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La “capacità” di un contenitore misura quanto può contenere…

Fin dagli antichi Padri della fede (S. Rufino, S. Agostino in particolare…) questa è una delle più belle definizioni dell’uomo: chi è l’uomo? Un essere “capace” di Dio…

In una delle prime lettere pastorali dell’Arcivescovo Montini alla diocesi di Milano, sul senso religioso lo spiegava con questa definizione:  “è la disposizione dell'anima a intuire ed a cercare Dio, a trattare con Lui, a credere, a pregare. ad amare Dio, ad avvertire il carattere sacro delle cose o delle persone, a connettere una responsabilità trascendente all'operare umano. Dà in concreto la misura di quanto un soggetto umano, e non soltanto la natura umana considerata in astratto….dice quanto l’uomo sia “capax Dei”, capace di Dio.”

Questa è davvero la “misura” del nostro ritrovarci in comunità?

Quanto puoi “contenere” Dio nella tua vita, nella quotidianità dei tuoi gesti, delle tue scelte… quanto puoi far sentire “presente” Dio nelle tue relazioni, nelle parole che spendi per entrare in comunicazione con le persone che abitano la tua giornata, nei tuoi sentimenti che attraversano emozioni e preoccupazioni ogni giorno…. Quanto c’è di “Dio” in tutto questo? Quanto c’è di “Dio”in te? Quanto c’è di “Dio” in tutte le attività, iniziative, gruppi, luoghi di servizio, relazioni che costituiscono la nostra comunità?

Anche Montini nel 1957 si poneva alcune domande che valgono ancora oggi:

“come conservare, come tener desto, come indirizzare il nostro senso religioso?

Se questo costituisce il punto di partenza della nostra aspirazione alla concezione religiosa della vita e del mondo, e se esso costituisce il punto d'arrivo dell'ineffabile iniziativa di Dio desideroso di venire in comunione con noi, come disporremo la nostra vita per ricevere l'Ospite Divino?

È chiaro che la vita religiosa sarà tanto più ricca e perfetta, quanto meglio la nostra capacità recettiva dei doni divini sarà predisposta ad accoglierli. Così è chiaro che, dove il senso religioso è pigro e spento, la venuta di Dio all'anima, trova la porta chiusa.”

Sembrano parole “banali” … ma nel vivere personalmente e comunitariamente la fede non lo sono assolutamente! Siamo di fronte ad un “dramma” del nostro tempo: l’autoreferenzialità (parola impegnativa). Fare da sé (questa è una delle “traduzioni” possibili).

Il nostro tempo ha consegnato ad ogni persona soluzioni per tutto, possibilità infinite su tutto… e drammaticamente ha dato la consapevolezza che “può fare da solo” ed anche che può fare “ciò che vuole” fregandosene delle conseguenze sul mondo, sul creato, e soprattutto sugli altri…

Questo essere che ha passato milioni di anni a fare del “gruppo”, della “collaborazione”, delle “alleanze” il suo punto di forza, ora ha scoperto che può “fare da solo”!

Si è così sempre più chiuso, sul proprio gruppetto, sui propri cari, su se stesso… incapace di “apertura” vera. È proprio strano: quanto più l’umanità si è connessa col mondo estendendo possibilità di apertura e conoscenza tanto più la sua “sensibilità” si è come rinchiusa… chiudendo l’orecchio all’altro “vicino” ma anche all’Altro inteso come il Divino.

Ci aiuta ancora l’Arcivescovo nella sua lettera: “il senso religioso, sintesi dello spirito, ricevendo la parola divina impegna con la mente anche le altre facoltà, e dona un prezioso apporto, quella rispondenza cioè che noi chiamiamo il cuore, e diviene senso di presenza e di comunione, proprio della religione, facendo sì che la parola divina non sia ricevuta solo passivamente, ma in modo invece da ricavarne un caldo atto di vita”.

Parla di cuore, di comunione, di caldo atto di vita … credere non è un fatto “solitario” ma un cammino di relazione, una “provocazione” a far si che innanzitutto la nostra vita sia in relazione con la Parola di Dio (non solo quella della Bibbia ma anche quella Parola che Dio semina nelle buone testimonianze che possiamo sperimentare dalla vita concreta dei fratelli) e che non dobbiamo mai dimenticare di cercare ogni giorno…. Come il cibo, come gli affetti, come la speranza, come i sogni …. L’uomo è “capace” di questo, può contenere questo “di più” che lo apre al mondo, che lo fa vivere! Ma siamo “provocati” anche ad abitare tutte le nostre relazioni, il nostro mondo, perché sia sempre più “sociale” e non chiuso e affannato sulle singole cose…. È come se l’uomo d’oggi così preoccupato di fare tutto, di possedere tutto, di capire tutto… invece di prendere le distanze dal vivere si fosse avvicinato sempre più alle cose, come ad un bellissimo quadro. Vuole vedere i più piccoli particolari e si avvicina sempre di più… ma così facendo inevitabilmente perde la visione di insieme, si schiaccia sul particolare, sul piccolo, sull’oggi, sull’adesso…. Ma alla fine non capisce più cosa sta guardando!

Abbiamo bisogno di ritrovare il “caldo atto di vita” che può essere dato solo da un abbraccio, dall’imparare ad abbracciare con un solo sguardo tutte le cose.

Il senso religioso si nutre di parola e di incontri, prepara lo spazio all’Ospite Divino e ad ogni persona che in Cristo è riconosciuto “fratello”.

Da qui nasce la “capacità” della nostra comunità di essere vera “Comunità” dove l’Ospite è al centro!

Buoni incontri…

Don Gianni