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  • 08/06/2017   Giugno

    Il Faro Giugno 2017

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    Concludiamo il nostro percorso con padre Ermes Ronchi e le sue meditazioni alla Curia Vaticana, con l’ultima riflessione che prendo dal suo libro: “le nude domande del vangelo”.
    “quanti pani avete?”
    E’ bello fermarci su questa domanda proprio alla vigilia delle “Quarant’ore” e della festa del Corpus Domini. Il Segno del Pane interroga la nostra comunità... ci chiede se questo è il vero alimento della nostra vita, delle nostre relazioni e del vivere della nostra comunità. Il segno del pane è raccontato per ben sei volte dagli evangelisti. Il più ripetuto tra tutti, perché il più carico di potenza. Dinanzi al pane ci troviamo davanti a una realtà “santa”. Santa perchè fa vivere, alimenta la vita. E che l’uomo viva è la prima di tutte le leggi...

     

     

     

    Dio “alimenta” da sempre la nostra vita, ci mette in condizione di vivere, di esistere...
    Questa immagine del “pane” ci permette poi di riflettere anche sul nostro BOLLETTINO “IL FARO” e nelle ultime pagine trovate una riflessione attenta sul QUESTIONARIO che 170 persone della comunità ci hanno riconsegnato... E’ uno strumento che “alimenta” la vita della Comunità?

    Non rispondete subito, andate a vedere. Molto concreto, molto pratico Gesù, che chiede ai suoi di accertarsi, di controllare, fare il conto. Andarono e si informarono, dice il vangelo.
    L’operazione di verifica è chiesta a tutti i discepoli, anche oggi: quanto hai? Quanti soldi, quante case, quanti dipendenti? Che tenore di vita? Andate a vedere, verificate. La Chiesa non deve aver paura della trasparenza, nessuna paura della chiarezza sui suoi pani e i suoi pesci, sui suoi conti. Con la trasparenza siamo veri. E quando siamo veri siamo anche liberi!!!

    Hanno poco, i dodici, solo cinque pani e due pesci... È poco, ma tutto è messo a disposizione. Tutto ciò che abbiamo e posse- diamo deve diventare “sacramento di condivisione”.
    L’uomo è così, è fatto per dare. Siamo fatti per dare con gioia, dare dal cuore. E quando non diamo siamo tristi, entriamo nella depressione. Amare nel vangelo si traduce sempre con un altro verbo, così breve, semplice, asciutto, concreto, il verbo DARE: «Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio» (Gv 3,16); «non c’è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13).

    E la domanda definitiva sarà: hai dato poco o hai dato molto alla vita? Hai dato pane all’uomo o non hai gettato niente sulle acque dei giorni? Anzi, la verità finale, l’ultimo gesto non sarà neppure dare pane a chi ha fame, ma diventare pane, non andarcene senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno. Come Gesù. Da questo dipende la tua vita, non dai tuoi beni.
    La vita di fede cresce con questi verbi: Gratuitamente hai ricevuto, verifica e metti a disposizione (dare), diventa pane.... Cresce così la vita! Soprattutto quella di una comunità!

    Quanto è lontano a volte il nostro atteggiamento che si preoccupa di avere, prendere, provare piacere e successo.... Dobbiamo imparare (o re-imparare) a declinare altri verbi, ad educarci ad altri stili di vita che ci parlano dello stupore riconoscente (gratitudine e lode) per ciò che abbiamo ricevuto! Dio ci dona ogni giorno l’essenziale, il “pane quotidiano” del Suo Amore e della Sua presenza.... Ci mette accanto dei fratelli/sorelle con cui possiamo condividere e questo è ciò che libera il cuore dall’affanno dell’avere e dell’accumulare per sé... in questo modo “diventiamo noi pane” che si sminuzza in piccole attenzioni e legami che danno speranza a tutti e tolgono dalla solitudine le genti.

    «Tutto ciò che non serve, pesa», scriveva Madre Teresa di Calcutta. Tutto il superfluo che non è speso/dato è un peso per il cuore. Cinque pani, due pesci, cinquemila uomini. Il vangelo sottolinea la sproporzione tra il poco che abbiamo fra le mani e la fame della folla. La sproporzione è anche il nome della Speranza, davanti ai problemi immensi del mondo, all’assedio dei poveri che cresce. Che cosa posso fare, io? Ho solo cinque pani. Eppure Gesù non bada alla quantità, ne basta anche meno, molto meno. Gesù chiede al discepolo di condividere, chiede il cuore. Sono pochi bocconi, ma il cristiano è chiamato a fornire lievito al mondo, più ancora che pane. Lievito di condivisione, sale che si scioglie e dona sapore... Un lievito di vangelo, fame di cielo e di un altro mondo possibile, mani che portano pane, che lottano contro altri semi che cercano di invadere il cuore. Noi cerchiamo il Dio che moltiplica i pesci e il pane. E lui cerca noi: tu, quanti pani hai? Quanti ne metti a disposizione? Gesù è diverso: chiede collabora- zione, seme di un miracolo senza misura.

    Il miracolo è il pane che passa di mano in mano. Ed è fra le mani dell’uno e dell’altro che si moltiplica. Se uno l’avesse trattenuto per sè, il pane si sarebbe fermato, il sogno spezzato.
    Cosa posso fare? La nostra “praticità” del vivere spesso ci fa porre subito questa domanda.... Come se il “fare” risolvesse tutti i problemi... Gesù si pone in modo diverso: non guardare la quantità della pasta (le cose, i problemi, le fatiche...) ma preoccupati di “ESSERE LIEVITO”!!! Stupendo, straordinario Signore!

    Sii lievito, primo passo di condivisione, mano aperta per ricevere e donare, strumento di comunione e collaborazione... E’ così che si realizza lo spirito della preghiera del Padre Nostro: coltivando la certezza che il Padre “SA” ciò di cui noi abbiamo biso- gno, ma “SA” anche ciò che noi da Lui già abbiamo ricevuto e ci chiede con coraggio di “fare la nostra parte”!

