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  • 16/10/2017   Ottobre

    Festa della dedicazione del Duomo di Milano

    Festa della dedicazione del Duomo di Milano

    La casa o…un covo di ladri?

    Dal Vangelo secondo Matteo 21, 10-17
    10 Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva:
    – Chi è costui?
    11 E la folla rispondeva:
    – Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea.
    12 Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 13e disse loro:
    – Sta scritto:
    La mia casa sarà chiamata casa di preghiera.
    Voi invece ne fate un covo di ladri.
    14 Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. 15 Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide!”, si sdegnarono, 16e gli dissero:
    – Non senti quello che dicono costoro?
    Gesù rispose loro:
    – Sì! Non avete mai letto: “Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode?”.
    17 Li lasciò, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte.

    Commento

    Abbiamo una casa che non è semplicemente un tempio, ma un punto di partenza, un luogo di crescita, che è un dono di relazione.
    Abbiamo una casa che è il nostro vivere all’interno della diocesi di Milano, un punto di riferimento forte nel nostro cammino di fede, anche se lo viviamo in un modo un po’ speciale.
    E’ proprio dal gusto della specialità delle singole parrocchie che questa comunità viene animata, come nelle case, c’è la diversità di tutti i suoi figli e di tutti i suoi componenti.
    La ricchezza sta nel valorizzare questa diversità, nell’accoglierla, nel lasciarla essere voce che ci parla di una relazione profonda, che ci parla di Dio.
    Non diventa un ostacolo a Lui!

    La casa
    Quanto è diverso questo tema della casa che ritroviamo nei profeti e che ritroviamo invece in questo brano del Vangelo.
    Per i profeti, la casa è il luogo dove Dio pone la Sua dimora e dove costantemente offre la forza del Suo Spirito.
    Per Baruc, che abbiamo ascoltato, la casa è il luogo della sapienza.
    E’ bellissima quella frase “Dio ha scrutato tutto l’universo e offre la Sua sapienza a Giacobbe, al più piccolo di questi figli”. E’ un dono!
    Allora la casa letta così, nel nostro stare dentro una fede diocesana, diventa quel luogo dove costantemente noi ritroviamo la sapienza dello sguardo di Dio, l’oggi declinato del modo in cui possiamo conoscere i passi che ci fanno vivere in pienezza il Vangelo.
    In questa settimana il nostro consiglio pastorale si soffermerà su una lettera che il nostro nuovo Vescovo ha scritto alle comunità, che chiede di muovere dei passi nella sinodalità, ossia nella capacità di lavorare e pensare insieme, nel confronto schietto e sincero che ci porti a tradurre la verità dei passi nella comunione degli intenti.
    Poco vale se qualcuno riesce a camminare, ma nella comunione degli intenti perde tutti gli altri.
    Non è così che cammina la Chiesa!
    E’ Chiesa, è casa di Dio nel momento in cui è capace di accogliere e sostenere il passo di ciascuno.
    Quanto è grande lo sguardo di Dio!
    Questo sguardo si posa su coloro che vogliono camminare insieme e diventa un’offerta di grazia.
    Questo ci fa dire che il Signore è presente, è lì, nel momento in cui tutta la comunità ha il coraggio di fare dei passi nell’insieme, nell’accogliere l’uno le fatiche dell’altro, nel misurare l’uno i passi verso l’altro.
    E’ questo ciò che ci viene costantemente chiesto!
    Un covo di ladri
    Dall’altra parte il Vangelo ci richiama ad una verità straordinaria.
    Questa casa che come ogni casa è abitata dalla gente, nelle sue relazioni può diventare un covo di ladri. Quella che era la cosa più sacra per il popolo di Israele, il tempio di Gerusalemme, è diventato luogo di mercato.
    Dio non lo si mercanteggia, non lo si svende!
    Dio lo si cerca con cuore sincero.
    Il servizio
    Questo diventa un interrogativo forte, anche per la nostra comunità.
    I servizi che compiamo nei confronti di questa comunità cristiana sono dei servizi mercanteggiati o sono quel luogo straordinario dove ci è chiesto di parlare di Dio, con tutta libertà, sincerità, purezza di cuore?
    Questo è ciò che ci viene richiesto ogni volta.
    Non di rifiutare servizi, non di nasconderci di fronte alla possibilità di un servizio, non di ritrarre la mano, ma piuttosto di non impossessarci di quella mano, di non impossessarci di quel servizio, di non far diventare quel luogo che potrebbe essere testimonianza di verità, di misericordia e di carità semplicemente un esercizio di potere.
    Succedeva ai tempi di Gesù, purtroppo succede ancora adesso.
    Non per nasconderci dagli uomini, ma per riconoscere che anche il più piccolo gesto di servizio che compiamo nei confronti della comunità sa di Dio, è impregnato di Lui (chi si prende cura dei piccoli, chi della cura di un ambiente), che parli pubblicamente di Lui.
    E’ questo ciò che noi dobbiamo curare!
    Che bella la risposta di Gesù: “se fate stare zitti i bambini che con stupore si sono resi conto che Dio li sta visitando, parleranno le pietre!”
    Che tristezza quando né i bambini né le pietre sanno più parlare, perché le usiamo per qualcosa d’altro.

    Aiutaci, Signore ad abitare questa casa cercando di stimolarci l’un l’altro alla ricerca della sapienza e alla sinodalità del cammino.
    Signore, sostienici, perché anche quel più piccolo servizio che possiamo compiere nei confronti della comunità sia il luogo che sa di Te, che racconta della Tua presenza e può parlare di Te solo se noi ce portiamo dentro, perché le pietre non parlano di Te.
    Può parlare di Te solo se noi per primi ti abitiamo in una relazione bella, schietta, sincera.
    Può parlare di Te se quello che noi facciamo costruisce l’unità e non divide!

    PREGHIERA

    Il filo del vestito (Madeleine Delbrel)

    Nella mia comunità Signore aiutami ad amare,
    ad essere come il filo di un vestito.
    Esso tiene insieme i vari pezzi
    e nessuno lo vede
    se non il sarto che ce l'ha messo.
    Tu Signore mio sarto,
    sarto della comunità,
    rendimi capace di essere nel mondo
    servendo con umiltà,
    perché se il filo si vede
    tutto è riuscito male.
    Rendimi amore in questa tua Chiesa,
    perché è l'amore che tiene insieme i vari pezzi.

  • 09/10/2017   Ottobre

    XXVII Domenica del tempo ordinario

    XXVII Domenica del tempo ordinario

     

     

     

    “… è una meraviglia ai nostri occhi?”

     

     Dal Vangelo secondo Matteo 21, 33-43

    In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «33Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 38Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. 39Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

    42E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

    La pietra che i costruttori hanno scartato

    è diventata la pietra d’angolo;

    questo è stato fatto dal Signore

    ed è una meraviglia ai nostri occhi?

    43Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

     

    COMMENTO

     

    Per la terza domenica consecutiva abbiamo a che fare con la vigna.

    La prima domenica ci chiedeva di non misurare il nostro tempo, anzi, di stimare la grande possibilità di stare tanto tempo nella vigna del Signore per imparare, poco per volta, a plasmare il nostro cuore sul Suo.

    In quella parabola ci siamo stupiti della domanda del padrone: “non posso fare delle mie cose ciò che voglio, oppure tu sei invidioso perché io sono buono e dò all’operaio dell’ultima ora quanto a te operaio della prima ora?” Ma quello stupore che c’è nell’uomo dell’ultima ora, per come si sente trattato, pur se ha fatto poco perché ormai l’orario era finito, che gli allarga il cuore e gli fa dire grazie, forse non lo fa dire a quello della prima ora e nemmeno a noi, che rivendichiamo qualcosa in più e chiediamo per lui qualcosa di meno… ma cosa c’è meno della sua dignità?

    Anche nella seconda parabola dei due figli, c’è una domanda che ci chiede di essere veri e coerenti nel nostro atteggiamento, nella verità del nostro sguardo, e ci mette alla prova con quale animo stiamo nella vigna del Signore: “abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù”. Il figlio che capisce la preziosità di questo luogo di incontro, di ciò che gli è messo tra le mani, dice SI’, e fa volentieri il lavoro di Dio e mette a frutto volentieri le proprie capacità “SI’ e ci vado”.

     


    La meraviglia

    Oggi una domanda che chiede alla nostra vita se ciò che il Signore sta facendo per quella vigna dell’umanità che è il nostro campo, la nostra esistenza, dove a noi è chiesto di prenderci cura dei talenti che Dio ci ha dato, questo per noi fa meraviglia oppure è qualcosa che è dato per scontato?

    Ciò che fa meraviglia in questo testo è l’esito.

    Dio non punisce, ma il regno di Dio che è la vigna sarà dato ad un popolo che la faccia fruttificare.

    Dio non si spaventa di fronte ai nostri miseri fallimenti, il nostro non riconoscimento, il nostro misurarci su quello che abbiamo per prendere distanza gli uni dagli altri, incapaci di cogliere lo stupore della vita.

    Tenacemente, cerca una relazione con l’umanità che faccia frutto, che porti a frutto la bellezza della comunione, affinché quella grazia che ci è data per vivere diventi qualcosa di fruttuoso, che faccia trasparire il bello di stare dalla parte di Dio.

    Cerca un’umanità che sia capace di guardare oltre a ciò che ha, e lo misura per giudicare e prendere le distanze, ma un’umanità che impari a riconoscere che ciò che gli è dato per vivere, è una piccola parte della comunione con tutti. È uno strumento di comunione non è un oggetto di distanza, non è una pretesa di possesso a tutti costi, prevaricando gli altri.

    Il popolo che Dio cerca

    Siamo noi coloro a cui è stata dato in affitto l’esistenza e non ce la possiamo conquistare, ma possiamo farla fruttificare.

    Questo è il popolo che Dio cerca, che sia capace di meravigliarsi, di dire lo stupore, la gratitudine, che di fronte a tutto ciò che germoglia nell’esistenza e sia capace di vivere la condivisione, non dicendo “mia proprietà”, ma dicendo stupito il SI’ quotidiano ad un Dio che ha offerto se stesso.

    Un popolo che non cada nella logica del possesso e dell’accumulo, ma che crei occasioni, apra la mano al dono, che svuoti se per fare spazio ad un nuovo dono di grazia.

    Chi vive nel dono e stupito di ogni occasione si ritrova arricchito e libero, chi accumula per se e trattiene nel possesso marcisce e si perde…

     

    PREGHIERA

    Aiutaci, Signore, ad essere gente che sa far fruttificare quella grazia con cui tu ci risvegli ogni mattina.

    Aiutaci a stupirci non della capacità che ci fa attraversare le giornate dicendo “sono forte perché ho”,

    ma aiutaci a stupirci di tutti gli incontri che possiamo vivere ogni giorno.

