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  • 18/02/2019   Febbraio

    VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

    VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

    “Beati voi, poveri …”

    Dal Vangelo secondo Lc 6,17.20-26

    In quel tempo, Gesù, 17disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. 20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. 24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

    Commento

    Domenica scorsa Gesù ci chiedeva il coraggio di prendere le giuste distanze dalla riva, dagli impegni, dalle reti, ma anche, più interiormente, dalle nostre sconfitte, delusioni, paure. ‘Pietro prendi il largo, scostati un poco da questa riva faticosa e mettiti in ascolto’. Ci chiedeva di prendere le distanze per imparare a fare spazio nell’animo e nella vita. Oggi ci dice perché è necessario fare questo spazio, prendere le giuste distanze, imparare anche su noi stessi a non vivere addosso alle situazioni.

    Il vero volto di Dio

    Oggi ci rivela il vero volto di Dio. Dio è la somma ricchezza, ci dice, capace di ricolmare di sé e della sua presenza la vita dell’altro. E’ quella realtà profonda, unica che è capace con la sua presenza di bastare alla vita dell’altro, a noi così affamati e assetati di presenze, di vicinanza, di stima, di riconoscenza, di riconoscimento, di affetto, di attenzione, di cura, di successo, di fama, di cose. Dio è, ci dice Gesù, colui che può con la sua presenza bastare a noi stessi ma nello stesso tempo ci fa comprendere che, se questo è Dio, chi è l’uomo? Se Dio è colui che con la sua presenza basta, riempie di sé, riempie di vita l’esistenza, l’uomo deve essere necessariamente uno spazio aperto, un vuoto che accoglie, perché due pieni non ci stanno, non è possibile, non c’è nessuna comunicazione, non c’è spazio per l’uno e per l’altro. E’ dentro qui la forza profetica della beatitudine di Gesù:

    Beati voi, che siete capaci di povertà.

    Non prende la piega dell’evangelista Matteo, poveri nello spirito, che ci porta a spiritualizzare la cosa. Matteo porta ad un livello più profondo la riflessione, certo, se non c’è quello, facciamo fatica ad essere uomini e donne che fanno spazio, ma Luca è più immediato, beati voi che siete capaci di andare all’essenziale, che siete poveri, uomini e donne che sapete vivere a cuore aperto, gente capace di fare spazio, definiti da un’apertura. E’ così che Luca disegna i tratti fondamentali dell’uomo.

    Non è l’elogio di una mancanza, di una sciatteria, di coloro che sono costretti a mendicare, è l’indicazione essenziale di vita, la condizione di chi è capace di far regnare su se stesso solo ed esclusivamente la ricerca di Dio, di non mettere la propria vita a servizio delle cose, all’inseguimento di cose, tempo, incontri. Luca ci riporta all’essenzialità. Beati voi, che di fronte al vivere siete capaci di non farvi imprigionare ancora una volta da quel richiamo delle reti, dalla vostra abilità nel gettare, piuttosto che da quanto materiale avete tirato su.

    Beato se sai che la tua esistenza è qualcosa di più grande, lo spazio della tua vita è un bene sommo e lo cerchi solo dentro questo respiro dell’incontro con Dio. Quando il povero diventa capace di liberarsi dalle cose e di non far dipendere la propria vita da ciò che lo circonda, dal successo o dalla fama, dal riconoscimento dell’altro, dal conto in tasca, dalle sue abilità personali, dalle sue doti o caratteristiche, quando la povertà non definisce tutto questo - perché non sei semplicemente uno mancante ma sei uno che sceglie di non stare alla ricerca, all’inseguimento, alla brama di possedere - allora il povero diventa un testimone, diventa un segno. L’evangelista lo mette qui perché con la sua presenza ci richiama un significato più importante. L’unica cosa che ci può bastare è la ricerca di Dio, è il vivere con la dimensione del cuore di Dio, che quello che ha, condivide, che quello che riceve, offre, che quello che raggiunge, consegna.

    Dentro queste caratteristiche, la nostra vita cambia. E’ per questo che tanti testimoni, anche del nostro tempo, ci stupiscono quando la loro vita sa parlare di questo. Sa parlare testimoniandoci che il loro riferimento è qualcos’altro e non è misurato dall’avere o dal potere, dal fare o dal raggiungere. Chi cerca, invece, purtroppo, di definire la propria vita dentro la ricchezza o il successo, chi si circonda di cose che possono riempirla, l’evangelista ci dice guai a voi, perché l’esistenza è triste, ci perdiamo, le cose materiali non daranno mai quella pienezza di comunione e di affetto, quella calda accoglienza di una comprensione, quel calore di un cuore che ti accoglie, di un animo che capisce, scalda e sta accanto. Il povero è beato perché ha spazio per Dio e per tutti coloro che in nome di Dio diventano sostegno e consolazione, vicinanza e protezione. Al povero, Dio si fa profeta, con una vicinanza di qualcuno che lo raggiunge e lo interpella. La nostra perdizione è quando vogliamo essere noi signori di noi stessi, in questo diventiamo faticosamente soli. Beati voi, perché la vostra vita è definita dall’essenziale, da un animo libero, pronto a fare spazio, accoglienza, condivisione, comunione di tempo, di forza, di cammini, di possibilità. Beati voi se la beatitudine della povertà del Vangelo la vivete così, che si fa attenzione e cura, anche quando si è nel pianto, nella persecuzione, nella fatica anche quando si è nella tribolazione.