    Secondo una misteriosa regola divina: quando il mio pane diventa il nostro pane, il poco diventa sufficiente. La fame, invece, comincia quando io tengo stretto il mio pane per me, quando l’Occidente sazio tiene stretto il suo pane e i suoi beni per sé.
    “Il pane, per me, è un fatto materiale, il pane, per mio fratello, è un fatto spirituale” (Nikolaj Berdjaev). Sfamare la terra, tutta la terra, è possibile, c’è pane in abbondanza. Non occorre moltiplicarlo, ma distribuirlo, a cominciare da noi...

    Cerchiamo questa via, stiamo umilmente in adorazione di questo “Pane” nell’Eucaristia, riceviamolo ogni giorno per avere piena consapevolezza che Dio si fa pane buono per insegnarci a “condividerlo” con i fratelli... ogni volta che non “spezziamo” questo dono ricevuto esso ci “marcisce” addosso.
    Buona estate, siate “lievito” nel mondo!

     

  • 04/05/2017   Maggio

    Abbiamo creduto all'Amore

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    Nel tempo di Pasqua, questo tempo, costantemente Gesù si manifesta ai discepoli... li va a cercare in tutti i luoghi dove sono fuggiti... non per condannarli o rimproverarli, ma per “prendersene cura”. Come un amorevole educatore che di fronte alle sconfitte dei propri allievi ricomincia da capo! Dio è Creatore, il Dio degli inizi... e lo fa anche con i discepoli.
    E ricomincia dalla domanda più importante, l’unica domanda che sa fare verità sulla nostra vita.

    “Risuona una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami? ». Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore» (Giovanni della Croce).
    È commovente l’umanità di Gesù: anche se è risorto, implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone di Giovanni, hai capito il mio messaggio, hai compreso quello che ho vissuto? Invece è come se dicesse devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi?

    ..... A voi che, come Pietro, non siete sicuri di voi stessi a causa dei molti tradimenti, ma ancora mi amate, a voi affido il mio messaggio.

     

     

    Gli apostoli sono tornati alle loro case, al lago dove tutto era incominciato. Là odono di nuovo la grande parola che aveva, tre anni prima, rovesciato la loro vita: «Seguimi!». E ripartono. E più non importa la paura, le illusioni finite nel sangue e nella fuga, i rinnegamenti...
    C’è un nuovo inizio che fiorisce per grazia, a dirci che «la fede va di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi» (Gregorio di Nissa), che vivere è l’infinita pazienza di ricominciare.

    Ecco allora che il vero miracolo non sono le reti colme fino a strapparsi. Il vero miracolo è Pietro che si butta in acqua, è l’impazienza di Pietro che si lancia nel lago, l’urgenza dell’amore, che ha sempre fretta, che non ha paura di rimproveri o castighi, che nuota piangendo verso colui che aveva rinnegato... Il vero miracolo è che la fragilità dei discepoli, la fragilità di Pietro, che Gesù aveva chiamato “roccia”, la mia fragilità non è un ostacolo per seguire il Signore, ma è una risorsa.

    Il miracolo è che la debolezza, inguaribile, tutta la mia fatica per niente, le notti senza frutto, i tradimenti, non sono un’o- biezione, ma un’occasione per essere fatti nuovi, per stare bene con il Signore, per rinnovare la nostra passione per lui. Per capire di più il suo cuore.
    In questa pagina vedo fiorire la vera santità, che non consiste nell’assenza di peccati, in un campo senza più erbacce, ma viene da una passione rinnovata. Vera santità è rinnovare adesso la mia passione per Cristo e per il vangelo. Adesso! Per quello che sono...

    È in nome del futuro che il rinnegamento di ieri è superato. E vale per sempre, vale per tutti: il Signore non perdona come uno smemorato, ma come un creatore. Questo interessa al Maestro: riaccendere i fuochi, un cuore riacceso, una passione risolta: «Pietro, mi ami tu adesso?». La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita.
    In riva al lago Gesù formula tre domande, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua “misura”.

    Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agápe (agapâs me), il verbo dell’amore grande, del massimo possibile, del cuore ricco che va in cerca della povertà d’altri per colmarla. Pietro risponde solo in parte, evita i confronti con gli altri, ed evitando anche il verbo di Gesù, adotta il termine umile dell’amicizia: philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri; un velo d’ombra sulle sue parole, il ricordo dell’altro fuoco gli fa dire solo: Signore, tu lo sai che ti sono amico!

    Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami (agapâs me)?». Non importano più i confronti, non misurarti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero? Amore per me?
    Cos’è l’amore? Tu lo sai: «Se ti sei innamorato una volta, sai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che sopravvivenza significa: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi l’acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato/a è accanto a te, tutto risorge e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua incapace a sostenerla. Questa piena della vita è l’amore. Ed è la sola pregustazione del regno» (Christos Yannaras).

    Quando l’amore c’è, non ti puoi sbagliare, è evidente, solare, indiscutibile. Ma, come prima, Pietro evita i termini precisi della domanda, invece che di amore parla d’amicizia (phileo).
    Terza domanda: Gesù riduce ancora di più le sue esigenze, si avvicina a Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e usa lui i nostri verbi e dice: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?».

    L’affetto almeno, se l’amore è troppo, l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?». Gesù dimostra il suo amore abbassando per tre volte le esigenze dell’amore. Fino a che le esigenze di Pietro, la sua fatica, la sua tristezza diventano più importanti delle esigenze stesse di Gesù. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Non mi affannerò per essere perfetto, ma per essere vero e non ipocrita, questo sì. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati!!!