    Tu sei colui che ci accomuna, Tu sei la linfa che dà sostegno alla nostra esistenza,

    Tu sei la grazia che riscalda la nostra vita, come un sole di cui ogni vite ha bisogno.

    Tu sei quel terreno fecondo su cui la nostra vita può attingere,

    Tu sei quell’acqua benefica che purifica e perdona.

    Aiutaci ad essere capaci di stupirci di questo e ad essere gente capace di mettere in comune ciò che ha ricevuto per grazia.

    Fa’, Signore, che non ci misuriamo su ciò che possiamo strappare agli altri,

    dimenticando che a noi è stato dato il dono dell’esistenza per grazia.

    Tu non ci misurerai su ciò che abbiamo posseduto,

    ma su ciò che abbiamo fatto fruttificare, condividendolo.

    Amen

     

     

     

     

  • 02/10/2017   Ottobre

    XXVI DOMENICA - Figlio, va oggi a lavorare nella Vigna

    XXVI Domenica del tempo ordinario

     “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”.

      

    Dal Vangelo secondo Matteo 21, 28-32

    In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 28«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. 29Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. 30Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

     

    COMMENTO

    “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, che ha svuotato la Sua divinità facendosi obbediente fino alla morte”, ossia alla nostra fragilità umana, prendendola su di sé.

    E’ la risposta straordinaria che Gesù dà all’invito del padre della parabola “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”.

    E’ la vocazione di tutti noi.

    Innanzitutto, sentirci addosso la parola figlio: non siamo chiamati come lavoratori o servi, ma come figli. La grandezza e la dignità della nostra vita è proprio questa.

    Noi, nella vigna di Dio, ci stiamo da figli!

    A volte siamo come questi, un po’ capricciosi.

    Oppure, da facciata, sì sì, ma poi facciamo quello che vogliamo.

     

    Il campo, che è il mondo, cresce solo se lo coltiviamo

     

    Spesso nei confronti di Dio abbiamo questo atteggiamento, siamo gente che si ribella perché vorrebbe che le cose procedessero in altro modo e la vigna desse frutti da sola, senza coltivazione, mietitura, potatura, l’andare tutti i giorni e sporcarsi le mani, che bastasse semplicemente il dire.

    A volte anche noi trattiamo la fede così, come qualcosa che si esaurisce nel nostro dire parole, suppliche preghiere, invocazioni.

    Ci viene detto che quel campo, che è il mondo, cresce solo se lo coltiviamo.

    Altrimenti diventa un agglomerato di sterpaglie, difficile e  faticoso da tenere pulito perché possa dare frutto.

    Così è l’esperienza della fede: non è solo un dire e non sta solo in piedi con il nostro dirsi.

    Ci viene chiesto di entrare in questo campo, con le nostre capacità, di fare fatica nel mondo.

    Quella fatica sana di chi fa germogliare, custodisce, protegge, perché si sviluppi e porti frutto.

    Credere è lavorare e lottare perché venga un frutto nel mondo, un frutto possibile che dia speranza, perché lo stile di Dio possa essere visibile.

    Questo è il nostro lavoro, la nostra vocazione.

    Noi lo facciamo perché siamo figli, non per dovere, non per facciata.

    Quante volte dobbiamo, purtroppo, misurare il nostro credere su questo tipo di atteggiamento?

    Il Signore dice questo, ma quando dobbiamo tirare i conti dentro le fatiche quotidiane, guai a chi ci calpesta, a chi non ci rispetta… ed il perdono? e la misericordia? Ce ne ricordiamo?

     

     

    La vocazione del cristiano

    “Abbiate in voi, rendete visibili gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”

    Questa è la vocazione del cristiano, dovremmo stamparcela nell’animo.

    Siamo colui che, da figlio, rende visibile l’atteggiamento del Figlio Gesù Cristo.

    Di fronte a questi due figli della parabola, l’unica risposta è Gesù.

    Non chi dice sì e poi fa quello che vuole, non chi dice no e poi si pente e ritorna indietro anche solo per un istante, perché capisce che c’è qualcosa dietro, ma quel figlio straordinario che è Gesù e ci invita ad andare a lavorare nella vigna.

    ‘Sì Padre! Ci vado con tutto me stesso!’

    Questo è ciò  che dobbiamo vivere anche noi.

    Dovremmo farlo non per imposizione, ma perché abbiamo la consapevolezza che l’unico modo di rispondere a Dio è far fruttare questa vigna, farla germogliare e portarla a pieno compimento attraverso il lavoro della nostra esistenza.

     

    Aiutaci, Signore, ad essere gente che ha ben fisso nell’animo e nel cuore l’esempio di Gesù.

    Non lo fa per facciata, non si ribella ai tuoi comandi, non si sente trattato da schiavo, ma responsabilizzato da figlio.

    Tu ci chiedi di mettere a frutto le energie che ci hai regalato dentro questo luogo, dentro questo campo che è il mondo.

     

    Aiutaci, Signore, a non venir meno a quella bella possibilità che ci doni di poter condividere con Te la passione per questo mondo perché tutti possano finalmente giungere al loro compimento.

     

    Aiutaci, Signore, a non tagliare nessuna  radice e spezzare nessun ramo, ma coltivare come Te con passione, attenzione e cura la crescita di tutti i nostri fratelli.

      

    PREGHIERA

     

    O Signore,

    fa’ che ascoltiamo la tua chiamata

    a lavorare nella tua vigna

    e non permettere che rimaniamo sordi e insensibili al tuo invito.

    Donaci la grazia di riconoscere le nostre infedeltà

    e di considerarci bisognosi del tuo perdono come i pubblicani.

    Fa’ che comprendiamo il grande dono che offri all’uomo

    nel chiamarlo a collaborare alla realizzazione del tuo Regno.

    Amen

  • 25/09/2017   Settembre

    XXV DOMENICA - Gli operai della vigna

    XXV Domenica del tempo ordinario
    “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?”

     

    Dal Vangelo secondo Matteo 20, 1-16

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «1Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. 7Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

    8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

     

    COMMENTO

     

    Questo brano di vangelo ci fa comprendere in maniera anche un po’ violenta di cosa è preoccupato Dio! Guardando gli uomini si chiede: ‘cosa c’è nel loro animo’?

    E’ inevitabile che, quando leggiamo questa parabola, noi ci mettiamo dalla parte dei primi lavoratori che hanno faticato tutto il giorno, a differenza degli altri … Ci sembra che a livello di giustizia umana questo comportamento non sia giusto!!!

    Entriamo, però, nella prospettiva di Dio, che non è giusto, bensì buono!

    La giustizia per Dio dipende dalla bontà, non il contrario. Dipende dalla misericordia, dal cuore.

     

    Perché ve ne state qui fuori?

    Il padrone della vigna è preoccupato per la gente che se ne sta fuori, non si preoccupa solo della sua vigna, ma anche dell’uomo, che non ci sia nessuno la cui dignità non venga riconosciuta.

    Per questo esce ben cinque volte.

    Che bello questo Dio continuamente in uscita, che non difende la sua proprietà, ma che va da tutti a dire: “Vieni!”

    Come dice Papa Francesco quando invita la chiesa ad essere preoccupata così, che tutti i cristiani dicano l’urgenza del grido di Dio “Vieni a stare con noi, vieni!”.

    Non è la preoccupazione di mettere confini, serrature, rafforzare cancelli, ma aprire i polmoni perché il grido possa arrivare a tutti “Vieni! c’è spazio per te, ti chiamo per nome, riconosco la tua dignità!”

    Dio non fa quadrato dietro la sua proprietà, non la difende, anzi! Ne apre i confini, chiama tutti.

    Non si stanca, continua a chiamare.

    E noi? Di fronte all’invito di Dio dove siamo?  Abbiamo già risposto? Siamo ancora in piazza, a casa, ci nascondiamo?  Qual è la nostra “ora”?

    Di fronte a questo grido di Dio “Vieni!” nei confronti dei fratelli, delle persone che  incontriamo, noi lo annunciamo con forza oppure chiamiamo solo i nostri amici e coloro che già condividono qualcosa con noi?

    Noi chi chiamiamo nella vita? la voce di chi annunciamo?

     

    Lo stravolgimento

    Il padrone di casa dice al suo fattore “dai la paga e parti dagli ultimi”. Dio stravolge la logica umana…

    Un denaro: ai tempi di Gesù il denaro era l’unità di misura con cui un lavoratore potesse mantenere sé e la sua famiglia. Ci dà la possibilità di avere la dignità di vivere per oggi.

    Un denaro: a Lui basta che noi abbiamo tentato di dire sì.

    Ci paga in base al nostro bisogno, non in virtù delle nostre doti.

    Il bisogno di avere una vita piena e di mantenere quella di chi sta a casa.

    E’ il nostro bisogno che dice la Sua preoccupazione, non ci valuta perché siamo stati capaci di fare tanto, ma perché abbiamo fame di vivere, abbiamo bisogno di vivere, anche se cadiamo, se siamo poveri o fragili.

    E’ straordinario questo sguardo di Dio, Lui non è giusto, è buono. Va oltre la giustizia. Noi non avremmo neanche la dignità di chiedere.

    Ma Lui colma, è sovrabbondante nel raggiungerci.

     

    Perché ci ributta indietro questa parabola?

    Soprattutto per la frase dei primi, perché non chiedono “di più” per sé, come sarebbe stato giusto, ma chiedono “di meno” per gli altri.

    Che male! Vuol dire che per tutto quel tempo che abbiamo trascorso con Lui nella Sua vigna, vicino a Lui, non abbiamo imparato nulla del Suo stile, dobbiamo lavorare ancora tanto!

    Sarebbe stato bello che i primi avessero offerto un centesimo del loro guadagno e avessero chiesto di ricompensare anche coloro che non avevano fatto in tempo ad andare nella vigna.

    La grandezza degli operai della prima ora sarebbe stata questa: imparare dallo stile di Dio che prende del Suo con generosità e condivide, sostiene.

    Avrebbero anche potuto offrire il loro aiuto per andare a cercare altri operai.

    Dobbiamo imparare questo stile di Dio che non si accontenta e continuamente va alla ricerca. Porge orecchio e cuore al bisogno dell’uomo.

    Questo è lo stile della comunità cristiana, che non si accontenta e fa passi per andare alla ricerca del grido sommerso del bisogno del fratello e tende la mano, chiama, incontra, condivide.

     

    Signore, ti diciamo grazie perché la tua vigna non ha confini e perché il tuo amore è molto più grande della giustizia.

    Educa il nostro cuore ad essere capaci, anche noi, di scavalcare tutti i confini ed andare oltre la giustizia, di non fermarci mai a quella, perché la riduciamo sempre più alla misura ristretta del nostro giardino.