    Siamo capaci di questa vera povertà?

    Oppure se siamo pieni, di cosa lo siamo?

    Questa beatitudine, soprattutto, ci chiede quale libertà e apertura d’animo siamo capaci di offrire a Dio?

    Qual è la nostra vera ricchezza?

    È una ricchezza che cerchiamo in Dio o nelle cose?

    A volte provare a chiederselo, facendo verità su noi stessi, dicendo, sotto sotto verso cosa sto camminando, di cosa mi preoccupo, cosa se non ho, mi manca, cosa mi definisce?

    Ogni tanto anche per noi mettere le reti a riva è importante per sapere cosa stiamo facendo.

     

    Preghiera

    Beati voi che avete un cuore grande disposto a raggiungere

    il più lontano dei fratelli

    Beati voi che non amate soltanto chi é bello simpatico ed intelligente

    ma anche l'ultimo del reparto trascurato da tutti.

    Beati voi che non dite mai "basta" al perdono e all'amicizia

    ma cercate di diventare "il prossimo" di chi sbaglia,

    del povero e dell'antipatico.

    Beati voi che non dividete il mondo in buoni e cattivi,

    ricchi e poveri ma considerate tutti fratelli da capire ed amare.

    Beati voi che non dite mai: "gli amici che ho, mi bastano !"

    perché non vi dimenticate di tutti quelli che nel mondo

    sono soli, tristi, e in attesa di amicizia.

    Beati voi che avete il cuore come il mio: grande come il mondo.

  • 10/02/2019   Febbraio

    V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

    V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

    “… lo pregò di scostarsi un poco da terra”

    Dal Vangelo secondo Luca 5, 1-11

    In quel tempo,  1 mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di
    Gennèsaret,  2 vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti.  3 Salì in una barca, che era
    di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
    4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».  5 Simone rispose:
    «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».  6 Fecero così e
    presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.  7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra
    barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.  8 Al vedere
    questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un
    peccatore». 9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto;  10 così
    pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi
    sarai pescatore di uomini».  11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

    Commento

    C’è una doppia direzione che possiamo trovare dentro queste pagine della Scrittura, che accomuna Isaia, Paolo e
    Pietro. Tutti e tre ci raccontano, innanzitutto, della piena consapevolezza della loro fragilità.
    Isaia, nel tempio del Signore, riconosce la propria povertà: come posso parlare io di te Signore? Sono un uomo fragile.
    Così lo scopre Paolo rimanendo stupido e dicendo: sono stato lontano, anzi addirittura sono stato contrario, ho
    contrastato la Parola di Dio, ho voluto soffocare nella violenza questo nome di Gesù.
    E Pietro quella stupenda consapevolezza: Signore, ho dubitato, ho paura.
    Dall’altra parte c’è un’altra direttrice, che è quella della grazia, della consapevolezza che la nostra vita agli occhi di
    Dio non è semplicemente depositaria di capacità e di doti naturali, ma che la nostra vita è amata, a prescindere dalle
    nostre capacità. C’è una chiamata, c’è una vocazione, c’è un dono straordinario che allarga i nostri confini, i nostri
    orizzonti, che ci fa dire dov’è il nostro lago, quali sono le nostre reti, qual è la consapevolezza del punto di partenza
    che anche noi dobbiamo costantemente nutrire.
    C’è una chiamata!
    Pietro è chiamato ad essere pescatore di umanità. La vocazione di tutti noi è questa. Ci chiama ad una vocazione
    universale che allarga. Potremmo quasi dire, con l’immagine della pesca di questo vangelo, che spacca i confini del
    nostro ordinario.
    Dio ci vede uomini universali, non semplicemente ridotti ad un piccolo incarico e ad un piccolo posto.
    Quello che Dio ci chiede di far risplendere dentro noi, nella nostra umanità, è l’orizzonte ampio della vocazione, che è
    sempre per tutta l’umanità. La sponda è per tutta l’umanità.
    E’ questo lo straordinario della nostra vita.
    Non è il piccolo gruppo, le persone che possiamo contattare, quelli con cui veniamo ad incontrarci.
    Non è questa la dimensione della nostra vocazione, che è destinata per tutta l’umanità, uomini e donne che
    incontriamo e che siamo chiamati a ritrovare dentro l’orizzonte dello sguardo di Dio, più immagine Sua.
    E’ questa la nostra vocazione, se sei in una casa, se sei un religioso, se sei chiamato ad uscire dal tuo paese, le persone
    che incontri, su di loro, hai la vocazione di riprodurre lo sguardo di Dio!
    Dobbiamo chiederci se stiamo cominciando a mettere dei passi dentro questa vocazione, o se ci pensiamo in maniera
    ristretta, solo sulle sponde del nostro lago.
    La Parola di Dio, la chiamata di Dio, il dono di Dio è universale, non è qualcosa che possiamo restringere e
    racchiudere. Siamo chiamati a proiettare quello sguardo di grazia, di benevolenza, di amore di Dio su tutti, perché tutti
    possano diventare sempre più a Sua immagine e somiglianza.
    Dire Dio è per tutti, non è solo per quelle persone che abbiamo scelto, o per quelle che ci siamo ritrovati attorno a
    vivere.
    Se questo è il confine della nostra dimensione, della nostra vocazione chiediamoci
    Da dove partiamo? Qual è il nostro punto di partenza? Come si fa a riconoscere e a prendere pienamente
    consapevolezza di questa vocazione?
    E’ l’incontro di Gesù con Simone che ci aiuta:. “Lo pregò di scostarsi un poco da terra”.
    E’ bellissima questa immagine!
    Per prendere consapevolezza della dimensione ampia della nostra vocazione dobbiamo imparare le distanze perché
    l’ordinario della nostra vita non ci imprigioni. Quelle reti che, a terra, Simone egli altri riassettano e ricuciono, servono
    innanzitutto per essere gettate al largo. Non dev’essere qualcosa dentro cui rimaniamo imprigionati, ci vuole maestria
    per saper gettare le reti dalla barca, per non camminarci sopra e rischiare di finire noi in acqua.

