi da non dimen- ticare mai, tre dei dieci verbi con cui è descritto il buon samaritano che incrocia l’uomo incappato nei briganti (Lc 10,30-35).

Vedere: Il samaritano vide ed ebbe compassione. Vide le ferite di quell’uomo, e si sentì ferire! Gesù sapeva guardare negli occhi di una persona e scoprire, dietro un centimetro quadrato di iride, l’urgenza di una promessa, boccioli gonfi, un desi- derio di vita piena, energia trattenuta, futuro....

Troppo facile chiudere gli occhi, adducendo a pretesto il grigiore della città e dei volti. “Io so una cosa: ogni volta che mi chino a sorprendere germogli, ogni volta che mi succede di navigare per occhi di persone che amo, ogni volta che pianto un seme e spio il gonfiarsi della terra, esco con gli occhi che sorridono” (don Angelo Casati).

Se vedessimo la terra, l’umanità, la nostra casa, ogni creatura con gli occhi che accarezzano in silenzio e illuminano l’altro, senza seduzione e senza violenza, quante cose cambierebbero! Le parole nascerebbero lievi e non di pietra. Pensiamo al modo con cui Gesù guardava. È lo sguardo del padrone del campo nella parabola del buon grano e della zizzania (cfr. Mt 13,24-30). Lo sguardo dei servi si fissa sul male, vede le erbacce.... Lo sguardo del Signore del campo, vede il buon grano, la spiga incamminata verso la maturazione. E per me una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.

Fermarsi: E non “passare oltre” come il sacerdote e il levita della parabola. Oltre non c’è niente, tanto meno Dio. La vera differenza non è tra cristiani, musulmani o ebrei, credenti o non credenti, ma tra chi si ferma e chi non si ferma davanti alle ferite, e tira dritto. Se hai passato un’ora soltanto ad addossarti il dolore di una persona, conosci di più, sei più sapiente di chi
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Il Faro Aprile 2017

ha letto tutti i libri. Sapiente della vita. La vita però si rivela solo a coloro i cui sensi sono vigilanti. Tutto sulla terra ci interpella, ci chiama, ma così lievemente che passiamo mille volte senza vedere alcunché. Noi camminiamo su gioielli senza notarli, cal- pestiamo tesori.

Toccare: All’inizio del racconto di Marco, Gesù incontra un lebbroso, che gli grida di aiutarlo. Davanti al lebbroso, al contagioso, all’impuro, al rifiutato, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, cacciato fuori, uno scarto, e che chiede da lontano di essere guarito, Gesù prova compassione (Mc 1,41), un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione che dice: no, non voglio, non deve essere così! E allora che fa? Si ferma. E poi? Lo tocca. Tocca l’intoccabile. Ogni volta che Gesù si commuove, tocca. È parola dura per noi, per me. Ci mette alla prova. Non è spontaneo toccare il contagioso, l’infettivo, la mano del mendicante.... Ritrovare il cuore è un fatto di compassione e di tatto. Di grembo e di mani. Il tatto è tra i cinque sensi quello che apre il Cantico e lo riempie, è un modo di amare. Il tatto è il modo più intimo, è il bacio! Gesù tocca il lebbroso, e toccandolo ama, e amando lo guarisce.

La misericordia è un fatto di grembo e di mani. Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza (Papa Francesco).

Vedere, fermarsi, toccare: piccoli gesti... la notte comincia con la prima stella, il mondo nuovo con il primo samaritano buono.

La velocità di oggi produce cecità, e la cecità produce durezza di cuore. La cecità e la velocità creano gli invisibili, i tanti invisibili delle nostre città, i poveri cui passiamo accanto e che neppure vediamo. Lo sguardo senza cuore produce buio, e poi innesca un’operazione ancor più devastante: rischia di trasformare gli invisibili in colpevoli, di trasformare le vittime - i profughi, i migranti, i poveri – in colpevoli e in causa di problemi. Se non vedi, non ti fermi, non tocchi, le persone sono declassate a pro- blema, anziché diventare fessure di infinito. Non ha senso chiedere misericordia a Dio e non arrivare a offrirla al mio vicino. Se il giubileo non tocca la vita, non è giubileo. Può essere perfino ipocrisia, falsa religione contro cui i profeti hanno detto parole di fuoco.

Vedere, fermarsi, toccare: piccoli gesti... anche nel cuore del dolore, in quelle strade che sembravano senza uscita, dentro la solitudine e l’abbandono, questo è l’annuncio di Pasqua!

Buona Pasqua, perché anche per te questa Pasqua sia non solo il “passaggio” di Dio nella tua vita ma anche il coraggioso pas- saggio del tuo modo di vivere che da Lui impara a vedere, toccare e fermarsi di fronte al mistero di ogni fratello che la vita ci dona ed essere con lui capace di vivere la Misericordia!