    E Gesù dimentica lo sfolgorio dell’agápe e si pone a livello della povertà della sua creatura, perché in amore il TU è più importante dell’IO; se l’amore è vero, l’io non si pone su di un piedistallo, ma ai piedi dell’amato.
    Se ci chiedono: tu come cristiano a che cosa credi? Qual è il cuore semplice della tua fede? La nostra risposta va sicura: credo in Dio Padre, in Gesù Cristo morto e risorto, e a seguire i vari articoli del simbolo apostolico.... L’apostolo Giovanni, nel capolavoro che è la sua prima lettera, offre però una risposta diversa: i cristiani sono quelli che credono all’amore:
    “abbiamo creduto all’Amore”
     

     
    «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi».
    Non si crede ad altro, non all’onnipotenza, all’eternità, all’onniscienza di Dio, alla perfezione: si crede l’Amore di Dio. Il cuore semplice della mia fede è qui: credo l’amore che Dio ha in me. Non il mio, il suo amore. La salvezza non è che io lo ami, ma che Lui mi ami. E che io sia amato dipende da Lui, non da me.
    Amore che Dio ha in me, che significa verso di me, ma anche dentro di me. Non solo ama me, ma ama in me. In ogni mio amore è lui che ama. Lui è l’amore in ogni amore.
    Ogni volta che preghiamo: donaci un cuore nuovo, noi chiediamo che ci sia dato il cuore di Dio. E ci sarà un giorno in cui a noi, che abbiamo fatto tanta fatica per imparare ad amare, a noi sarà dato il cuore di Dio e allora ameremo con il cuore stesso di Dio. È straordinario.
    Noi che crediamo all’amore abbiamo la vocazione di risvegliare in noi e negli altri la fiducia nell’amore. Ci chiameranno inge- nui? Ma beati gli ingenui, solo loro hanno occhi così limpidi da vedere le tracce di Dio dovunque.”

    Non ci chiede dove siamo stati i giorni di Pasqua, quando Lui – Cristo sofferente – era sofferente per l’umanità ed è ancora sofferente nell’umanità che viene continuamente calpestata, disconosciuta, violentata... ci chiede se ORA siamo capaci di dire nell’Amore – come Dio - ad ogni altra persona che incontriamo: mi metto ai tuoi piedi, per amore e con amore, perché tu non sia più sprofondato dalle tue fragilità, ma risollevato a piena dignità.... Così, finalmente, smetteremo di passare oltre dall’altra parte della strada...

    Siate degli “incamminati”.

  • 01/04/2017   Aprile

    Donna perché piangi?

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    La Pasqua ci riporta al centro del Mistero Cristiano: “Ha dato sé stesso per noi”... noi viviamo grazie a questo dono costan- te, continuo, che attraversa i secoli, le epoche, i popoli... non celebriamo qualcosa del passato, che è avvenuto per altri che erano cattivi, che non sapevano vivere, ringraziare, riconoscere, condividere... noi celebriamo la nostra pasqua, il nostro biso- gno di “salvezza” da un modo di vivere che crea differenze, odii, conflitti, pregiudizi, solitudini, malattie, distanze atroci e lace- razioni profonde! 

     

    Abbiamo bisogno di questo incontro che ci aiuti a vedere “oltre” le nostre lacrime amare di vorrebbe vivere in pienezza ma non riesce ... e non riesce perché pensa che la pienezza della vita è qualcosa da raggiungere, da conquistare con dure lotte, strap- pando spazi e riconoscimenti ad altri... e non si accorge dei doni straordinari che gli sono già stati dati e con abbondanza... la pasqua di chi “passa” dal voler avere per essere felice, alla felicità di poter condividere ciò che è... forse il passaggio più difficile della vita...

    Ci accompagna in questo “passaggio” (Pasqua), padre Ermes Ronchi con una sua meditazione sulla domanda straordinaria del vangelo del giorno di Pasqua: “donna perché piangi”?

    “Dopo il silenzio del grande sabato, le prime parole del Risorto nel giardino di Pasqua sono di una tenerezza straordinaria: dimmi delle tue lacrime, mi importano più di tutto, mi importa il tuo cuore che trema.
    La prima cosa che Gesù guarda in quel mattino è il velo luminoso delle lacrime, è il volto del mondo rigato di lacrime. Per quelle lacrime è venuto. Il mondo è un infinito pianto. Ma è anche un infinito parto: un unico grande mistero pasquale.

    Donna, chi cerchi?.

    Tre parole in cui è la definizione dell’uomo. Come Maria di Magdala, come i primi due discepoli che hanno lasciato Giovanni, siamo creature di desiderio e di ricerca. A Maddalena manca qualcosa; l’assenza dell’amato la mette in cammino, la fa uscire di casa mentre è ancora buio in cielo e nel cuore. Aveva corso, quella mattina, in cerca di Pietro, poi era tornata e adesso la sua corsa si ferma, la ricerca trasmuta in un altra cosa, la ricerca di Dio diventa “attesa” di Dio. I beni più importanti non vanno cercati, ma attesi.

    Donna, perché piangi?.

    La prima parola del Risorto illumina le lacrime. E non per dirle: non piangere più, smettila con il pianto. Non per chiedere una spiegazione, ma per piegarsi su di lei, per abbracciarla, per stringersi a lei e partecipare. Maria piange per il più grande dei moti- vi: piange per amore! Piange colui che ama. Piange molto chi ama molto.
    Gesù, l’uomo degli incontri, ricomincia gli incontri con il suo modo inconfondibile: il suo primo sguardo non si posa mai sul pec- cato di una persona, ma sempre sulla sofferenza e sul bisogno. Gesù prova dolore per il dolore della donna, e se ne prende cura. Ha passione per la passione dei suoi piccoli, per questa urgenza di lacrime da asciugare.

    Nell’ultima ora del venerdì, sulla croce, si era occupato del dolore e dell’angoscia di un delinquente; nella prima ora della Pasqua si occupa del dolore e dell’amore di Maria. Trema insieme al tremante cuore della sua amica, dimentico di sé. È lo stile tipico, unico, di Gesù. È davvero lui, non ti puoi sbagliare!
    Donna, perché piangi?

    Sono io quello che la Parola convoca, è il nome mio quello da scrivere al posto di “donna”, e con il mio il nome dell’umanità. Umanità, perché? Eccolo il Dio che prova dolore per il dolore dell’uomo, del mondo che è tutto una collina di croci. Gli archivi di Dio, la sua memoria non sono pieni dei peccati dell’uomo, ma delle lacrime degli uomini. Una volta perdonato, il peccato non esiste più, annullato, azzerato, non conservato da parte. Altrimenti non crediamo al perdono, è una assoluzione con la condi- zionale.