    E’ questa la maestria della nostra vita: imparare a prendere le distanze dal nostro ordinario, quella distanza che
    permette a Simone di ascoltare Gesù, ma nello stesso tempo di ascoltare se stesso, come quella Parola provoca.
    La risposta di Simone nasce da quella distanza presa perché possa essere facilitato l’ascolto.
    Così, anche noi, nell’ordinario del nostro vivere possiamo dare la risposta ampia di una rete di grazia che si getta ma
    solo se l’ordinario non ci imprigiona e impariamo quella distanza che ci permette innanzitutto l’ascolto di noi stessi e
    poi l’orientamento all’ascolto della Parola di Dio.
    Quali sono i nostri tempi, i nostri spazi, i nostri momenti che ci prendiamo perché l’ordinario non ci imprigioni e tutto
    non sia quotidianamente sempre una fretta, un fare, sempre un’emergenza, un ritardo?
    Quali sono gli spazi, le distanze, chi ci permettono di ascoltare?
    C’è una domanda ancora più profonda, un orizzonte che si apre ancora di più.
    Prendi il largo
    Gesù lo pregò di scostarsi un poco da terra… ma Gesù prega Pietro di gettare le reti, allarga gli orizzonti, prendi il
    largo…
    Questo è un invito straordinario che il Signore Gesù ci fa tutti i giorni, prendi il largo, non fermarti semplicemente al
    qui, all’adesso, non vedere tutto solo nel ritmo dell’urgenza.
    Pietro non si nasconde e ha il coraggio di giocare la faccia.
    Lo dice nella sua frase «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò
    le reti», con il rischio che gli altri a terra lo prendessero per pazzo, perché tutti lo sanno che non si pesca di giorno
    quando il sole scalda l’acqua e i pesci vanno sul fondo. Sulla Sua parola ci gioca la faccia.
    Questo dev’essere il nostro orizzonte, non rinchiudiamoci sempre…
    San Paolo dice in una maniera straordinaria che la nostra santità, la nostra vita, la nostra vocazione vengono fuori nel
    momento in cui in ogni occasione, opportuna o non opportuna, parliamo di Gesù Cristo e ci giochiamo su di Lui.
    Forse tante volte i nostri ragionamenti accantonano un po’ Lui e non abbiamo il coraggio di giocare la faccia su niente,
    men che meno su qualcosa che riguarda Gesù Cristo, men che meno che riguardi il Vangelo.
    Quante volte anche per noi l’omissione è una parola che abita i nostri discorsi quotidiani, piuttosto di dire, stiamo zitti,
    magari l’altro ci arriva da solo… magari non ci arriverà mai e ha bisogno della nostra parola, ha bisogno di vedere che
    noi per primo ci giochiamo, di vedere noi da che parte stiamo…
    Prendi il largo Simone, non continuare a muoverti solo attorno agli scogli, prendi il largo …
    E’ un invito che rivolge anche a ciascuno di noi, prendi il largo con la tua vita, con la tua presenza, prendi il largo…
    La distanza di Simone e la vicinanza di Gesù
    Da ultimo quella piena consapevolezza di Simone che chiede la distanza ma che ottiene ancora di più di stare ‘a tu per
    tu’.
    ‘Allontanati da me perché sono peccatore’ … No Simone, cammina per sempre con me, perché sei chiamato ad essere
    santo, diventa pescatore di uomini, diventa capace di sopportare e portare il mio sguardo.
    Questo è ciò che siamo chiamati a vivere della nostra vocazione. Ci è data una chiamata per cambiare il mondo, ci è
    data una parola perché noi gettandola possiamo fare ampia la pesca della vita.
    La nostra vocazione di credenti è dentro questo orizzonte, poi la vivremo nella famiglia che abbiamo costruito con il
    matrimonio, nella vita consacrata, in un certo ambiente, ma la vocazione è questa: è il coraggio di dire il volto di Dio
    perché il mondo acquisti sempre più, a immagine e somiglianza, il suo volto in Dio.
    La nostra pesca ha queste dimensioni o ci accontentiamo del piccolo stagno della nostra vita?
    Aiutaci, Signore, ad avere il coraggio di uno sguardo ampio, perché la nostra esistenza non si rinchiuda su se stessa ma
    possa essere davvero vocazione che risponde a Te!