    Aiutaci ad arrivare alla piena maturità umana che è la bontà, la misericordia.

    Aiutaci ad essere sempre più come te!

     

    PREGHIERA

     

    Come posso, Signore,

    essere giudice della tua misericordia,

    come potrò mai

    guardare il tuo volto,

    scorgere il tuo sguardo

    se resto nella mia presunzione.

    Peccato non solo è colpa commessa,

    non solo è racconto di infedeltà maturata,

    è assenza di misericordia,

    anemia di speranza e di salvezza.

    Se imparassi da Te, dolce Amico,

    la forza del riscatto,

    la gioia di preparare il pranzo per la festa

    per chi non si aspetta cibo,

    se ascoltassi il dolce tuo Verbo,

    che meglio è donare che voler avere,

    allora la mia gioia sarebbe inaudita,

    la luce risplenderebbe nel mio cuore,

    festa la vita per l'incontro con chi lontano vive

    e abbraccio di pace con lo straniero.

    Signore, voglio imparare da te,

    da te apprendere la via dell'amore senza condizioni.

    Amen

  • 22/05/2017   Maggio

    VI DOMENICA DI PASQUA - Se mi amate …

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    Dal Vangelo secondo Giovanni, 14, 15-21

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

     

    COMMENTO

    “Se mi amate” è un invito, ma può essere anche una domanda. E’ sicuramente una vocazione. E’ un invito, “se mi amate”.

    Gesù al centro di quella cena della Pasqua, al centro di quell’offerta del suo corpo, del suo sangue, del suo spirito, per i discepoli, ai discepoli, all’umanità intera pone questo invito, non solo a ripetere il gesto, ma a entrare in questa relazione. E’ l’unica che ci permette di comprendere la grandezza dell’amore di Cristo. “Se mi amate, osservate”: se non c’è l’amore, l’osservanza da sola non basta, non regge, non tiene.

    Un invito ed una vocazione

    “Se mi amate”: è un invito straordinario, ci dice che la fede inizia dalla libertà, non dalla paura, non dal bisogno, non dal precetto, non dalla tradizione, ma dalla libertà.

    “Se mi amate”: come ogni relazione  è vera nell’amore nel momento in cui è libera, fa crescere l’amore nel momento in cui è libera e diventa liberante.

    “Se mi amate”: oltre ad un invito diventa anche una domanda. Se questo è l’inizio del nostro credere, diventa anche l’inizio del nostro vivere, della nostra possibilità.

    Mi amate? le cose che stiamo facendo, il tempo, lo stile di vita, il modo di vivere, lo sguardo sull’esistenza nasce dall’amore? Nasce perché cerchiamo in Dio questo principio del nostro vivere?

    Così, poco per volta, la nostra fede diventa vita e non rimane qualcosa nascosto nell’angolino.

    Finché avvertiamo questa distanza, per cui il nostro credere è qualcosa che non riesce ad essere imperniato nella vita, allora vuol dire che non stiamo ancora mettendo in gioco tutta la nostra esistenza su di Lui. Vuol dire che l’amore nei confronti di Dio non è ancora diventato quel gesto con cui tutta la nostra esistenza risponde ad una chiamata. Si mette di fronte a qualcuno, “se mi amate”.

    E’ la nostra vocazione: è amare Dio, è amare Lui e in Lui diventare signori dell’amore nei confronti di tutto il mondo, le cose, la natura, le persone, il futuro: “se mi amate”.

    E’ questo il dono dello Spirito, il dono del Paraclito: quella realtà straordinaria che permette alla nostra vita di riconoscere che quel “sì” che noi diciamo, per  fede, all’amore di Dio non è semplicemente una risposta, ma diventa una relazione, diventa una comunione.

    Il centro del nostro credere

    “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti, sarete amati dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò in Lui e attraverso di Lui”. Questo è il centro del nostro credere, che non è semplicemente qualcosa che facciamo nei confronti di Dio, ma nel momento in cui il sì che pronunciamo per amore, nella fede, diventa uno spazio attraverso cui Dio agisce, diventa un terreno che Dio semina. E’ la storia che fiorisce nella testimonianza dei grandi santi. Quel sì che hanno detto li ha trasformati, resi capaci di dire la presenza di Dio nel mondo in una maniera straordinaria.

    Questa è la nostra vocazione: non è qualcosa che avviene solo per alcune persone un po’ particolari,  ma è quello che Dio fa costantemente nella storia di ciascuno di noi. Rende straordinario, se è detto con libertà, con verità, il nostro sì nella fede, rende straordinaria la nostra capacità di amare, perché la rende vera, abitata da uno spirito vero. Non è un amore di interesse, che cerca il sé, che cerca il proprio tornaconto, diventa un amore libero, puro, gratuito, umile, servizievole, generoso. Questo è il comandamento di Gesù, che il suo spirito ci permette di osservare, di abitare.

    I miracoli dell’amore

    Diventiamo anche noi capaci di chinarci verso i lebbrosi, verso coloro che sono ai margini della strada, storpi e paralizzati su se stessi, verso coloro che non vedono altro che se stessi ed il proprio interesse, sono ciechi nei confronti della vita. Diventiamo anche noi capaci, come Gesù.

    Forse che cerchiamo solo il tornaconto di vedere camminare uno storpio o un paralitico?

    E’ forse questo l’unico miracolo della vita?

    Quanti miracoli sa fare l’amore, quante persone sa far camminare l’amore, quante persone sa far vedere di nuovo l’amore, quando è vero, quando è un sì detto con l’umiltà del servizio della vita.

    “Se mi amate osserverete i miei comandamenti”: certo, perché li abiteremo con il suo stesso spirito.

    Aiutaci, Signore, a non scappare di fronte a questa domanda, a non scappare di fronte alla nostra vocazione. E’ l’unica cosa che ci chiedi, è l’unica domanda che fai in modo serio alla nostra vita.

    Aiutaci a rimanere lì e ad avere il coraggio di dirti il nostro sì.

    Nascerà, così, una comunione che rende pienamente realizzata la nostra vita.

     

    Preghiera

    Ho paura di dire di sì, o Signore.
    Dove mi condurrai?
    Ho paura di avventurarmi,
    ho paura di firmare in bianco,
    ho paura del sì che reclama altri sì.

     

    Di': "sì", piccino.
    Ho bisogno del tuo sì, così come ho avuto bisogno del sì di Maria per venire sulla terra,
    perché io debbo essere nel tuo lavoro,
    io debbo essere nella tua famiglia,
    io debbo essere nel tuo quartiere,
    e non devi esserci tu.
    Il mio sguardo penetra e non il tuo,
    la mia parola trasporta e non la tua,
    la mia vita trasforma e non la tua.
    Dammi tutto, abbandonami tutto.
    Ho bisogno del tuo sì per sposarti e scendere sulla terra.
    Ho bisogno del tuo sì per continuare a salvare il Mondo!

    O Signore, ho paura della tua esigenza,
    ma chi ti può resistere?
    Affinché venga il tuo regno e non il mio,
    affinché sia fatta la tua volontà e non la mia,
    aiutami a dire di sì.

    (Michel Quoist)

    Don Gianni

  • 15/05/2017   Maggio

    V DOMENICA DI PASQUA - Chi vede me, vede il Padre

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    Dal Vangelo secondo Giovanni, 14, 1-12

    «1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via».

    5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

    8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

    12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

     

    COMMENTO

    “Chi ha visto me, ha visto il Padre. (…)  Io sono nel Padre e il Padre è in me”.

    E’ delineata così la nostra vocazione. Chi è il cristiano? E’ colui che ha visto il Padre, è colui che attraverso Gesù, Figlio di verità, abita nel Padre, nell’intensa comunione dello Spirito. Questa è la meta della nostra vocazione, questo è il centro della nostra vita. Una frase che dovremmo dirci costantemente nel corso della giornata.

    “Chi vede me vede il Padre”

    Non con l’orgoglio di chi pensa di essere già arrivato alla meta, di chi si crede giusto, giustificato dalle sue opere, ma con l’umiltà  di chi è in cammino, di chi sa che la propria esistenza parla, racconta, è visibile, che tutto ciò che della propria vita dice sapore dell’esperienza della relazione e dell’incontro parla di Qualcuno, parla di ciò che noi custodiamo nel cuore.

    “Chi vede me vede il Padre”: anche solo porcela nella dimensione della domanda, questa frase ci mette in movimento, ci mette in cammino.

    Chi vede me cosa vede? A che cosa è rimandato? A chi è rimandato?  Vede un insieme di situazioni nervose a cui cerchiamo di rimanere fedeli, o vede il riferimento al Padre, principio dei nostri gesti, del nostro modo di vivere, di fare?

    “Chi vede me, vede il Padre” è la grandezza dell’essere figli di Dio, di chi umilmente dà spazio e questo vale come vocazione per tutti i cristiani.

    Non è solo l’interrogativo che si deve porre il sacerdote o una consacrata, è una domanda che vale per tutti noi, per gli sposi cristiani, per chi è vedovo, per chi non si è sposato, perché come figli di Dio siamo tutti chiamati a dire nella dimensione nella nostra vita il riferimento al Padre. Nella bellezza di questa relazione con Lui sta in piedi il nostro vivere. Nessuno di noi si è dato la vita da se stesso, siamo figli, è questa la pienezza del nostro vivere.

    Questa è la nostra continua generazione: “Chi vede me, vede il Padre”.

    Vede quanto lo cerco?

    “Io sono via, verità e vita”

    È per questo che Gesù può dire ai suoi discepoli: “Io sono via, verità e vita”.

    Chi ha piena consapevolezza che il riferimento del proprio vivere è la relazione col Padre lo cerca costantemente! Gesù è via al Padre. E’ via privilegiata di questo rapporto con il Padre, come ogni figlio è via privilegiata della relazione con suo padre.

    Da lui ascolta e riceve, con lui vive e cresce. Non c’è nessuna dimensione come quella cristiana che dica che il credere è un continuo percorso, è una continua via.

    Il credere non è assolutamente qualcosa di ripetitivo.

    Non è il ripetere le stesse preghiere, le stesse pratiche, continuare a celebrare le stesse cose.

    Guai se pensassimo questo o se solo ci sfiorasse nella mente e nell’animo questo pensiero!!!

    Il credere è una via dinamica che ci mette in movimento, continuamente riferiti al Padre, nella ricerca di Lui.

    In tutta la nostra esistenza, impariamo, viviamo, cresciamo, ci confrontiamo  con il Padre.

    Questa è la nostra via: quella dell’umiltà dell’ascolto e del confronto.

    Quella di Maria che diventa terreno fecondo perché quella Parola di grazia possa prendere carne nella sua vita, possa prendere spazio, sgombrare il terreno, diventare qualcosa di fruttuoso.