    Ma quella domanda, «perché piangi? contiene anche un secondo importante significato. C’è un dolore senza perché di cui è carico l’uomo... Interrogarsi sulle cause è da discepoli. Essere presenza là dove si piange, portando non parole, ma il nostro silenzio e il nostro ascolto, è da discepoli. E poi portando la nostra fame di giustizia e porre mano insieme alle radici del male è da discepoli!

    Come fare per vedere, capire, toccare e lasciarsi toccare dalle lacrime?
    imparando lo sguardo e i gesti di Gesù, che sono quelli del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare; tre verbi da non dimen- ticare mai, tre dei dieci verbi con cui è descritto il buon samaritano che incrocia l’uomo incappato nei briganti (Lc 10,30-35).

    Vedere: Il samaritano vide ed ebbe compassione. Vide le ferite di quell’uomo, e si sentì ferire! Gesù sapeva guardare negli occhi di una persona e scoprire, dietro un centimetro quadrato di iride, l’urgenza di una promessa, boccioli gonfi, un desi- derio di vita piena, energia trattenuta, futuro....

    Troppo facile chiudere gli occhi, adducendo a pretesto il grigiore della città e dei volti. “Io so una cosa: ogni volta che mi chino a sorprendere germogli, ogni volta che mi succede di navigare per occhi di persone che amo, ogni volta che pianto un seme e spio il gonfiarsi della terra, esco con gli occhi che sorridono” (don Angelo Casati).

    Se vedessimo la terra, l’umanità, la nostra casa, ogni creatura con gli occhi che accarezzano in silenzio e illuminano l’altro, senza seduzione e senza violenza, quante cose cambierebbero! Le parole nascerebbero lievi e non di pietra. Pensiamo al modo con cui Gesù guardava. È lo sguardo del padrone del campo nella parabola del buon grano e della zizzania (cfr. Mt 13,24-30). Lo sguardo dei servi si fissa sul male, vede le erbacce.... Lo sguardo del Signore del campo, vede il buon grano, la spiga incamminata verso la maturazione. E per me una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.

    Fermarsi: E non “passare oltre” come il sacerdote e il levita della parabola. Oltre non c’è niente, tanto meno Dio. La vera differenza non è tra cristiani, musulmani o ebrei, credenti o non credenti, ma tra chi si ferma e chi non si ferma davanti alle ferite, e tira dritto. Se hai passato un’ora soltanto ad addossarti il dolore di una persona, conosci di più, sei più sapiente di chi
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    Il Faro Aprile 2017

    ha letto tutti i libri. Sapiente della vita. La vita però si rivela solo a coloro i cui sensi sono vigilanti. Tutto sulla terra ci interpella, ci chiama, ma così lievemente che passiamo mille volte senza vedere alcunché. Noi camminiamo su gioielli senza notarli, cal- pestiamo tesori.

    Toccare: All’inizio del racconto di Marco, Gesù incontra un lebbroso, che gli grida di aiutarlo. Davanti al lebbroso, al contagioso, all’impuro, al rifiutato, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, cacciato fuori, uno scarto, e che chiede da lontano di essere guarito, Gesù prova compassione (Mc 1,41), un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione che dice: no, non voglio, non deve essere così! E allora che fa? Si ferma. E poi? Lo tocca. Tocca l’intoccabile. Ogni volta che Gesù si commuove, tocca. È parola dura per noi, per me. Ci mette alla prova. Non è spontaneo toccare il contagioso, l’infettivo, la mano del mendicante.... Ritrovare il cuore è un fatto di compassione e di tatto. Di grembo e di mani. Il tatto è tra i cinque sensi quello che apre il Cantico e lo riempie, è un modo di amare. Il tatto è il modo più intimo, è il bacio! Gesù tocca il lebbroso, e toccandolo ama, e amando lo guarisce.

    La misericordia è un fatto di grembo e di mani. Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza (Papa Francesco).

    Vedere, fermarsi, toccare: piccoli gesti... la notte comincia con la prima stella, il mondo nuovo con il primo samaritano buono.

    La velocità di oggi produce cecità, e la cecità produce durezza di cuore. La cecità e la velocità creano gli invisibili, i tanti invisibili delle nostre città, i poveri cui passiamo accanto e che neppure vediamo. Lo sguardo senza cuore produce buio, e poi innesca un’operazione ancor più devastante: rischia di trasformare gli invisibili in colpevoli, di trasformare le vittime - i profughi, i migranti, i poveri – in colpevoli e in causa di problemi. Se non vedi, non ti fermi, non tocchi, le persone sono declassate a pro- blema, anziché diventare fessure di infinito. Non ha senso chiedere misericordia a Dio e non arrivare a offrirla al mio vicino. Se il giubileo non tocca la vita, non è giubileo. Può essere perfino ipocrisia, falsa religione contro cui i profeti hanno detto parole di fuoco.

    Vedere, fermarsi, toccare: piccoli gesti... anche nel cuore del dolore, in quelle strade che sembravano senza uscita, dentro la solitudine e l’abbandono, questo è l’annuncio di Pasqua!

    Buona Pasqua, perché anche per te questa Pasqua sia non solo il “passaggio” di Dio nella tua vita ma anche il coraggioso pas- saggio del tuo modo di vivere che da Lui impara a vedere, toccare e fermarsi di fronte al mistero di ogni fratello che la vita ci dona ed essere con lui capace di vivere la Misericordia! 

  • 02/03/2017   Marzo

    Vedi questa donna?

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    Riprendiamo nella riflessione il libro di Padre Ermes Ronchi sulle “domande” che Gesù nei Vangeli rivolge agli uomini del suo tempo... troviamo una domanda che ci interpella sulla nostra “libertà” ma anche sulla serietà con cui facciamo spazio nell’animo al Vangelo!
     “Nella cena a casa di Simone il fariseo va in scena un conflitto sorprendente: il pio e la prostituta, il potente e la senza nome, la legge e il profumo, la regola e l’amore a confronto....

    Santa Chiara d’Assisi diceva alle sue monache: “Lasciate la regola ogni volta che è in contraddizione con l’amore. La nostra sola regola è l’amore”.

