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Nel tempo di Pasqua, questo tempo, costantemente Gesù si manifesta ai discepoli... li va a cercare in tutti i luoghi dove sono fuggiti... non per condannarli o rimproverarli, ma per “prendersene cura”. Come un amorevole educatore che di fronte alle sconfitte dei propri allievi ricomincia da capo! Dio è Creatore, il Dio degli inizi... e lo fa anche con i discepoli.
E ricomincia dalla domanda più importante, l’unica domanda che sa fare verità sulla nostra vita.

“Risuona una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami? ». Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore» (Giovanni della Croce).
È commovente l’umanità di Gesù: anche se è risorto, implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone di Giovanni, hai capito il mio messaggio, hai compreso quello che ho vissuto? Invece è come se dicesse devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi?

..... A voi che, come Pietro, non siete sicuri di voi stessi a causa dei molti tradimenti, ma ancora mi amate, a voi affido il mio messaggio.

 

 

Gli apostoli sono tornati alle loro case, al lago dove tutto era incominciato. Là odono di nuovo la grande parola che aveva, tre anni prima, rovesciato la loro vita: «Seguimi!». E ripartono. E più non importa la paura, le illusioni finite nel sangue e nella fuga, i rinnegamenti...
C’è un nuovo inizio che fiorisce per grazia, a dirci che «la fede va di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi» (Gregorio di Nissa), che vivere è l’infinita pazienza di ricominciare.

Ecco allora che il vero miracolo non sono le reti colme fino a strapparsi. Il vero miracolo è Pietro che si butta in acqua, è l’impazienza di Pietro che si lancia nel lago, l’urgenza dell’amore, che ha sempre fretta, che non ha paura di rimproveri o castighi, che nuota piangendo verso colui che aveva rinnegato... Il vero miracolo è che la fragilità dei discepoli, la fragilità di Pietro, che Gesù aveva chiamato “roccia”, la mia fragilità non è un ostacolo per seguire il Signore, ma è una risorsa.

Il miracolo è che la debolezza, inguaribile, tutta la mia fatica per niente, le notti senza frutto, i tradimenti, non sono un’o- biezione, ma un’occasione per essere fatti nuovi, per stare bene con il Signore, per rinnovare la nostra passione per lui. Per capire di più il suo cuore.
In questa pagina vedo fiorire la vera santità, che non consiste nell’assenza di peccati, in un campo senza più erbacce, ma viene da una passione rinnovata. Vera santità è rinnovare adesso la mia passione per Cristo e per il vangelo. Adesso! Per quello che sono...

È in nome del futuro che il rinnegamento di ieri è superato. E vale per sempre, vale per tutti: il Signore non perdona come uno smemorato, ma come un creatore. Questo interessa al Maestro: riaccendere i fuochi, un cuore riacceso, una passione risolta: «Pietro, mi ami tu adesso?». La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita.
In riva al lago Gesù formula tre domande, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua “misura”.

Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agápe (agapâs me), il verbo dell’amore grande, del massimo possibile, del cuore ricco che va in cerca della povertà d’altri per colmarla. Pietro risponde solo in parte, evita i confronti con gli altri, ed evitando anche il verbo di Gesù, adotta il termine umile dell’amicizia: philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri; un velo d’ombra sulle sue parole, il ricordo dell’altro fuoco gli fa dire solo: Signore, tu lo sai che ti sono amico!

Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami (agapâs me)?». Non importano più i confronti, non misurarti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero? Amore per me?
Cos’è l’amore? Tu lo sai: «Se ti sei innamorato una volta, sai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che sopravvivenza significa: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi l’acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato/a è accanto a te, tutto risorge e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua incapace a sostenerla. Questa piena della vita è l’amore. Ed è la sola pregustazione del regno» (Christos Yannaras).

Quando l’amore c’è, non ti puoi sbagliare, è evidente, solare, indiscutibile. Ma, come prima, Pietro evita i termini precisi della domanda, invece che di amore parla d’amicizia (phileo).
Terza domanda: Gesù riduce ancora di più le sue esigenze, si avvicina a Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e usa lui i nostri verbi e dice: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?».

L’affetto almeno, se l’amore è troppo, l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?». Gesù dimostra il suo amore abbassando per tre volte le esigenze dell’amore. Fino a che le esigenze di Pietro, la sua fatica, la sua tristezza diventano più importanti delle esigenze stesse di Gesù. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Non mi affannerò per essere perfetto, ma per essere vero e non ipocrita, questo sì. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati!!!

E Gesù dimentica lo sfolgorio dell’agápe e si pone a livello della povertà della sua creatura, perché in amore il TU è più importante dell’IO; se l’amore è vero, l’io non si pone su di un piedistallo, ma ai piedi dell’amato.
Se ci chiedono: tu come cristiano a che cosa credi? Qual è il cuore semplice della tua fede? La nostra risposta va sicura: credo in Dio Padre, in Gesù Cristo morto e risorto, e a seguire i vari articoli del simbolo apostolico.... L’apostolo Giovanni, nel capolavoro che è la sua prima lettera, offre però una risposta diversa: i cristiani sono quelli che credono all’amore:
“abbiamo creduto all’Amore”
 

 
«Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi».
Non si crede ad altro, non all’onnipotenza, all’eternità, all’onniscienza di Dio, alla perfezione: si crede l’Amore di Dio. Il cuore semplice della mia fede è qui: credo l’amore che Dio ha in me. Non il mio, il suo amore. La salvezza non è che io lo ami, ma che Lui mi ami. E che io sia amato dipende da Lui, non da me.
Amore che Dio ha in me, che significa verso di me, ma anche dentro di me. Non solo ama me, ma ama in me. In ogni mio amore è lui che ama. Lui è l’amore in ogni amore.
Ogni volta che preghiamo: donaci un cuore nuovo, noi chiediamo che ci sia dato il cuore di Dio. E ci sarà un giorno in cui a noi, che abbiamo fatto tanta fatica per imparare ad amare, a noi sarà dato il cuore di Dio e allora ameremo con il cuore stesso di Dio. È straordinario.
Noi che crediamo all’amore abbiamo la vocazione di risvegliare in noi e negli altri la fiducia nell’amore. Ci chiameranno inge- nui? Ma beati gli ingenui, solo loro hanno occhi così limpidi da vedere le tracce di Dio dovunque.”

Non ci chiede dove siamo stati i giorni di Pasqua, quando Lui – Cristo sofferente – era sofferente per l’umanità ed è ancora sofferente nell’umanità che viene continuamente calpestata, disconosciuta, violentata... ci chiede se ORA siamo capaci di dire nell’Amore – come Dio - ad ogni altra persona che incontriamo: mi metto ai tuoi piedi, per amore e con amore, perché tu non sia più sprofondato dalle tue fragilità, ma risollevato a piena dignità.... Così, finalmente, smetteremo di passare oltre dall’altra parte della strada...

Siate degli “incamminati”.