    Preghiera

    Signore, la rivelazione della bellezza
    del tuo progetto di umanità
    susciti in noi il desiderio
    di una esistenza nuova,
    guidandoci alla ricerca della nostra vocazione,
    che sola può dare senso e pienezza alla nostra vita.
    La tua parola apra ai nostri occhi e al nostro cuore
    gli orizzonti che tu offri agli uomini
    perché troviamo la gioia di rispondere alla tua chiamata
    e di essere tra gli uomini
    segno della tua presenza e del tuo amore.
    Amen

  • 03/02/2019   Febbraio

    IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

    IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

    “E’ vita, è futuro”

    Dal Vangelo secondo Luca 4, 21-30

    In quel tempo, Gesù 21 cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete
    ascoltato».
    22 Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e
    dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo
    proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua
    patria!”». 24 Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25 Anzi, in verità
    io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e
    ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a
    Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu
    purificato, se non Naamàn, il Siro».
    28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29 Si alzarono e lo cacciarono fuori della
    città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30 Ma egli,
    passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

    Commento

    La Conferenza Episcopale dei nostri Vescovi ci consegna per questa giornata un messaggio sul
    tema della vita e lo intitola “E’ vita, è futuro”, su tutti noi invocano questa attesa di speranza.
    Come per Geremia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura ‘prima di formarti nel seno materno io
    ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato, ti ho stabilito profeta delle nazioni.’
    E’ bello poter pensare che sulla nostra esistenza c’è un progetto di vita, un’attesa di pienezza, un
    germe, un seme che è posto nel terreno della quotidianità della nostra esperienza che il Signore ci
    chiede di custodire e far germogliare, di non sopprimere questo anelito di vita, di speranza anzi ci
    chiede di scoprire la nostra profezia.
    Essere profeti
    Ciascuno di noi è profeta della presenza di Dio nei confronti del mondo. Proprio perché è voluto da
    Lui, ci è data l’opportunità di vita, c’è vita in ciascuno di noi. E’ come se fosse una piccola scintilla
    di quella parte straordinaria dello spirito di Dio che pulsa nel cuore di ciascuno di noi. Questa è la
    nostra profezia.
    Attenzione! Non cadiamo anche noi nell’imbarazzante richiesta da parte degli uomini della casa di
    Nazareth ‘facci vedere la tua vitalità, fai un segno, facci vedere questa vitalità attraverso i segni’.
    Quante volte il nostro messaggio di vita diventa semplicemente un messaggio funzionale…
    Che cosa sei capace di fare? Non cerchiamo la profezia dell’altro, ma la sua presenza fattiva.
    Sei dalla mia parte o no, sei capace di fare questo o no?
    E’ solo uno sguardo pratico che dimentica la grandezza, lo stupore, la meraviglia.
    Chiedono a Gesù di rifare dei segni dimenticandosi che ciascuno di noi è più di un segno, che la
    nostra profezia è dire la vita di Dio, la Sua presenza, è dire con il nostro vissuto la Sua identità. Non
    è il fare che misura né il nostro credere né il nostro vivere.
    Abbiamo bisogno di uno sguardo ampio, che non diventi riduttivo, uno sguardo che misura, che
    spesso si incattivisce, perché cerca di vedere nell’altro che cosa è simile e che cosa è diverso, non
    per accettarlo, ma per porre un confine, una distanza, un’alterità, non per un confronto.
    Aiutaci, Signore, a scoprire questo per ciascuno di noi!
    Prima che tu venissi alla luce io ti ho consacrato come profeta davanti alle nazioni.
    Io ti ho dato una parola.
    Ciascuno di noi ha questa parola da dire alle nazioni.
    Che bello se fossimo capaci di porre questo ascolto interiore, di permettere all’altro di dirci la sua
    parola di vita e non di misurarci in quello che facciamo o in quello che poniamo.