    Solo il vangelo è capace di proporre un conflitto così inaspettato, in cui a prevalere sono il profumo, la prostituta, la carezza.

     


    Il racconto convoca tutti i cinque sensi: vista, udito, tatto, odorato e un sapore di lacrime e di carne baciata.
    Una pagina piena di termini diversi dal solito, estranei alla liturgia, alla ritualità: donna, casa, lacrime, profumo, capel- li, piedi, baci.....

    L’errore di Simone è lo sguardo giudicante, che in una sola frase assomma due giudizi: Gesù è un falso profeta; la donna ha il nome stesso del suo peccato, così come uno è paralitico o lebbroso...
    Gesù per tutta la sua esistenza insegnerà lo “sguardo non giudicante”, lo sguardo misericordioso. Gesù non gene- ralizza mai, neppure con Simone: non vede in lui “uno” dei farisei, vede l’uomo. Un uomo che merita attenzione e dialogo.

    L’errore di Simone è mettere al centro del rapporto tra uomo e Dio, il peccato! facendone l’asse portante della reli- gione. È l’errore dei moralisti di ogni epoca, dei farisei di sempre, perfino degli apostoli....
    Simone il moralista “guarda”, ma non “vede”, se non una storia di trasgressioni. Simone non vede questa donna, ma vede la “donna di prima”, guarda il suo passato, mentre Gesù vede il molto amore di oggi e di domani.

    “Vedi questa donna?” Gesù non ignora chi è, non finge di non sapere, ma la accoglie. Con le sue ferite e soprattutto con la sua scintilla di luce. La accoglie forse con le parole più belle che possono venire dalla bocca di Dio: Vieni, figlia, il tuo desiderio di amore era già amore. Vieni, figlia, sognatrice, devota, vagabonda, poco importa, vieni. E se anche hai infranto mille volte le tue promesse, vieni. Vieni, nonostante tutto, vieni. Con i tuoi gesti più veri, con i tuoi tesori in vasi di argilla, ma vieni! E ci rimetteremo in cammino.

    Il centro di quella cena doveva essere Simone, pio e potente, e invece il centro è occupato dalla donna. Solo Gesù è capace di operare questi cambi di prospettiva, di fare spazio così agli ultimi. Gesù sposta il fuoco, il punto di atten- zione, dal peccato della donna al cammino che deve fare Simone, lo destruttura, come farà con gli accusatori del- l’adultera nel tempio (Gv 8,2-11). Gesù crea uno scarto nel fluire ordinato dei fatti, un imprevedibile, uno scatto nelle cose, che costringe a mettersi in discussione. Come fa forse anche con noi.

    “Vedi questa donna?”. E mentre interroga Simone la lascia libera di fare quello che si sente; mentre racconta una parabola le lascia tutto il tempo che vuole (da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi), così libera e lui così liberante: è straordinario. Noi l’avremmo stoppata.

    Forse anche per noi questa tensione tra: le cose da “fare” per essere giusti e sentirci a posto e “l’Amore” ci mette a disagio, ci chiede un cambio di “sguardo” per non fermarci all’apparenza, al tornaconto delle cose ma andare in profondità e capire, ascoltare e accogliere la “persona”! quanto facciamo fatica ad allenare questo “sguardo”... quan- te tensioni provoca uno “sguardo” sbagliato che ci mette sulla difensiva, che “giudica” male le situazioni... cosa pos- siamo fare per “fermare” questo sguardo e tante volte le parole che nascono improvvise???

    Un’altra domanda di Gesù illumina il racconto: un uomo aveva due debitori, li perdona entrambi; “chi lo amerà di più?”. Il punto decisivo per Gesù, diventa, non è chi è più giusto di fronte alla legge... certamente Simone era uomo giusto e retto, nemmeno chi ha meno peccati, ma: chi amerà di più!

    Le bilance di Dio non pesano i peccati, ma l’amore. Sono tarate sull’amore. L’alternativa, allora, è amare poco o amare molto!!!
    Johann Baptist Metz fa notare una cosa straordinaria: il primo sguardo di Gesù nel vangelo non si posa mai sul pec- cato di una persona, ma sempre sulla sua sofferenza e sul suo bisogno... per soccorrere.

    Gli sguardi di scribi e farisei si fissano sul peccato ed è per questo che diventano violenti.... lo sguardo di Gesù si posa sulla fragilità e non produce violenza, mai!

    Gesù non impone alla donna un modo di amare, ma accoglie il suo, così come lei sa ed è capace. Non sfugge nem- meno alle carezze che potrebbero essere interpretate male, e così trasmette alla sua Chiesa la memoria di quei gesti, la necessità e la gioia di non restare sempre imbrigliata, ingessata, fredda, per il timore di essere equivocata. A partire dalle tue ferite puoi diventare un guaritore per le ferite d’altri. La santità non si fonda su una passione spen- ta, ma su una passione convertita.

    «Vedi questa donna? ». Impariamo da lei, indicata da Gesù come maestra. Innanzitutto le mani, l’abbraccio. L’amore
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    Il Faro Marzo 2017

    virtuale non esiste. Spesso noi viviamo i nostri slanci a metà. La gioia delle relazioni rimane come mortificata dalla durezza dell’espressione, dall’imbarazzo, con cui ci mostriamo incapaci di un abbraccio, dalla paura che frena il nostro libero accostarci alle persone.
    E poi: «Chi dei due amerà di più?». Chi è molto perdonato. Dio perdona di un perdono previo, che precede il penti- mento. Ama in modo preveniente e perdona d’anticipo. L’anticipo è il tempo proprio della misericordia.

    Il molto perdono non è il frutto del molto amore di adesso. La donna del profumo non è perdonata perché ha versato il profumo e sciolto i capelli, ma ha baciato i piedi del Signore e ha pianto perché ha sentito il perdono guarirle la vita. Non è entrata in quella casa per conquistarsi il perdono, per ingraziarsi un maestro, ma è entrata nei pensieri di Dio, nella profondità della sua misericordia, e lo canta con ciò che ha, come meglio sa”.