    Questo è il nostro percorrere la via del credere.

    Qualcosa che ci mette costantemente in movimento, che giorno dopo giorno ci fa dire che quella Parola con cui ci confrontiamo è diventata vita dentro di noi, è diventata stile di vita dentro di noi, oppure è semplicemente qualcosa che conforta le nostre orecchie ma non tocca nemmeno il nostro animo?

    Gesù è via al Padre, perché costantemente si mette in confronto con Lui, da Lui si lascia educare e plasmare.

    Questo rapporto diventa vero.

    Non c’è bisogno di spiegarlo quando la verità di un rapporto la si riconosce nell’intensità della vicinanza, della comunione, dell’amore; si riconosce quando due persone si frequentano, si conoscono, quando c’è l’intensità di un rapporto di vita. È la verità dei gesti, dell’incontro, della Parola.

    Quanto è vero il nostro rapporto con Dio?

    Quanto è misurabile dalla sintonia delle parole e dei gesti, dalla stabilità del cuore e dell’animo, dalla capacità di coltivare speranza?

    E’ questo il nostro camminare nella verità, da qui edifichiamo una vita, un’esistenza.

    Gesù è vita di Dio, è Colui che costantemente ci offre la vita, ci dice che la dimensione del nostro vivere non è legata alle nostre capacità, alla nostra ricchezza, alla nostra abilità, ma è  legata a Lui, è in riferimento a Lui, è  nella pienezza dei gesti che parlano di Lui, che danno speranza in Lui.

    Possiamo, allora, essere schiacciati dai problemi o dalle tensioni delle fatiche, o dentro le sofferenze per la nostra fragilità del corpo, ma il vivere, la dimensione del nostro vivere, la possibilità del nostro vivere non è misurata su noi stessi, ma è in Dio. E’ Lui la pienezza della nostra vita.

    Ed è questo ciò che Gesù ci consegna.

    Camminiamo anche noi verso il compimento della nostra vocazione.

    Proviamo a chiederci più e più volte: Chi vede noi, vede il Padre? E noi, sappiamo vedere il Padre?

    Sappiamo dov’è? Lo cerchiamo? Camminiamo verso di Lui?

    Ci accorgeremo, allora, ed impareremo a diventare padroni della nostra vita, signori del nostro tempo.

    Sapremo prendere le distanze e non ci sentiremo oberati dal nostro lavoro, nemmeno schiacciati dal nostro carattere, ma sapremo parlare, con la nostra vita, di Qualcun altro, fare riferimento a Lui.

    Quando sapremo fare così, l’esistenza diventerà liberata, perché non diremo più solo noi stessi, ma parleremo di Qualcuno, a cui dedichiamo gesti, pensieri e sguardi.

    Signore, aiutaci a guardare a Gesù, via, verità e vita.

    Signore, aiutaci ad essere capaci, come Lui, di camminare decisamente verso Te.

    Preghiera

    «Dov’è questo Dio? Io non lo vedo!».

    Una frase che ho udita assai sovente

    e volta per volta era solo il tono diverso

    a far conoscere il sentimento che dominava.

    L’ho udita sulle labbra dei bambini

    come una constatazione sincera,

    segno di un desiderio fortissimo di vedere e di toccare.

    L’ho colta sulle labbra di chi, uomo o donna,

    sta troppo soffrendo per credere che veramente c’è un Dio

    che veglia sulle sue creature.

    L’ho ricevuta come una sfida

    da parte di giovani e di adulti

    che non vogliono o non possono credere,

    e non si capisce bene quanto veramente lo bramano.

    L’ho vista disegnarsi sulle labbra di anziani

    che non possono accettare il venir meno delle loro forze,

    lo spegnersi dell’esistenza, tra dolori e tristezze.

    È vero. Lo dice anche l’Apostolo:

    «Nessuno ha mai visto Dio».

    Una verità tanto evidente e sicura

    da essere entrata nelle pagine della Bibbia.

    Ma è altrettanto vero che sei tu, Gesù, il volto di Dio,

    lo specchio della sua bontà,

    l’immagine della sua bellezza, il raggio della sua luce.

    Chi accoglie te può entrare nell’abbraccio di Dio.

    Amen

    Don Gianni

  • 01/05/2017   Maggio

    III DOMENICA DI PASQUA -

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    Dal Vangelo secondo Luca, 24, 13-35

    13Ed ecco, in quello stesso giorno, il primo della settimana, due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

    28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

     

    COMMENTO

    Ancora oggi, da quel giorno,la comunità cristiana si ritrova per spiegare le Scritture, per  spezzare il pane, a noi, che siamo uomini e donne in cammino.

    Ma oggi, come allora, se di fronte alla parola non apriamo l’animo all’ascolto e all’incontro, non avviene nulla.

    Ma oggi, come allora, se di fronte al pane che si spezza, non apriamo il cuore alla misura dell’amore del Risorto, se non abbiamo il coraggio di  scommettere su un amore che ha i confini e le dimensioni del Suo, non succede nulla.

    Questa è la triste verità che la comunità cristiana si trova  a celebrare…

    Quanto ci cambia l’Eucaristia?

    Quanto ci ha cambiato in quest’anno? Non basta il celebrare, occorre aprire l’animo all’incontro, altrimenti non accade nulla, è solo una delle tante cose che succedono nel cammino della nostra vita.

    Affinché questo cammino possa lasciare il segno, abbiamo bisogno di aprire il cuore e l’animo alla custodia di una parola, di un gesto, a memorizzarlo, non per ripeterlo ma per renderlo vivo, per dargli carne, spazio nella nostra vita, nei nostri pensieri, nelle nostre relazioni. Lui non si stanca, viene a cercarci, ancora oggi si mette accanto a tutte le persone che, nel quotidiano della vita, camminano, cercano, domandano, portano nel cuore fragilità, paure. Lui entra e si pone accanto, non come qualcuno che ha già risposte pronte, semmai come qualcuno che fa domande.

    ‘Cosa succede alla tua vita? Dove sta andando? Non lo vedi, non ti accorgi, sei così straniero, non capisci?’

    C’è il tempo nella nostra vita per cui il Signore possa farci domande? Oppure la frenesia del nostro fare e correre o la paura di rimanere inerti ci fa circondare di mille sicurezze, per cui non c’è più spazio per  niente?

    C’è spazio per raccogliere le domande della vita, per stupirci di qualcosa, di qualcuno?

    Gesù si avvicina, cammina con noi, prende il nostro passo, non ci trascina da nessun parte, si fa accanto, accetta la nostra misura, come ha accettato quella di tutti i discepoli.

    La speranza

    Ponendosi accanto a ciascuno di noi, raccoglie la speranza ormai morta.

    Questo brano ci consegna una parola tremenda.

    Normalmente, quando si dice speriamo è aprire non una porta bensì un portone sul futuro!

    Invece, questi due discepoli consegnano a Gesù una speranza morta, perché la declinano al passato:

    ‘Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele, ma ormai sono tre giorni che non si vede. L’abbiamo visto appeso alla croce, noi speravamo’. Non hanno capito quella croce, sono rimasti inchiodati lì, a quel segno di morte, incapaci di vedere il germogliare del seme, la grandezza del dono che nel suo spendersi non si consuma ma si moltiplica, come nella moltiplicazione dei pani.

    E’ bellissimo che nella nostra chiesa parrocchiale la cena di Emmaus sia di fronte alla moltiplicazione dei pani, quasi a  ricordarci che non c’è l’una senza l’altra.

    Quel pane che Gesù spezza e si fa riconoscere è perché si deve moltiplicare nel dono. Ci è dato non per custodirlo intimamente, per  nasconderlo, ma ci è dato come seme da mettere nella terra della nostra vita perché  abbia la stessa potenzialità di germogliare.

    Così insegna a ciascuno di noi questa logica altra, che fa risorgere la nostra vita: non siamo nei confronti di Gesù semplicemente gente che deve essere salvata o  ricevere qualcosa.

    Noi siamo i protagonisti di  un incontro! Ci è chiesto di essere con Lui!!!

    Ci è chiesto di essere sepolti con Lui nella fragilità della nostra esistenza, ma per risorgere con Lui nella grandezza del dono.

    Questa è la  logica della nostra vita!

    Gesù accende i cuori

    Il miracolo più grande avviene quando Lui si mette a spiegare, prende in mano le Scritture, permette alla gente di comprendere il significato della parola data.

    Il miracolo è questo: accendere i cuori, non è semplicemente spiegare qualcosa.

    E’ toccare il cuore, rendere quella Parola data a noi, come a quei due discepoli, una parola che sa di vita, sa interpretare la vita, sa leggere le situazioni del nostro vivere, ci permette di starci dentro in modo straordinario.

    E’ vero, Signore, di fronte a quel fratello, quella sorella, quella  persona, quella situazione anch’io potrei avere una parola diversa rispetto alla rabbia, ai miei sentimenti , alle mie paure,  potrei avere una parola diversa! Allora sì che  diventa Vangelo, una buona  notizia, non solo una storia che solletica le orecchie.

    Resta con noi, Signore!

    Accende i cuori e quando lo fa si risponde con la parola più bella dell’amore “Resta con noi, Signore!”

    Resta con noi, non perché è sera e abbiamo fatto un pezzo di strada. Resta con noi, resta in noi! Gesù lo fa, spezza ancora quel pane, dice ancora quelle parole, come ha fatto qualche giorno prima e scompare dalla loro vista.

    Scompare Lui, ma rimane ben visibile quel seme gettato di un cuore che si è scaldato all’amore, al senso profondo del vivere.

    Dietro ogni gesto fatto per amore, invisibilmente, è come se il Signore Gesù fosse ancora presente, e rende quel gesto che adesso non fa più Lui, ma che facciamo noi, un gesto vero, che sa di verità,  di vita, non la nostra, la Sua!

    Allora scompare dalla vista  ma è presente, ben presente, come in ogni Sacramento. Scompare dalla vista:

    non vediamo nel pane la faccetta di Gesù Bambino, ma vediamo un corpo che continuamente fa di tutti noi un unico vivo e vero corpo, quello del Risorto, di una comunità che sa accogliersi l’un l’altro, al punto che si può dire non sono più uno, due o tremila ma sono una cosa sola, riuniti nella stessa capacità di amare come ama Gesù Cristo.

    Signore, qual è la nostra Gerusalemme da cui anche noi, come questi due discepoli, tante volte scappiamo?

    Quali sono quelle prove che vorremmo metterci alle spalle, come loro due? Qual è l’Emmaus verso cui camminiamo, quelle situazioni che ci sembrano illusoriamente  un po’ un nostro rifugio? Da questa strada da cui fuggiamo, dirigendoci  verso ciò che noi riteniamo un’isola felice, proprio su quella strada il Signore ci cerca, ci incontra e ci dà la forza di tornare indietro, di incontrare tutti gli altri e gridare ‘ Davvero il Signore è risorto e si è spezzato per noi!’