    L’amore di amicizia
    Se fossimo capaci di questo ci accorgeremmo che il primo messaggio che il vissuto di ciascuno di
    noi consegna al mondo è un abbraccio, una parola di speranza, un germe di vita, è vita davvero!
    Papa Francesco, richiamato dai nostri Vescovi, dice “l’amore di amicizia si chiama carità, ma solo
    quando si coglie e si apprezza l’alto valore che ha l’altro (…) e ci permette di gustare la sacralità
    della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla.”
    Di fronte a questi uomini che vogliono misurare la vicinanza di Gesù alla profezia, al segno di Dio,
    di fronte a questi uomini che chiedono un segno per potergli prima dare ascolto, Gesù cita due
    esempi di due personaggi pagani.
    Il primo è una donna vedova, nativa di Sarepta di Sidone, una libanese al di là del confine, l’altro un
    generale dell’esercito siriano, Naaman, un lebbroso.
    Entrambi entrano in contatto con il popolo di Israele ed entrambi prima di chiedere al profeta ‘chi
    sei, cosa fai, qual è il tuo segno?’, obbediscono, ascoltano, si fidano.
    Hai poco da magiare? Prima fammi la focaccia, chiede Elia alla vedova. Sei venuto dalla Siria? Va
    a bagnarti nel fiume Giordano, anche se tu a casa tua hai il Tigri, l’Eufrate, fidati di questo segno.
    Nella fiducia di una parola entrambi trovano salvezza e guarigione.
    Quanto è diverso l’atteggiamento giudicante, quanto smorza la vita, quando noi prima chiediamo
    all’altro un segno, di essere qualcuno che prende posizione per noi, per quello di cui abbiamo
    bisogno, per la nostra utilità, il desiderio di avere vicino l’altro non per la libertà di un confronto,
    ma per possederlo.
    Come ci dice il Papa, quella carità che invece si mette al servizio nell’ascolto, dentro qui, dentro
    questa vicinanza noi possiamo scoprire un messaggio di vita.
    Anche noi, come gli uomini e le donne al tempo di Gesù, siamo chiamati in maniera forte a
    cambiare lo sguardo, a non passare, prima dell’essere uomini e donne che ascoltano, a gente che
    misura, a non passare l’altro come qualcuno che deve diventare strumento per noi, ma ad avere il
    coraggio dello stupore, di chi cerca la meraviglia. L’altro è una Parola di Dio posta sulla mia vita,
    come posso rispettarlo, non come posso difendermi, ma come posso lodarlo e permettergli di
    esprimersi?
    Spesso siamo così arrabbiati perché le cose non vanno come vorremmo noi e non permettiamo a
    niente e nessuno di scalfire il nostro sguardo.
    Quanto potrebbe essere diverso il nostro vivere se fossimo capaci di iniziare le nostre giornate così,
    protesi allo stupore, a quella certezza che lo spirito di Dio mette profezia nel mondo e che i profeti
    non sono finiti. Continua a mandarceli, forse stiamo reclinando lo sguardo, forse stiamo chiudendo
    l’animo e non ci stiamo più allenando allo stupore.
    Aiutaci, Signore, a ritrovare questo perché anche per noi possa esserci vita, futuro, che è sempre con
    te, ci conduce lì.
    Aiutaci, Signore, a stupirci di Te!

     

    Preghiera

    Gesù, tu passi imperterrito in mezzo al mio egoismo e presunzione,
    nonostante ti blocchi il passaggio con i miei bisogni, desideri, capricci,
    volendoti piegare ai miei voleri e farti esercitare potere per la mia vanagloria.
    Maestro Gesù, tu vai sempre ritto per la tua strada, per realizzare il senso della tua vita.
    La tua parola non si lascia condizionare, trattenere, va sempre avanti, lì dove deve andare:
    tra i malati, gli esclusi, i miseri.
    Pietà per le mie pretese e per la mia incomprensione.
    Pietà Signore Gesù per il mio sdegno e per tutte le volte che ti ho cacciato dal mio cuore,
    conducendoti nel precipizio della mia rabbia
    per buttarti nell'abisso della mia indifferenza.
    Amen

  • 27/01/2019   Gennaio

    FESTA DELLA FAMIGLIA

    SANTA FAMIGLIA DI GESU', GIUSEPPE e MARIA (anno C)

    “Figlio, perché ci hai fatto questo? … Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”

    Dal Vangelo secondo Luca 2,41-52

    41 I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.  42 Quando egli ebbe dodici
    anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.  43 Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del
    ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.  44 Credendo che egli
    fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i
    conoscenti;  45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.  46 Dopo tre giorni lo trovarono
    nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava.  47 E tutti quelli che l’udivano
    erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.  48 Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli
    disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».  49 Ed egli rispose
    loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».  50 Ma essi non
    compresero ciò che aveva detto loro.
    51 Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel
    suo cuore.  52 E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.