    La santità non si fonda su una passione “spenta” ma “convertita”... che ci fa “gettare” il cuore su Gesù e in nome Suo verso i fratelli!!! Credere è avere entusiasmo per Gesù che ci fa “osare” dire Dio ed il Suo amore nelle scelte di vita e nelle relazioni a tutti... infatti entusiasmo nella sua derivazione originaria si può tradurre: “en tou Theou azo”= essere nel respiro di Dio, oppure essere invaso da una forza divina, dalla sua ispirazione... siamo capaci di questo “slancio” oppure anche noi “freniamo” i nostri slanci a metà... ma non per paura di giudizio o di “pudore” ma perché innanzitutto siamo freddi verso Dio? Abbiamo paura a giocarci troppo per Lui?

    Inizia un tempo straordinario di quaresima, vivremo anche la “visita” del Papa, lasciamoci entusiasmare da Dio!

  • 03/02/2017   Febbraio

    Va e ripara la mia casa

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    Un editoriale “diverso”... per una volta sospendiamo il percorso con padre Ermes Ronchi per una “rifles- sione” comunitaria inerente due realtà della nostra parrocchia:

    • I LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE DEL TETTO DELLA CHIESA PARROCCHIALE • LA CHIESA DELLA SANTA
    • IL BOLLETTINO “IL FARO”

    LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE DEL TETTO:

    Da tempo stiamo monitorando la situazione della Chiesa Parrocchiale... abbiamo dovuto spostare la Madonna Addolorata perché l’intonaco esterno cementizio in questi anni si è degradato vistosamente e soprattutto nella parete nord (quella dove prima era collocata la statua della Madonna) causa parecchie infiltrazioni d’acqua visi- bili anche dall’interno. Inoltre da controlli periodici con i volontari abbiamo notato il disassamento dei “monaci” delle prime due capriate (causato dalla nuova facciata edificata nella fine ‘800 dal Bovara) e soprattutto la rot- tura delle testate delle due capriate sopra l’altare maggiore. Nella stessa zona sotto il manto di copertura abbia- mo ancora onduline in amianto che vanno smaltite. Da ultimo va ripensata la totale copertura in coppi con altri elementi simili ma fissati per evitare che le forti raffiche di vento a cui la chiesa è soggetta vengano continua- mente smossi con gravi infiltrazioni d’acqua.

    Terminato questi lavori nella parte esterna passeremo all’interno per ripristinare gli intonaci danneggiati e per il rifacimento dell’impianto elettrico...


    Quale equilibrio?
    E’ un impegno oneroso che chiederà diversi mesi di lavoro, ma non vogliamo perdere questa occasione e soprattutto la “freschezza” di tutti gli studi ed i rilievi che sono stati fatti in questi due anni... perché ormai l’e- quilibrio è “sottile”: aspettare e lasciare che tutta la struttura si ammalori ulteriormente... oppure “osare” e par- tire con i lavori?

    Con quali “soldi”?
    Abbiamo chiesto ai nostri uffici diocesani di poter accedere ai fondi C.E.I. dell’8 per mille nazionale ma ci è stato detto che “non siamo così messi male... anche se lo siamo per non permetterci un finanziamento bancario approvato dalla Curia”. Abbiamo chiesto a Fondazione Cariplo di Milano partecipando ad un apposito “Bando” ma ci è stato risposto che “hanno già sostenuto parecchi lavori su Civate”... abbiamo partecipato ad un “Fondo di rotazione Regionale” e stiamo aspettando risposta...
    Nel frattempo abbiamo iniziato a muoverci con piccole iniziative parrocchiali (i libri nelle domeniche prima di Natale) e di varie Associazioni (Vivicivate col mercatino dell’8 dicembre; Associazione S.Andrea e Luce Nascosta) e privati.
    LA CHIESA DELLA SANTA:
    Manca davvero proprio lei! Si, è vero... la facciata della chiesa ha fessurazioni gravi, monitorate per un mese dal Politecnico di Lecco per cercare le cause di questo continuo movimento (grossa parte l’hanno i passaggi dei mezzi pesanti sulla strada davanti e dietro...). Abbiamo chiesto per la sua sistemazione un contributo alla Fondazione Comunità lecchese che prontamente ci ha sostenuto per il 50% del contributo (abbiamo inoltrato un progetto di 50mila euro)... dobbiamo trovare l’altra metà...
    Costi Totali?
    Tra la chiesa parrocchiale, la chiesa della Santa... imprevisti da mettere in conto.... Penso che abbiamo davanti lavori per 350mila euro.
    PROPOSTA:

    qualcosa in questi anni abbiamo accantonato pur affrontando ingentissime spese per i vari progetti aperti e per la gestione ordinaria degli ambienti comunitari...
    Confrontandomi col consiglio affari economici (che ringrazio per il grosso lavoro di questo periodo e degli anni precedenti) vorremmo proporre questa iniziativa:

    6x5=30
    Se 600 tra famiglie e aziende offrissero 500,00 euro arriveremmo a 300.000,00 euro!!!
    Siamo 1670 famiglie, ho cercato di visitarle tutte in questi due mesi, comprese quelle degli extracomunitari... ci sono circa 120 aziende sul territorio... togliamo pure famiglie di altre “religioni” o che non vogliono avere a

    che fare con la parrocchia... arriviamo a circa 1200 famiglie e 120 aziende...1400 possibili partecipanti... Naturalmente sono possibili tutte le soluzioni possibili o si possono “inventare”: anche 500 persone per 600 euro... Come è possibile offrire in un’unica soluzione oppure in due anni...
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    Va’ e ripara la mia casa”

    Il Faro Febbraio 2017

    Abbiamo già chiesto alla Soprintendenza nell’atto di presentazione del progetto di allegare il decreto della “deducibilità fiscale” sul nostro progetto per agevolare finanziatori pubblici e privati, e questo lo abbiamo ottenuto!
    ASSEMBLEA PUBBLICA:

    presenteremo il Progetto nella sua completezza e le possibili collaborazioni economiche e di sostegno ai lavori ed alla raccolta di finanziamento, in una assemblea pubblica che faremo:

    DOMENICA 19 FEBBRAIO alle ore 16.00 in chiesa parrocchiale Vi invitiamo!!!
    BOLLETTINO “IL FARO”:

    Raccolgo sempre diverse “critiche” circa il nostro bollettino mensile... in questi anni più volte ho rivolto l’in- vito alla “collaborazione” per la sua realizzazione, ma si è ampliata di molto poco la Redazione a livello di collaboratori...
    Questo fa sorgere “grosse” domande ... ed è per questo motivo che allegato a questo numero trovate unQUESTIONARIO di valutazione e soprattutto di “senso” circa uno strumento come questo da mandare in tutte le case.