     

    Preghiera

    Di domenica in domenica, Gesù, tu percorri con noi la strada di Emmaus.

    Ci trovi per strada, delusi, incapaci di capire il senso degli avvenimenti,

    sconcertati ed avvolti dalle tenebre. Tu ti metti in ascolto delle nostre fatiche

    e ci fai raccontare ciò che sta accadendo. Solo allora prendi la parola e i testi, sulle tue labbra,

    acquistano una luce nuova, diventano fuoco ardente che accende i nostri cuori e rischiara la nostra notte.

    Di domenica in domenica, Gesù, tu ti fermi nella nostra casa, accetti di essere nostro ospite:

    lo fai per donarci ancora una volta quel Pane che solo può saziarci,

    il tuo Corpo spezzato per la nostra salvezza, così noi possiamo scoprire di essere destinati

    a partecipare come tuoi ospiti al banchetto della vita, per l’eternità.

    Rimani con noi, Pane di vita eterna, sostienici, Ti preghiamo, nel nostro cammino.

    In Te noi crediamo, in Te speriamo, perché Tu solo hai parole di vita eterna.

    Rimani con noi, Signore! Alleluia! Amen!

    Don Gianni

  • 03/04/2017   Aprile

    V DOMENICA di Quaresima - "Io sono la risurrezione e la vita"

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    Dal Vangelo secondo Giovanni 11, 1-45

    In quel tempo, 1un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

    4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

    11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

    17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

    28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

    32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

    38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare».

    45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

    COMMENTO

    “Ecco io aproi vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio  farò spirito e rivivrete.”

    Gesù da vero maestro della Scrittura conosce la profezia di Ezechiele ed anche quella di Geremia “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo”, il Suo spirito.

    Parla a queste ossa, invoca lo spirito dai quattro venti perché si ricongiungano e trovino vita.

    “Vi darò il mio spirito”  Gesù conosce questa profezia e mostra quel volto amorevole della forza dello spirito e lo fa a caro prezzo.

    Per il Vangelo  di Giovanni  questa è la chiave di volta di tutta l’attesa del popolo di vedere la gloria di Dio, come richiama Gesù alle sorelle Marta e Maria, ma diventa anche quella cesura netta da parte di tutti i capi del popolo, la goccia che fa traboccare il vaso. Gesù sa che il riscatto della vita di Lazzaro vale la sua condanna  a morte, eppure con attenzione amorevole, Gesù chiama Lazzaro alla vita.

    E’ quella forza di un amore che va oltre sé, che dà un nome nuovo, che apre la vita alla Speranza di Dio.

    Che bello questo nome nuovo dato a Lazzaro ‘colui che tu ami’!

    Da quel giorno ciascuno di noi ha questo nome. Siamo noi quei Lazzari, coloro che Gesù ama, per i quali dà la vita a caro prezzo, che chiama fuori dai sepolcri, dalle cadute, dai vincoli della vita che ci avvolgono con bende e non ci fanno muovere.

    “Scioglietelo e lasciatelo andare  libero”.

    Chi è amato da Gesù e da Dio è libero. Quello che Lui ci dona non è un amore che imprigiona, un legame che costringe, un vincolo che blocca, ma qualcosa che libera, anzi non c’è nessuno amato da Dio che andrà perduto. “Il padre li ha messi nelle mie mani e nessuno andrà perduto”. E’ questa la tenera forza dell’amore di Dio.

    Anche se il male, la morte, spesso ci fanno smarrire, gridare. Quante volte anche noi vorremmo gridare a piena voce “se tu fossi stato qui…. mio figlio, mio marito, non sarebbero morti”. Se tu fossi stato qui… mai parola più stolta fu detta! L’Amore non è questo. Cristo non ci ama, preservandoci dal male. Non è il miglior educatore colui che toglie gli ostacoli dalla strada del proprio bambino. Non fa così il Signore per noi, non l’ha fatto con suo figlio. Ma nemmeno ci spinge dentro il male, piuttosto si pone accanto, cammina con noi. Non ci salva evitandoci il male, ma facendoci attraversare ogni morte, aprendoci orizzonti nuovi di senso. Dicendoci “io sono e sto accanto a te”.

    Io sono la risurrezione e la vita

    Non c’è posto né situazione, in cui non si possa dire ‘Io sono la risurrezione e la vita’. Questa è la parola di gioia, la vocazione di speranza che ci è data. Se non siamo preservati dal male, se non ci vengono evitate le cadute, siamo invece costantemente tenuti per mano, accompagnati. Attraversiamo con Lui la strada della vita, come il bambino che prende la mano del papà e della mamma per attraversare la strada, e questo gli basta. La presa è sicura, non la sua, ma quella del padre e della madre, il bambino confida in questo. Così fa  il Signore nei confronti di ciascuno di noi, invitandoci ad una comunione, un’unione profonda al di là del nostro sguardo, nulla andrà perduto di ciò che è messo nelle sue mani.

    La forza di questa comunione viene rimarcata dall’evangelista. A Maria che scoppia a piangere Gesù non spiega come ha fatto con Marta, ma  ‘vide le sue lacrime e si mise a piangere’. Questa è la risposta più forte di ogni altra parola: non spiega il dolore, vi partecipa.

    E’ fine l’evangelista, vedendo i pianti di Maria, Marta, degli amici, dice: ‘Gesù commosso profondamente scoppiò in lacrime’.

    Non c’è risposta più bella, Gesù  non sta accanto ma partecipa, si commuove, si muove verso l’origine del dolore che piega a terra la vita della persona, fino a farla smarrire e perdere….

    Solo l’amore è capace di generare vita! solo l’amore mette veramente in movimento, per questo Gesù grida: “togliete la pietra”, che è la nostra pietra che schiaccia ciascuno di noi e non ci permette di vedere la presenza di Dio e percepire la sua vicinanza. Piuttosto, immaginiamo Dio come qualcuno che ci deve dare risposte.

    Gesù da quel giorno ha dato a  ciascuno le sue lacrime, il suo pianto, la sua  commozione, la sua vita e dà il proprio spirito perché il nostro possa essere riscattato.

    E’ un grido che attraversa la storia e pronuncia il nome di ognuno di noi.

    ‘Vieni fuori, esci da questo grembo!’

    Siamo invitati a guardare l’esistenza , il mondo non solo con i nostri occhi ma con chi ha fatto comunione con noi. Gesù ha chiamato fuori Lazzaro, perché l’ha amato.

    Così anche noi, ogni giorno siamo chiamati fuori da ciò che ci imprigiona, ci lega.

    Ma noi rispondiamo veramente a questa “chiamata fuori”? Viviamo veramente con lui e per lui oppure è questa la pietra che nemmeno Gesù può spostare perchè non abbiamo il coraggio di dare la risposta?

    Siamo chiamati perché amati, gente di cui il Signore Gesù si fida, per cui dà la sua vita in riscatto della nostra, ci chiama fuori per una vita nuova.

    Aiutaci, Signore, ad avere il coraggio di rispondere, iniziando a vivere per gli altri, anziché solo per noi stessi!

    Preghiera

    Signore, provoca anche noi!
    Passa in mezzo a noi, dovunque siamo,
    sia che ci troviamo tra la folla, sia che ci troviamo nel luogo della preghiera,
    sia che ci troviamo nelle realtà della vita quotidiana!
    Fa' che non ci sia differenza tra l'una e l'altra,
    che non abbiamo a rinnegare nella vita quotidiana
    colui che sul monte vogliamo conoscere.
    Fa' che ci sia unità tra i diversi momenti della nostra esistenza!
    Signore, attraverso la contemplazione di te che risvegliandoti dal sonno e risorto dalla morte mi dai fiducia,
    sciogli, ti prego, i miei timori, le mie paure, le mie indecisioni,
    i miei blocchi nelle scelte importanti, nelle amicizie, nel perdono, nei rapporti con gli altri,
    negli atti di coraggio per manifestare la mia fede.
    Sciogli i miei blocchi, Signore!

    (Card. Carlo Maria Martini)

    Don Gianni

  • 27/03/2017   Marzo

    “In questa città io ho un popolo numeroso, dice il Signore”

    Visita di Papa Francesco

    S. Messa al Parco di Monza

    25 Marzo 2017

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    Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38

    26Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te». 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

    Omelia di Papa Francesco

    Abbiamo appena ascoltato l’annuncio più importante della nostra storia: l’annunciazione a Maria. Un brano denso, pieno di vita, e che mi piace leggere alla luce di un altro annuncio: quello della nascita di Giovanni Battista. Due annunci che si susseguono e che sono uniti; due annunci che, comparati tra loro, ci mostrano quello che Dio ci dona nel suo Figlio.

    L’annunciazione di Giovanni Battista avviene quando Zaccaria, sacerdote, pronto per dare inizio all’azione liturgica entra nel Santuario del Tempio, mentre tutta l’assemblea sta fuori in attesa. L’annunciazione di Gesù, invece, avviene in un luogo sperduto della Galilea, in una città periferica e con una fama non particolarmente buona nell’anonimato della casa di una giovane chiamata Maria.

    Un contrasto non di poco conto, che ci segnala che il nuovo Tempio di Dio, il nuovo incontro di Dio con il suo popolo avrà luogo in posti che normalmente non ci aspettiamo, ai margini, in periferia. Lì si daranno appuntamento, lì si incontreranno; lì Dio si farà carne per camminare insieme a noi fin dal seno di sua Madre. Ormai non sarà più in un luogo riservato a pochi mentre la maggioranza rimane fuori in attesa. Niente e nessuno gli sarà indifferente, nessuna situazione sarà privata della sua presenza: la gioia della salvezza ha inizio nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.

    Dio stesso è Colui che prende l’iniziativa e sceglie di inserirsi, come ha fatto con Maria, nelle nostre case, nelle nostre lotte quotidiane, colme di ansie e insieme di desideri. Ed è proprio all’interno delle nostre città, delle nostre scuole e università, delle piazze e degli ospedali che si compie l’annuncio più bello che possiamo ascoltare: «Rallegrati, il Signore è con te!». Una gioia che genera vita, che genera speranza, che si fa carne nel modo in cui guardiamo al domani, nell’atteggiamento con cui guardiamo gli altri. Una gioia che diventa solidarietà, ospitalità, misericordia verso tutti.

    Al pari di Maria, anche noi possiamo essere presi dallo smarrimento. «Come avverrà questo» in tempi così pieni di speculazione? Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro. Tutto sembra ridursi a cifre, lasciando, per altro verso, che la vita quotidiana di tante famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza. Mentre il dolore bussa a molte porte, mentre in tanti giovani cresce l’insoddisfazione per mancanza di reali opportunità, la speculazione abbonda ovunque.