    Commento

    Si rivela così il mistero di Dio, nella concretezza e nella quotidianità delle relazioni. Quel Dio che
    da sempre cerca l’uomo ‘Adamo dove sei?’, che entra nel giardino della creazione, che tende la
    mano, che si mette in ricerca della nostra umanità, sceglie di abitare la quotidianità delle nostre
    relazioni.
    Lo fa per farci comprendere il luogo veritiero dove noi possiamo farne esperienza.
    Non dobbiamo cercare una mistica di Dio, ma allargare gli orizzonti del nostro quotidiano.
    Spesso ci chiediamo dov’è… e Lui è qui, abita l’oggi della nostra casa e dei nostri incontri.
    Dentro questo quotidiano è bello provare a leggere la dimensione di famiglia, non solo quella della
    relazione intima della casa, ma anche nell’ambito dell’essere comunità, che avviene in questo
    percorso, in questo portare Gesù a Gerusalemme, in questo far abitare Gesù nella tradizione del
    popolo, del cammino di un popolo incontro al suo Signore.
    Perché ci hai fatto questo? Chiede Maria.
    Non è un rimprovero, ma un cercare di capire. Il modo con cui Gesù è accolto in questa famiglia è
    sempre stato un cercare di capire il suo mistero.
    Come avverrà questo? fin da quel giorno ha chiesto Maria.
    Com’è possibile? fin da quel giorno Giuseppe si è chiesto di fronte a questo progetto di Dio che
    interpella la nostra umanità.
    Che bello poter pensare che la nostra comunità cristiana, che le nostre famiglie crescono in un
    dialogo dove ci si pone la domanda giusta, dove ci si aiuta a porre le domande e non ci si
    rinfacciano le cose con risentimento o accusa.
    Ci sono cose difficili da dirsi, ma che diventano impossibili se non abbiamo il coraggio di dircele,
    diventano ostacoli, muri, distanze.
    Non possiamo vivere nell’attesa che l’altro capisca, dobbiamo avere l’umiltà della consegna
    all’altro. Quelle domande che ci scuotono nell’animo, a volte ci feriscono ma proprio perché il
    cammino possa esserci, abbiamo bisogno di consegnarcele.
    Forse non era una domanda per Maria il dover dire ‘sarò incinta caro Giuseppe ma non di te’?
    Forse non era una domanda per quest’uomo chiedersi come avrebbe fatto ad accogliere e a credere a
    questa donna che le consegnava un progetto più grande di lei e di lui, più grande del loro stare
    insieme?
    Come se lo saranno detti?
    La bellezza di questa storia è che se lo sono detti e hanno camminato insieme!
    Aiutaci, Signore, ad essere casa non perché abitiamo uno accanto all’altro ma perché sappiamo
    porci le domande, sappiamo rimandarci, sappiamo aiutarci reciprocamente a far emergere quelle
    domande che scuotono la vita. Non perché abbiamo tutte le risposte ma perché, se non altro,
    possiamo cercarle insieme, possono diventare cammino che unifica i nostri passi.
    La risposta di Gesù è straordinaria.
    Non sapete che io devo fare la volontà del Padre mio?