    Con la Commissione Cultura e con il consiglio pastorale abbiamo provato ad affrontare questo tema, pur senza arrivare a “decisioni” ma sollevando comunque il problema...
    Ogni mese stampiamo 1500 copie che offriamo a tutte le famiglie e questo ci è sempre sembrato un gros- so punto di “forza”... ma ora?

    Possiamo pensare di non fare più l’edizione cartacea ma solo visibile online? Possiamo fare solo delle copie in abbonamento cartacee e per gli altri online sul sito della parrocchia??
    Ci sono tante soluzioni e forme che ci farebbero abbattere in costi notevoli della sua edizione a fronte di una “spesa” onerosa e urgente come quella del Tetto della chiesa...

    Attualmente spendiamo circa 1200,00 euro a numero per 11 numeri più gli inserti per Anniversari, Addolorata ed altri eventi straordinari (15000,00 euro) a fronte di offerte per 3/4000 euro ... abbiamo un disavanzo in questi anni di circa 10000,00 euro... se non lo stampassimo per i prossimi due anni avremmo 20000,00 euro da utilizzare ...

    Prima di prendere ogni “decisione” ci sembra corretto contattare tutta la Comunità!

    Come in una “famiglia” ho messo “sul tavolo” alcune tra quelle che sono decisioni importanti che dobbiamo affrontare e su cui siamo interpellati, cercando di trovare le forme giuste per “dare voce” a tutta la comunità e su cui ciascuno possa esprimersi: l’assemblea pubblica ed il questionario... ma nulla vieta che si pos- sano trovare anche altre forme per far sentire la propria voce su questi due temi o altri : una lettera, una mail, un incontro personale, un invito ad una serata in casa...

    Proviamo in questi mesi a sentirci interpellati da queste due decisioni, parliamone tra noi e fate sentire le vostre opinioni direttamente al parroco oppure alle persone del Consiglio Pastorale o Affari Economici che conoscete meglio, così da poter affrontare questi impegni nel modo migliore!
    Grazie.
    Vi invitiamo pertanto a rispondere al QUESTIONARIO

    a consegnarlo in parrocchia oppure a coloro che vi distribuiscono il bollettino

    ENTRO LA DOMENICA DI PASQUA

    Analizzeremo con la Redazione, la Commissione Cultura ed il Consiglio Pastorale le risposte e poi sceglieremo la via “migliore”. 

  • 04/01/2017   Gennaio

    “Ma voi chi dite che io sia?”

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    All’inizio di un nuovo anno in cui il Papa col suo messaggio ci invita a virare con forza nelle nostre relazioni e nelle nostre riso- luzioni dei problemi e dei conflitti ad uno stile di vita “nonviolento”, la domanda del nostro percorso mette davvero la “mano nella piaga” e ci fa riflettere su quale è davvero il CENTRO e il SENSO vero e profondo della nostra vita... non si può costruire nessuna casa se il fondamento non è più che solido... come possiamo pensare di costruire vita e relazioni senza una base solida?

     

     

     

    Ci aiuta padre Ermes Ronchi:

    Prima di tutto c’è un “ma”, ma voi, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente.
    Non accontentatevi di una fede “per sentito dire”, per procura. È il cuore pulsante della fede: chi sono io per te? Non cerca parole, Gesù, cerca persone; non definizioni ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? Il maestro del cuore non dà lezioni, non suggerisce risposte, ti conduce con delicatezza a cercare dentro di te. Io sento di rispondere: incontrare te è stato l’affare migliore della mia vita! Tu sei stato la cosa più bella e più forte che mi sia capitata.
    Tante persone che conosco, che si dicono non credenti, e che pure hanno uno smisurato e inconfessato desiderio di credere, temono di avvicinarsi alla Chiesa, ai preti per paura «di essere indottrinati». Temono di perdere qualcosa della loro libertà, anche della libertà di pensiero; di ricevere risposte già preconfezionate, da prontuario, e forse hanno ragione.
    È quello che accade nelle famiglie: tanti figli evitano dialoghi con i genitori per timore di trovare risposte già fatte, tracce già segnate, e forse hanno ragione.
    Gesù, maestro di umanità, non indottrina nessuno, lui stimola ricerche. E così facendo, feconda nascite!
    Cosa dice la gente? Ma voi cosa dite? Non c’è nessun “Credo” da comporre, nessun passato da riesumare, non serve riandare a Elia o a uno dei profeti antichi. In Gesù c’è un presente di parole mai udite, di gesti mai visti, una «mano che ti prende le viscere e ti fa par- torire» (Alda Merini). Partorire vita più grande.
    Chi sono io per te? Assomiglia alle domande che si fanno gli innamorati: “quanto posto ho nella tua vita, quanto conto? Gesù non ha bisogno dell’opinione dei suoi apostoli per sapere se è più bravo dei profeti di prima, ma per accertarsi che Pietro e gli altri siano degli innamorati che hanno aperto il cuore.
    Cristo è vivo solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio!
    Pietro risponde con la sua irruenza e decisione: «Tu sei il Cristo di Dio», il messia di Dio, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore. Pietro lo ha assaporato e l’ha confessato: «Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Parole che fanno viva finalmente la vita. Che sono vita per la mente, perché la mente vive di verità, altrimenti si ammala. Vita del cuore, che Vive di amore, altrimenti muore. Vita dello spirito, che vive di libertà, altrimenti si spegne. Pietro ha risposto: Tu sei il Cristo, colui che fa viva la vita.
    Ma Gesù non si ferma qui... va oltre, li porta oltre... Volete sapere davvero qualcosa di me e al tempo stesso di voi? Vi do un appun- tamento: un uomo in croce. Uno che è posto in alto. Prima ancora, il giovedì, l’appuntamento di Cristo sarà un altro: uno che è posto in basso. Che cinge un asciugamano e si china a lavare i piedi ai suoi.
    Chi è Dio? Il mio lavapiedi. In ginocchio davanti a me. Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come a Pietro, ci viene da dire: ma un messia non può fare così, ma tu sei tutto matto. Ha, ragione san Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia (cfr. 1Cor 1,23). Adesso capiamo chi è Gesù: è bacio a chi lo tradisce. Non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue. Non sacrifica nessuno, sacrifica se stesso. Dov’è la salvezza? Quando io lo tradisco e lui mi guarda e mi ama.
    E poi l’appuntamento di Pasqua. Quando ci cattura tutti dentro il suo risorgere, trascinandoci in alto. Forza che non riposerà fino a che non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione.
    «Non dite niente». Un ordine severo che arriva fino a noi, che raggiunge la Chiesa tutta, perché talvolta abbiamo predicato un volto deformato di Dio ed era meglio se tacevamo. Troppo nella Chiesa hanno parlato quelli che non hanno trovato. E come posso io accom- pagnare altri verso Dio se io non l’ho trovato?
    Un monito che mi raggiunge, e quante volte mi è capitato, durante la celebrazione, in quei passi tra la sede e l’ambone per l’omelia, di sentire paura, la paura di rovinare il vangelo, di comunicare un volto di Dio sbagliato, senza forza, senza vita, senza bellezza! E la voglia di non salire sull’ambone, e un nodo in gola, pensando che la potenza del vangelo è velata più dalla bellezza delle nostre parole che non dall’innocenza del silenzio.
    Tu, che cosa dici di me? Sembriamo tutti uguali, noi ecclesiastici, compiamo gli stessi gesti, diciamo le stesse parole, vestiamo allo stes- so modo, la gente ci percepisce subito come una “istituzione”.
    Invece Gesù dice il nome di ciascuno, e le persone ci chiedono questo: “dimmi la tua esperienza di Dio, il tuo sapore di Dio”. Allora do anch’io la mia risposta, faccio anch’io la mia professione di fede, ripeto le parole migliori che so: “tu sei la cosa più bella che mi sia capi- tata, sei l’affare migliore della mia vita. Sei venuto e hai fatto risplendere la vita” (cfr. 2Tm 1,10).