    Certamente, il ritmo vertiginoso a cui siamo sottoposti sembrerebbe rubarci la speranza e la gioia. Le pressioni e l’impotenza di fronte a tante situazioni sembrerebbero inaridirci l’anima e renderci insensibili di fronte alle innumerevoli sfide. E paradossalmente quando tutto si accelera per costruire – in teoria – una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno. Perdiamo il tempo per la famiglia, il tempo per la comunità, perdiamo il tempo per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria.

    Ci farà bene domandarci: come è possibile vivere la gioia del Vangelo oggi all’interno delle nostre città? E’ possibile la speranza cristiana in questa situazione, qui e ora?

    Queste due domande toccano la nostra identità, la vita delle nostre famiglie, dei nostri paesi e delle nostre città. Toccano la vita dei nostri figli, dei nostri giovani ed esigono da parte nostra un nuovo modo di situarci nella storia. Se continuano ad essere possibili la gioia e la speranza cristiana non possiamo, non vogliamo rimanere davanti a tante situazioni dolorose come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che “smetta di piovere”. Tutto ciò che accade esige da noi che guardiamo al presente con audacia, con l’audacia di chi sa che la gioia della salvezza prende forma nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.

    Di fronte allo smarrimento di Maria, davanti ai nostri smarrimenti, tre sono le chiavi che l’Angelo ci offre per aiutarci ad accettare la missione che ci viene affidata.

    1. Evocare la Memoria

    La prima cosa che l’Angelo fa è evocare la memoria, aprendo così il presente di Maria a tutta la storia della Salvezza. Evoca la promessa fatta a Davide come frutto dell’alleanza con Giacobbe. Maria è figlia dell’Alleanza. Anche noi oggi siamo invitati a fare memoria, a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo. Per non dimenticarci dei nostri avi, dei nostri nonni e di tutto quello che hanno passato per giungere dove siamo oggi. Questa terra e la sua gente hanno conosciuto il dolore delle due guerre mondiali; e talvolta hanno visto la loro meritata fama di laboriosità e civiltà inquinata da sregolate ambizioni. La memoria ci aiuta a non rimanere prigionieri di discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti. Evocare la memoria è il migliore antidoto a nostra disposizione di fronte alle soluzioni magiche della divisione e dell’estraniamento.

    2. L’appartenenza al Popolo di Dio

    La memoria consente a Maria di appropriarsi della sua appartenenza al Popolo di Dio. Ci fa bene ricordare che siamo membri del Popolo di Dio! Milanesi, sì, Ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. E’ un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore.

    3. La possibilità dell’impossibile

    «Nulla è impossibile a Dio» così termina la risposta dell’Angelo a Maria. Quando crediamo che tutto dipenda esclusivamente da noi rimaniamo prigionieri delle nostre capacità, delle nostre forze, dei nostri miopi orizzonti. Quando invece ci disponiamo a lasciarci aiutare, a lasciarci consigliare, quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà. Lo sanno bene queste terre che, nel corso della loro storia, hanno generato tanti carismi, tanti missionari, tanta ricchezza per la vita della Chiesa! Tanti volti che, superando il pessimismo sterile e divisore, si sono aperti all’iniziativa di Dio e sono diventati segno di quanto feconda possa essere una terra che non si lascia chiudere nelle proprie idee, nei propri limiti e nelle proprie capacità e si apre agli altri.

    Come ieri, Dio continua a cercare alleati, continua a cercare uomini e donne capaci di credere, capaci di fare memoria, di sentirsi parte del suo popolo per cooperare con la creatività dello Spirito. Dio continua a percorrere i nostri quartieri e le nostre strade, si spinge in ogni luogo in cerca di cuori capaci di ascoltare il suo invito e di farlo diventare carne qui ed ora. Parafrasando sant’Ambrogio nel suo commento a questo brano possiamo dire: Dio continua a cercare cuori come quello di Maria, disposti a credere persino in condizioni del tutto straordinarie. Il Signore accresca in noi questa fede e questa speranza.

    Preghiera

    Signore, tu sei il Padre della sapienza 

    e sei mio Padre. 

    Lasciami seguire ciecamente i tuoi sentieri 

    senza cercare di capire: 

    tu mi guiderai anche nel buio 

    per portarmi fino a te. 

    Signore, sia fatta la tua volontà: 

    sono pronta! 

    Tu sei il Signore del tempo 

    e anche questo momento ti appartiene. 

    Realizza in me ciò che nella 

    tua Sapienza hai già previsto. 

    Se mi chiami all'offerta del silenzio, 

    aiutami a rispondere. 

    Fa' che chiuda gli occhi 

    su tutto ciò che sono perché 

    morta a me stessa 

    viva solo per te. Amen! (S. Teresa Benedetta della Croce)

    Don Gianni

  • 13/03/2017   Marzo

    II DOMENICA di Quaresima - Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo

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    Dal Vangelo secondo Matteo 17, 1-9

    In quel tempo, 1Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

    9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

    COMMENTO

    L’esperienza dei discepoli è quella di chi finalmente vede “veramente”.

    Vede oltre l’uomo Gesù di Nazareth, oltre l’uomo dei miracoli, oltre l’uomo della Parola, vede il figlio di Dio, la presenza di Dio che opera, agisce.

    E’ l’esperienza profonda che Gesù permette ai discepoli per dare pieno compimento al mistero della Pasqua. È un’anticipazione di questo, della sequela, di essere discepoli.

    «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

    Dove ci vuole portare quest’uomo?

    A chi ci vuole portare?

    Capita anche a noi quando in una relazione profonda di amicizia ci rendiamo conto di entrare nei pensieri dell’altro, di capire cosa gli sta a cuore.

    I discepoli sperimentano questo.

    Vedono Gesù veramente e non semplicemente con lo stupore degli occhi di chi segue un grande Maestro, perché dice parole autorevoli, perché compie gesti straordinari.

    Capiscono da che cosa è mosso Gesù, capiscono la sua interiorità.

    Dovrebbe essere questa l’esperienza della preghiera del cristiano.

    Non dovremmo smettere di pregare finché non riusciamo ad arrivare a comprendere quello che sta a cuore a Gesù, ciò che quella parola del Vangelo dice del cuore di una persona. Non fermarci semplicemente all’intuizione, alla bella frase, alla parola!

    Dovremmo avere a cuore di arrivare a comprendere che cosa Gesù pensava veramente.

    Questo è possibile. Basta lasciarsi condurre dallo Spirito, come faceva Mosè sul monte Sinai. Ci sono questa ombra, la paura, la voce che rimbomba, tonante. E’ come se l’Evangelista, qui, volesse riprodurre la stessa esperienza di Mosè, lo stesso momento in cui è donata la legge al popolo.

    Solo che qui la legge è una persona! Non è una parola scritta su tavole di pietra.

    Come quella legge doveva portare al dialogo intimo con Dio, così questa persona che è Gesù ci dice l’intimità della relazione con Dio. E’ il figlio mio, l’amato, mi compiaccio di lui, ascoltatelo.

    La spiritualità cristiana, la preghiera del cristiano, portano a questo: all’amore appassionato per la stessa relazione di Gesù con il Padre, che possiamo vivere anche noi, da figli!

    Se nella preghiera noi riusciamo a vedere Gesù veramente, per quello che è…. allora, lo si sceglie per seguirlo!

    E’ l’esperienza di Abramo, padre dei popoli, padre delle genti, di tutti coloro che avranno il coraggio di partire da se stessi, di fare spazio in se stessi, di togliere ogni tipo di idolatria per lasciare spazio ad una relazione totalizzante, quella con Dio in pienezza: solo Lui mi basta!

    Una volta che abbiamo  imparato anche noi a vedere Gesù per quello che è, a capire cosa c’è nel cuore, nell’animo, nell’intimo di quest’Uomo, che lo lega alla presenza di Dio e abbiamo il coraggio di sceglierlo per seguirlo, allora anche per noi il monte diventerà costantemente la vita.

    Il nostro monte dove Dio si rivela sarà la vita quotidiana, dove noi saremo capaci di dare luce ad ogni incontro con i fratelli, di portare questa presenza risorta di Gesù.

    Alzatevi e non temete

    Che bella quella frase: ‘Alzatevi, non abbiate timore’. Se fossimo capaci anche noi di vedere Gesù veramente, diventeremmo capaci  di fronte ad ogni situazione della vita di dire questa parola: risollevati!

    E’ il verbo della Risurrezione: risorgi, rialzati, non avere paura, la vita è consegnata a qualcuno, non è solo nelle tue mani o sulle tue spalle!

    E’ questo il dono che fa risplendere la vita in tutta la sua pienezza, come dice S. Paolo.

    Al termine di questa settimana del percorso dei nostri esercizi spirituali, come parrocchia, come comunità , dove ci siamo messi di fronte  al brano di Vangelo che Papa Francesco ha scelto per il cammino della Quaresima, quello del ricco Epulone e di Lazzaro che giace alla sua porta, chiediamo anche noi di  diventare capaci di non lasciarci cadere preda delle ricchezze, della cupidigia,  della superbia.

    Diventiamo capaci di considerare l’altro come un dono a cui fare il primo dono straordinario che è quello della Parola che  dà dignità di vita, speranza di una relazione possibile. Anche  Dio si è fatto parola per noi: ‘Questi è la parola fatta carne, ascoltatelo’.

    Signore, Ti  chiediamo di accompagnare così il nostro percorso della Quaresima, perché anche noi possiamo fissare lo sguardo su di Te, vederti per quello che sei veramente e diventare capaci di portare questa luce a tutti i nostri fratelli.

    Preghiera

    Fammi cogliere, Gesù, la suprema bellezza della tua persona, bellezza di Dio,

    incarnata in un corpo e in un'anima umana, bellezza del tuo volto,

    oggi invisibile ma scolpito per sempre e rivelato a noi nel testo sacro, vivo, del Vangelo,

    bellezza della tua parola, carica di senso nella semplicità di una limpida espressione,

    bellezza del tuo sguardo, che porta la seduzione d'un meraviglioso amore,

    traboccante di bontà, bellezza di ogni gesto compiuto in favore della nostra umanità,

    della tua mano che conforta e guarisce i malati, che benedice i discepoli,

    bellezza della tua presenza tra noi, miracolo permanente dell'infinita grandezza che dilata,

    nobilita l'esistenza degli uomini.

    Signore Gesù, sempre su di me risplenda la luce del tuo volto, e il mio cuore sarà tranquillo,

    e la mia vita sarà serena.

    Amen

    Don Gianni

  • 05/03/2017   Marzo

    I DOMENICA di Quaresima - Dal deserto al giardino

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    Dal Vangelo secondo Matteo 4, 1-11

    In quel tempo, 1Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». 4Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

    5Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra».