    Non sapete che il mio orizzonte non siete voi, ma è qualcun altro, è un progetto ‘altro’?
    E’ un richiamo straordinario!
    Gesù chiede a Maria e Giuseppe di essere adulti nella fede.
    Chi è l’adulto?
    E’ colui che è capace di generare vita, di creare passi nuovi, di dare speranza ad un orizzonte ‘altro’,
    non è colui che chiede al figlio di rispondere alle proprie attese, è colui che si mette a servizio
    dell’attesa dell’altro, perché possa cercare il suo cammino di maturazione, di realizzazione piena, il
    suo rispondere alla vocazione di Dio.
    Chiede a Maria e Giuseppe di fare questo, di non guardarlo con l’orizzonte ristretto del figlio di
    Israele, ma chiede di permettere a Lui di essere figlio di Dio, in un orizzonte più ampio.
    Che bello rimandarci così ed essere casa nella quotidianità dei nostri rapporti in questo modo, gente
    che genera orizzonti ampi, che non rinchiude l’altro nello sguardo ristretto del proprio giudizio e a
    volte del proprio pregiudizio, che non imbriglia i propri ragazzi in quelle attese dove devono
    crescere secondo quello che ci aspettiamo noi, ma possiamo avere un orizzonte largo, possiamo
    riconoscere che sono di Dio prima che qualcosa di nostro e che devono rendere conto a Lui.
    Nelle domande che riusciamo a porci che bello se riuscissimo a porre questa domanda davanti
    all’altro, come domanda vera della vita:
    Cosa ne stai facendo della tua risposta a Dio, della tua vocazione, della tua vita come dono da
    spendere in gratitudine per Lui? Che cosa ne stai facendo di te stesso?
    Diventa casa una comunità che si pone domande così.
    Nonostante questa incomprensione e questa dimensione di fatica, il Vangelo ci dice la via: ‘tornò
    con loro e stava loro sottomesso’.
    Gesù non sta nel tempio, non rimane con i maestri della legge, ma torna nella quotidianità della vita
    di Nazareth, sta in ascolto del vissuto di Maria e di Giuseppe.
    Ai maestri della legge, a coloro che parlano di Dio senza il sapore della vita, preferisce la sapienza
    quotidiana intrisa di sudore, di fatica e di affetto, preferisce l’incertezza di colei che ha creduto nella
    parola dell’angelo e che custodisce nel cuore queste parole. Preferisce la paura, l’incertezza, ma la
    giustizia di colui che ha ascoltato la voce dell’angelo in sogno e ha deciso di scegliere la giustizia di
    Dio, piuttosto che il cammino umano, piuttosto che il buon costume delle relazioni sociali, quel
    Giuseppe che ha preferito essere giusto davanti a Dio, piuttosto che secondo la legge.
    Gesù li ascolta come maestri di vita, che daranno a Lui non i lacci della legge, ma la capacità di
    sapere cogliere il volo libero del progetto di Dio, pur nelle pieghe complicate del vissuto umano.
    E sarà capace di farlo per tutta la sua vita. Non avrà paura di avvicinarsi ai poveri, ai malati, ai
    peccatori, ad abitare queste case, perché ha imparato che cosa vuole dire essere casa di Dio.
    Che bello poter pensare che le nostre famiglie diventano il luogo dove s’impara quest’arte di amare
    secondo il progetto di Dio, dove s’insegna a volare liberi mossi dal suo spirito piuttosto che ripetere
    gesti antichi di una tradizione passata!

    Preghiera

    La nostra casa, Signore, sia salda,
    perché fondata su di te, che sei la roccia;
    luminosa, perché illuminata da te,
    che sei la luce;
    serena perché guardata da te,
    che sei la gioia;
    silente, perché governata da te,
    che sei la pace;
    ospitale, perché abitata da te,
    che sei l'amore.
    Nessuno, Signore, venga alla nostra casa
    senza esservi accolto;
    nessuno, vi pianga
    senza essersi consolato;
    nessuno vi ritorni
    senza ritrovarti nella preghiera,
    nell'amore e nella pace.
    Amen

  • 13/01/2019   Gennaio

    BATTESIMO DEL SIGNORE

    BATTESIMO DEL SIGNORE (Anno C)

    «Il cielo si aprì… Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»

    Dal Vangelo secondo Luca 3,15-16.21-22

    In quel tempo,  15 poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo,  16 Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». 21 Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì  22 e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»


    Commento

    Quattro pennellate: a volte, i grandi artisti, anche solo con piccoli colpi di pennello, sannoraccontarci, farci entrare in qualcosa di straordinario ed è così anche con questo brano di Vangelo. Ci consegna quattro piccolissime vie, o meglio, come ogni via che deve essere percorsa, l’inizio è un semplice passaggio, poi c’è tutta la fatica del cammino per giungere alla meta. La prima sorgente: i cieli sono aperti. L’apertura è qualcosa di straordinario. Spesso noi pensiamo che di fronte a Dio le nostre invocazioni sbattano come contro un muro e tornino indietro, come se ci fosse da parte Sua una riottosa chiusura nei nostri confronti. Quante volte ci siamo lamentati che il Signore non ci ascolta, perché le cose non avvengono secondo quello che ci immaginiamo noi, non ascolta le nostre urgenze, non vede i nostri bisogni. Eppure da quel giorno tutta la Scrittura ci consegna questo messaggio inequivocabile: Dio è colui che porge orecchio al grido del suo popolo! È colui che apre i cieli. L’apertura è segno di una comunicazione, di una relazione, di un dialogo. Se ciascuno rimane sulle sue posizioni e continua a ripetere le proprie idee, non c’è nessun confronto. In Lui c’è apertura, ascolto… strano, dovremmo essere noi che ascoltiamo, eppure per dirci la verità di questo desiderio profondo di Dio di chiamarci per nome, di porci all’interno di questo stupendo giardino come soggetto con cui entrare in relazione, ci convince che in Lui c’è apertura, che il cielo, l’orizzonte della sua esistenza è aperto, c’è spazio per ciascuno di noi.