    L’ultimo mio maestro di fede è stato un bambino nella mia chiesa di San Carlo al Corso, in Milano.
    Era entrato con la nonna, avrà avuto cinque anni. La nonna è andata ad accendere una candela, il bambino girava col naso all’aria. Dopo un po’ si è fermato davanti al grande crocifisso del’400; mi si avvicina, mi tira per la manica e mi fa: “chi è quello lì?” Mi ha spiaz- zato. Quella domanda, improvvisa e assoluta, mi ha bloccato. Volavano via tutte le risposte dei catechismi e del Credo. A un bimbo che non ha mai sentito parlare di Dio (mi confermava poi la nonna che i genitori avevano escluso la formazione religiosa, per non condizio- narlo, sceglierà lui da grande...) non puoi fornire formule di libri. Ho sentito che la domanda di quel bambino toccava il cuore della mia fede: chi è quello lì? Ho chiuso mentalmente tutti i libri, ho aperto la mia vita, ho guardato dentro e qualcosa ho visto. Allora mi sono abbassato, occhi negli occhi, e gli ho detto: sai chi è quello lì? Uno che ha fatto felice il mio cuore. Si chiama Gesù!
    Davanti a quel bambino sconosciuto, che mi ascoltava con gli occhi spalancati, ho fatto la mia dichiarazione d’amore al Nazareno. Qualsiasi cosa il bimbo se ne faccia, quelle parole mi confortavano, suonavano come la mia risposta a Gesù, anch’io uno fra i dodici...
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    “Ma voi chi dite che io sia?”

    Il Faro Gennaio 2017
    Vedo tanti libri con titoli importanti: Il Gesù storico, Il Cristo della fede, Gesù, ebreo marginale... Ma non contengono la risposta al vero problema: cosa c’entra quel giovane rabbi con la mia vita?
    Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo di lui! Cristo non è le mie parole, ma ciò che di lui arde in me. La verità è ciò che arde. Mani e parole che ardono.

    La domanda di Gesù mi provoca: parliamo ancora di lui tra noi? Nelle riunioni, nelle assemblee, negli incontri ecclesiali, di tutto parliamo, ma non di Dio. Siamo preoccupati come discepoli, come Chiesa, di difendere il gruppo o di testimoniare sempre meglio un Altro? Che cosa ci interessa? Che appaia la Chiesa, che si parli della Chiesa? O che appaia Gesù, che si parli di lui?
    Portiamo lui come un assoluto o portiamo noi stessi come indiscutibili, quando il solo indiscutibile è lui?

    Se avessimo colto l’eredità dei profeti, non potremmo presentarci come un assoluto, non ambiremmo a occupare noi lo spazio, non avremmo l’aria di chi si sente padrone della verità, della morale, del popolo di Dio, quelli delle ultime parole su tutto. Ma ci sentiremmo, al contrario, relativi. Relativi a chi? A Cristo!
    La Chiesa non è un assoluto, è relativa. La Chiesa finirà, ma il regno di Dio no, non finirà mai.”

    Quanto è difficile per noi stare “veramente” di fronte a questa domanda... quanto avremmo bisogno anche noi di quel bambino che “bru- talmente” ci chiede la nostra professione di “Vita” prima che di fede!! Abbiamo Qualcuno al centro della nostra vita oppure solo noi stessi e i nostri affari? Abbiamo una “stella” che ci illumina il senso del vivere oppure brancoliamo dietro a emozioni passeggere? Abbiamo un “bambino” di cui prenderci cura e per cui spenderci oppure vogliamo solo avere tutto illudendoci che questo ci basti a salvarci?

    Ci è dato un nuovo anno, non sprechiamo l’esperienza del cammino... Buon anno