    7Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

    8Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

    11Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

     

    COMMENTO

    Che bello poter conoscere ogni anno un Vangelo, appropriarcene nella sua profondità, come abbiamo fatto ieri pomeriggio con la lettura continua del Vangelo di Matteo.

    Sentirsi anche noi come discepoli di quel tempo, chiamati a stare con il Signore Gesù, per entrare in intimità con Lui! E’ quello che Gesù fa all’inizio del suo ministero.

    Dal deserto al giardino

    Quaranta giorni nel deserto, è una cifra simbolica, ma ci interessa sapere che Gesù ha fatto deserto in questo tempo del suo inizio, per mettere a fuoco qualcosa di essenziale, per ritrovare il gusto dell’essere in un giardino, perché questa è la nostra fatica. Potremmo dire che Gesù ha fatto per quaranta giorni questa essenzialità della sua vita, ma noi la facciamo per anni, perché noi il deserto ce l’abbiamo tutti i giorni. Facciamo fatica a comprendere qual è l’origine delle cose, qual è il senso ed il significato pieno delle  scelte che siamo chiamati a compiere. Più deserto di così, più confusione di così, più tentazione di così.

    Quando di fronte alle cose di ogni giorno, anche in famiglia, nelle frasi più semplici,  c’è la fatica di trovare la parola giusta, il modo giusto, l’intenzione giusta perché non abbiamo più il tempo talmente siamo  trascinati dalle cose.

    Gesù fa deserto e ci insegna ad abitarlo per ritrovare il gusto della scelta, della priorità, di quello che è ben definito, perché sa benissimo qual è la azione del tentatore, che è presente nel mondo. Fa il suo mestiere, confonde, alza la polvere, impedisce di vedere, crea legami sfilacciati, per cui possiamo essere una cosa ed il suo contrario. E’ la confusione, perché non è più chiaro il rapporto con la verità, non si capisce il significato profondo delle creature, non si riesce a trovare l’equilibrio del bene, talmente le cose ci trascinano e ci schiacciano. Siamo dominati dal desiderio di essere definiti dalle cose che siamo capaci di fare, che abbiamo, che possediamo, o che riusciamo ad intuire.

    Non è questa la definizione dell’uomo. Fin dalla creazione nel suo giardino, l’uomo non è creato in relazione alle cose, ma è creato in relazione a Dio. E’ questa la nostra fatica, il nostro deserto.

    Le cose che ci circondano e che siamo chiamati ad abitare tutti i giorni non ci definiscono e finché troviamo la definizione dell’ uomo su questa linea orizzontale delle cose, delle relazioni con gli altri,  coi beni… non è lì l’uomo. Questo non ci permette di trovare l’origine in Dio, di quello a cui siamo chiamati: ‘Li fece a sua immagine e somiglianza’.

    ‘Lo spirito condusse Gesù nel deserto’.

    Questa è l’unica fatica. Quella di ritrovare la forza dello Spirito che ci aiuta a fare quel deserto, la fatica dell’essenzialità, della distanza, del pensiero, dell’animo, dell’interiorità.

    Questa è la nostra vera scelta. Questo il nostro spazio che dobbiamo imparare ad abitare, il tempo che rende l’uomo, uomo. Non le cose, non la frenesia, non la corsa, non per forza la risposta.

    E’ Lui che ci porta in un tempo, e lo stabilisce in quaranta giorni, il tempo di un’esperienza che possa maturare.

    Che bello se avessimo anche noi il coraggio di metterci nella preghiera ed uscirne solo quando lo Spirito smette di parlarci e ci fa capire chi siamo, non quando abbiamo terminato di recitare una preghiera o completato una lettura.

    Dobbiamo avere questo coraggio, altrimenti anche la preghiera diventa un meccanismo del fare, leggere, scrivere.

    E’ il tempo in cui lo Spirito ci aiuta a riscoprire chi siamo, a ritrovare l’immagine di Dio che dobbiamo raccontare al mondo.

    E’ questa pazienza che abbiamo bisogno, di non essere noi artefici di quello che vogliamo fare.

    Questo perché c’è Lui.

    Il Signore Gesù abita il deserto della vita di ciascuno di noi, perché nel deserto Lui ritrova  il volto del Padre, mentre noi lo facciamo per ritrovare Lui.

    Il nostro deserto non è semplicemente un’assenza, ma diventa un incontro, un tu che dobbiamo imparare a dire.

    Gesù dove sei nella nostra vita, nella nostra quotidianità, come possiamo raccontarti nelle scelte di ogni giorno,  come possiamo parlare di Te, se non ti conosciamo?

    Il cristiano vive il deserto per ritrovare essenzialmente  il centro del proprio relazionarsi con Dio, l’immagine di Gesù. Ritrovare Lui che per primo l’ha abitato.

    Fare unità

    Dentro questo deserto impariamo anche noi a ritrovare unità contro tutto ciò che ci divide, contro quella fame e sete che costantemente ci attanagliano, la fame di cose, affetto, potere, di avere la certezza di essere di qualcuno, importanti perché di qualcuno.

    L’unica importanza della nostra vita è che siamo figli di Dio, è questa l’unità costante che dobbiamo ritrovare nel nostro vivere, nel nostro scegliere.

    Siamo chiamati anche noi a fare deserto in questi quaranta giorni, perché la nostra vita ritorni ad essere quel giardino di scelte consapevoli, mature, piene, dove non ci facciamo trascinare dalle  cose, dalle emozioni, ma impariamo a trovare la verità, il volto di Dio.

    Ritroviamo la consapevolezza nel nostro modo di fare di  che cosa è di Dio e di che cosa è semplicemente confusione, paura nostra che ci abita, fragilità, a volte perfino opportunismo sulle cose.

    Che bello essere gente che splende in maniera luminosa, perché abita con verità, sapendo motivare le cose che dice, le scelte che fa, a partire dalla luce del Vangelo.

    Questo ci fa uscire dal deserto della confusione della nostra  vita, ci fa tornare alla luminosità della verità del vivere di chi si sa orientato verso Qualcuno, in relazione con Qualcuno, che è Gesù, Signore pieno della nostra  esistenza.

    Iniziamo volentieri questo cammino e lasciamoci guidare dallo Spirito, certi che, nella fatica di prendere le distanze giuste dalle cose, il Signore non ci lascia soli, ma ci permetterà di ritrovare l’ armonia delle cose ed essere segni efficaci dello Spirito in mezzo ai fratelli.

    Preghiera

    Lo Spirito Santo ti spinse, Gesù, verso il deserto, perché nella solitudine sbocciasse la Tua preghiera: per quaranta giorni, con sguardo insistente, contemplasti il Padre. Gli apristi il Tuo cuore in un intimo contatto, un segreto dialogo in cui i lunghi silenzi esprimevano tutto l'amore che Ti univa a Lui, il Tuo abbandono fiducioso.

    In questo tempo di grazia, con noi e con tutta la Chiesa, desideri rifare un soggiorno nel deserto, un lungo tempo di preghiera assidua e fervida.

    Vuoi farci apprezzare la ricchezza segreta e la profonda gioia della contemplazione, ispirarci il gusto di lasciare tutto il resto per guardare il Padre.

    Vieni a creare nelle nostre vite lo spazio di preghiera, di ascolto della Parola di cui abbiamo bisogno per dialogare con Te, per dilatare l'amore, per animare l'azione e renderla più feconda.

    Amen

    Don Gianni

  • 13/02/2017   Febbraio

    VI DOMENICA del tempo ordinario - “Ma io vi dico …”

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    Dal Vangelo secondo Matteo 5, 17,37

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

    20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

    21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.

    23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

    25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!

    27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio.28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

    29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

    31Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

    33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».

     

    COMMENTO

    Compimento

    Gesù ci dice “Sono venuto perché la Parola della legge avesse il suo compimento, non a toglierla.”

    Va, così, alla sua essenza, al significato primitivo, all’origine, di fronte al mondo giudaico che faceva della legge lo schema di vita, un’osservanza esteriore. Ne riporta il senso, quello di una legge che è una relazione con Dio, un dialogo con Lui, ci porta ad entrare in piena relazione con Lui, ci parla di una conoscenza.

    Gesù ci dice che è una legge da abitare, non è un vestito da indossare o un paravento dietro cui nascondersi.

    La legge è da vivere ed abitare interiormente.

    Lui è venuto a compierla, a realizzarla, a portarla al suo fine, a darle vita, ad incarnarla, a viverla dall’interno, a farla diventare quello strumento di relazione che costruisce un’amicizia profonda.

    E’ così che la vita cresce e la nostra relazione con Dio viene abitata profondamente.

    La legge diventa parola di vita e non semplicemente qualcosa da fare.

    E’ così che poco alla volta la nostra esistenza cresce e si sviluppa.

    Siamo chiamati anche noi a vivere la legge così, a vivere innanzitutto la ricerca di una relazione profonda con Dio!!!

    Gesù ce la racconta, come un figlio può raccontare la vita, dicendo che ha scoperto cosa c’è nel profondo del cuore di questo Padre. Ha scoperto il senso dell’animo di questo Padre.

    E’così che anche noi siamo chiamati a vivere, giorno dopo giorno.

    Siamo chiamati ad andare all’essenziale della legge, che ci porta a scoprire che la relazione vera con Lui ci aiuta a dare compimento alla nostra persona.

    Ci aiuta a scoprire chi siamo.

    Ci è data una parola ed una relazione perché diventiamo veramente noi stessi, uomini e donne pienamente maturi, capaci di guardare all’altro con una maturità profonda di vita.

    Unità della persona

    Gesù rilegge davanti ai suoi discepoli tutta la legge antica.

    Il Vangelo di oggi ci riporta alcuni sprazzi della seconda tavola, quella della relazione con i fratelli.

    Ci dice che, se il nostro modo di abitare la relazione con il Dio della vita non ci porta a ritrovare il senso dell’essere persona, facilmente cadiamo sulle cose essenziali e ci perdiamo.

    Dobbiamo rispettare la persona che siamo, pensata da Dio, non smembrarla.

    Ci dice “Non uccidere, non commettere adulterio, non trattare in modo falso gli altri e soprattutto Dio”.

    Ci aiuta a riportare alcentro l’unità della persona, a farci comprendere che si può osservare la legge ma non darne compimento.

    Ci rendiamo conto che, certo, non abbiamo mai ucciso, ma Gesù ci chiede con sottigliezza: quanti sono i modi per uccidere una persona? Dicendo al fratello: sei stupido? Sei pazzo? Trattandolo da  emarginato?Forse non gli permettiamo di essere stimato!

    Cosa ci chiede Dio?Di dare la dignità all’altro. Noi dietro cosa ci nascondiamo?