    Dovremmo provare a chiederci: cosa vogliamo che Dio ascolti di noi? Forse siamo noi che fatichiamo a dirgli la verità di noi stessi, gli diciamo l’immediato, il bisogno, la fatica, l’istinto, ciò che ci prende in quel momento, ma forse dobbiamo dirgli qualcosa di più. Come quando la mamma ascolta le richieste del bambino e gliele fa ripetere più volte, perché venga a galla la vera richiesta, la verità per cui ti esponi e vuoi metterti in gioco. E’ bello iniziare le nostre giornate dicendoci questa profonda verità: Dio è colui che apre i cieli, che apre l’orizzonte della Sua esistenza per la relazione con noi. La prima parola che pronuncia è ‘figlio mio’!

    Perché apre i cieli? per ricordare a ciascuno di noi la verità di noi stessi, quello che siamo, la nostra identità. Siamo figli, nella piena dignità e con la piena consapevolezza di questa relazione da abitare. La verità del nostro dire a Dio deve essere da figlio, non da gente bisognosa, non da mendicanti, da gente paurosa, ma da figli.

    Come si fa a parlare a Dio da figli? Qual è desiderio profondo che ci fa stare davanti a Lui? Spesso invochiamo Dio, ma per il peso del nostro bisogno, non con la consapevolezza di essere figli, rivestiti di grazia, quello che è nell’identità del Padre, che fa Dio, Dio, ricco di passione e misericordia, ricco di grandezza nell’amore, identifica anche noi. Impariamo, o meglio proviamo a chiedere a Dio con la stessa passione di chi vuole amare come ama Lui, fare misericordia come fa Lui, avere compassione come ha Lui, essere creatori nei confronti di questa esistenza come è Lui, appassionati creatori. La pima parola che Lui pronuncia sulla nostra vita non è un problema, il peccato, la difficoltà, il limite, ma è figlio, è una parola di appartenenza, di legame di generazione, di vita. La seconda parola che ci viene detta è ‘amato, figlio mio tu sei amato’. E’ questo il legame essenziale, ci deve bastare questa cosa, non c’è situazione nella nostra vita, dove noi non siamo amati da Dio. Questa non è una conquista, non è qualcosa che arriviamo ad essere capaci di fare, o di vivere o di abitare, perché ci impegniamo o perché preghiamo! Noi siamo amati, generati alla vita, perché voluti, amati, desiderati, anche in una vita contorta e in una situazione problematica, Dio ci guarda così. Dobbiamo ricordarcelo, quando facciamo il segno di croce, al mattino appena apriamo occhi, dobbiamo dirci questo ‘figlio amato’!
    Non sei padrone del mondo, sei figlio, non sei mendicante nella vita, non devi ottenere tutto con la potenza del tuo esistere, con la ragionevolezza dei tuoi principi, ma sei uno che è già raggiunto da un amore che ti precede, prima ancora che tu possa emettere il vagito della tua vita, c’è qualcuno che ti ama, ti guarda, apre i suoi cieli per raggiungerti con questo sguardo, per mettersi in dialogo con te! In te mi compiaccio La terza parola che ci viene consegnata e completa queste quattro pennellate di cieli aperti, di un nome che ci è dato, figlio, del senso del nostro vivere ‘amato’, in te mi compiaccio, tu mi rallegri, tu sei la gioia della mia vita, il tuo esistere. A volte, a noi sembra che la gioia della vita sia qualcos’altro, addirittura in alcuni momenti pensiamo che sia quella di non essere mai nati, perché non sopportiamo le cose, perché le fatiche ci sembrano troppo grosse, perché il peso delle scelte, la responsabilità che ne deriva sembra schiacciarci, eppure noi siamo la gioia di Dio, l’unica realtà all’interno di questo creato che fa trasalire di gioia il volto di Dio, il cuore di Dio, perché da figli gli possiamo dire papà, padre.

    Quali sono le scelte, le situazioni, il modo in cui noi stiamo dentro la vita? Che ci fa dire grazie Padre, perché mi hai dato questa possibilità, perché mi hai dato di poter vivere questo incontro, di stare accanto a questa persona, mi hai dato la possibilità di portare questa responsabilità, mi hai accompagnato negli anni del mio cammino? Quando riconosciamo questo ‘grazie Padre, perché mi è dato di vivere’?
    Che bello se ogni giorno potessimo iniziare così, con questa piena consapevolezza che Dio non ha chiuso la porta in faccia a nessuno di noi, ma Dio apre la propria esistenza e si mette in ascolto della nostra vita e quando può parlarci ci dice ‘figlio, amato, sei ciò per cui io mi rallegro’.
    Aiutaci, Signore, a non tradire queste parole!

    Preghiera

    Siamo venuti a cercarti, o Signore, ma perché prima tu ci hai cercato.

    Desideriamo incontrarti ma sei tu, o Signore, che organizzi l’incontro.

    Fatti conoscere, o Signore, come colui che ha in mano l’iniziativa della mia vita.
    Concedi a me, o Signore, di non banalizzare questo mistero,

    di non fermarmi e fissarmi sulle cose che penso di avere preparato, pensato, fatto ma di essere disponibile e libero per accogliere la tua
    Parola.

    (Card. Carlo Maria Martini)