    Così Gesù abita la legge e ci chiede se la nostra vita cammina dietro la verità della sua essenza o se ci nascondiamo.

    Così ci parla dell’amore. Quanti sono i modi per adulterare l’amore? Quante volte desideriamo solo il piacere dall’altro, per una piccola soddisfazione nostra, e l’altro non è più una persona che vive con noi, in comunione con noi, ma è solo un piacere che si consuma ed una vita fatta a pezzi…

    Quante volte il nostro modo di parlare non rispetta l’altro, per cui siamo menzogneri o utilitaristici a seconda del nostro bisogno?

    Quante volte lanostra vita diventa così...

    Qual è il compimento, qual è il modo in cui ci raduniamo in unità e troviamo ilsenso della nostra vita davanti a Dio,la incarniamo la abitiamo? Siamo capaci di esprimere e difendere la verità, anche quando bisogna pagare di persona?

    Solo chi ha il desiderio di compiere la legge, di abitarla come relazione piena e profonda con Dio, che porti la nostra vita alla sua verità, allora è capace di questa fedeltà, di non nascondersi dietro alle cose, di andare a ritrovarne il significato profondo che ci rende veramente uomini!

    Lo stile di Dio è il vestito che ci calza a pennello, che ci permette di cercarLo come senso profondo della nostra vita.

    Fuori da questa prospettiva il nostro modo di essere crea divisioni, nemici, contrasti, povertà.

    Aiutarci,Signore, ad essere capaci di dire come tuo figlio Gesù “Tu sei il compimento della mia vita e la mia vita è compiuta quado sono capace di tenere unito il fratello che ho davanti, di non usarlo per i miei scopi,di piegarlo alla mia volontà, di cercare di soddisfare lemie voglie”.

    Aiutaci,Signore, con i doni del tuo Spirito ad abitare cosi la nostra relazione con Te, perché solo così possiamo far crescere la nostra relazione con i fratelli.

     

    Preghiera

    Noi ti ringraziamo Gesù, perché Tu ci proponi la tua amicizia.

    Ti ringraziamo perché, al di là di ogni cosa che facciamo o possiamo fare,

    Tu ci offri un rapporto vero, reale con Te, da cui dipende ogni rapporto vero con gli altri.

    Ti chiediamo, Signore, di manifestarti a noi dicendoci ciò che siamo,

    rivelandoci la verità su noi stessi, perché possiamo gustare la gioia del Tuo Vangelo.

    Ti preghiamo, Signore, che ci salvi, che ci doni il Tuo Spirito di verità,.

    Ti preghiamo umilmente di non abbandonarci, Signore,

    ma di salvarci come singoli e come gruppo, come Chiesa,

    come comunità, come società.

    Abbi pietà di noi, Signore, che non sappiamo vivere insieme;

    mostraci di essere Tu Signore del nostro vivere insieme.

    Tu che vivi e regni con il Padre,

    Tu che in virtù della Tua morte e resurrezione ci doni lo Spirito di unità e di salvezza,

    Tu che regni  nei secoli dei secoli.

    Amen

    Don Gianni

  • 05/02/2017   Febbraio

    V DOMENICA del tempo ordinario - “Siete sale… siete luce”

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    Dal Vangelo secondo Matteo 5, 13-16

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

    14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

     

    COMMENTO

    Siamo interrogati sul senso e sulla presa del Vangelo sulla nostra vita.

    Questa luce che riceviamo dalla Parola di Dio è sufficiente per dare gusto e senso alle scelte del quotidiano? Oppure viviamo costantemente alla ricerca di un sapore “diverso” per le cose che facciamo? Il Vangelo è luce e sale della nostra vita?!

    Ce lo ricorda con forza il Signore Gesù.

    Ce lo ricorda l’apostolo Paolo quando scrive alla comunità di Corinto: “Sono venuto da voi quasi tremante a dirvi una cosa sola: che Gesù Cristo, il Crocifisso, è risorto e nella croce, segno più profondo della morte e del morire umano, ci ha rivelato la grandezza di un gesto,quello di un amore che dà vita, che fa vivere, che racchiude in sé il senso  della vita.”

    Questo lo fa con tenerezza, come la luce quando si deposita sulle cose, ne svela i contorni, ne esalta le forme, non schiaccia, non opprime, si appoggia con delicatezza e fa emergere.

    Voi siete sale della terra e luce del mondo

    Come il sale, quando entra nel cibo e ne esalta i sapori. Non è dato per abbattere.

    Così, come quando la luce è troppo forte, ci impedisce di vedere tutto il resto, così anche il sale, quando è troppo, ci impedisce di assaporare tutto il resto.

    Qual è l’equilibrio che la nostra vita sta prendendo alla luce del Vangelo?

    Noi, come discepoli, siamo chiamati ad essere quelli che entrano e stanno nella vita, con la capacità di  rivelarne il senso, il  gusto, il bello, la possibilità di realizzarsi spendendosi.

    “Voi siete”: con forza Gesù dice che il Vangelo è per noi, per ciascuno di noi, per trovare il senso, il gusto, il sapore. Non è al di là delle nostre forze. E’ per noi, per avere presa nella vita. Noi abbiamo questo compito: essere coloro che, proprio perché prendono sul serio il Vangelo, scoprono, custodiscono e difendono ciò che vale, ciò che vale la pena essere vissuto in profondità, in attenzione, con passione, con gusto e con amorevolezza.

    C’è una luce che possiamo portare nel vivere e nella nostra vita, che ci permette di non girare a caso e rimanere inermi di fronte alle fatiche, alle domande, a tutto ciò che ci chiede il significato, il senso.

    Chi crede non fa le cose in maniera ripetitiva, abitudinaria, quasi di nascosto, impaurito, tremante. Chi crede è un cercatore che ogni giorno va alla sorgente a prendere l’acqua, non si accontenta dei rivoli, cerca l’essenziale, ha fame e sete di questo.

    Qual è la nostra ricerca? Il senso della vita,che mettiamo con le nostre energie, lo attingiamo da qualcosa di già fatto e già detto o ci sta costantemente davanti? Abbiamo il coraggio di farlo illuminare dal Vangelo?

    E’ certamente faticoso vivere così, ma è tremendamente appassionante, perché non si dà nulla per scontato. Ogni giorno, salutiamo con entusiasmo nuovo le persone che incontriamo, quelle della nostra famiglia. Ogni giorno, troviamo il motivo per spenderci, perché è un dono d’amore che si rinnova, perché il fratello che ci sta davanti lo cerchiamo, come ci cerca il Signore.

     “Voi siete”, noi diremmo facilmente che Dio è sale della terra e luce del mondo, ma facciamo fatica a dire che noi uomini, pur con le nostre fragilità, povertà e debolezze, siamo capaci di illuminare la vita, possiamo essere luce dell’esistenza, semplicemente perché facciamo parlare le nostre opere.

    Se prendiamo sul serio le parole del profeta Isaia, dovremmo fermarci qui e dire che Dio si rivela così: prenditi cura del  bisognoso, accogli nella tua casa, spezza il tuo pane, togli l’ingiustizia, non c’è bisogno di cercare altro, è questo il  Vangelo!

    Viviamo per questo? Viviamo per togliere l’ingiustizia, per vincere quella fame di vita, di verità, di bisogno che c’è anche in mezzo a noi, da cui tanto facilmente togliamo gli occhi, perché abbiamo altro da fare?

    Quanto è facile per noi non ascoltare la fame, la sete,la domanda di vita di fratelli e sorelle che vivono  accanto a noi, i nostri vicini di casa, di chi bussa alla nostra porta.

    Quanto è difficile mettersi in ascolto di questa fame, di queste domande, di questo desiderio di luce e di senso. Eppure “voi siete”!!!

    Quando abbiamo il coraggio di vivere come persone che prendono l’amore di Dio come regola della propria esistenza, l’amore di Gesù Cristo come senso della propria vita, il coraggio di spendersi come ha fatto Lui nella verità delle cose, allora siamo luce, allora siamo sale gettato in faccia al mondo.

    Il Vangelo passa da qui, da uomini e donne che hanno avuto il coraggio di prendere sul serio questa Parola e di non dire domani, dopo, forse…. Ma: adesso, qui, per me, per noi,  in questo momento vale questa Parola, la confrontiamo con questa realtà, non la lasciamo cadere nel  vuoto!

    Chi è mio fratello che domanda luce e senso?

    Quante volte giriamo la faccia di fronte ad una bestemmia, quando qualcuno risponde male e prevarica un posto? Quante volte lasciamo perdere per non essere coinvolti?

    Il cristiano sa dire dov’è la verità, non la calpesta, non si nasconde, non si ripiega, non fa sconti, per primo a se stesso.

    Fame e sete, luce e sale, opere di verità e di giustizia, non semplicemente teorie vuote e tradizioni sterili, ma scelta di verità, di vita, di sapore!

    Se per primi noi facciamo sconti sulla parola di Dio, la smussiamo e ci giustifichiamo, è come tagliare la pianta e aspettarne i frutti, è come tagliarsi le mani e pensare di poter lavorare, è come azzopparsi e sperare di correre. Se abbiamo occhi, ma privi di luce, incapaci di fare verità, se abbiamo parole, ma povere di sapore e senso, che non sanno spiegare, allora il Vangelo è diventato qualcosa di lontano, di annacquato e poco conosciuto.

    La Parola di Dio

    Quanta fatica facciamo, proprio noi credenti a conoscere la Parola di Dio, a spiegare la Parola di Dio, sappiamo tutto di tutto, ci sembra, ma siamo tremendamente ignoranti sull’essenziale!

    Proviamo a fare questa fatica, ce la chiede anche Papa Francesco, con semplicità, nello scritto che ci ha consegnato al termine del Giubileo della Misericordia con la lettera apostolica Misericordia et Misera.

    Perché non facciamo una domenica in cui ci fermiamo, in cui ci spieghiamo la  Parola di Dio l’un l’altro? Cerchiamo il perché, il significato nei brani di Vangelo che leggiamo!

    Questo è il nutrimento che dobbiamo avere, altrimenti ci fermiamo davanti a Dio ripetendo una serie di parole, anche belle, come i rosari, le Ave Maria,  ma se non ci danno l’alimento, non andiamo avanti, non facciamo crescere la vita, non diamo frutto di vita.

    Impariamo ad avvicinarci al Vangelo non perché vi cerchiamo qualcosa che ci salva e ci preserva da tutto il resto, ci fa sentire giusti, ma nel Vangelo cerchiamo un alimento che ci dà coraggio di camminare, a volte anche di cadere, di attraversare i rovi intricati della vita, ma di dare risposta, di legare con il Vangelola vita dei fratelli. Questo ci deve illuminare costantemente, come ha fatto Paolo che è venuto a parlarci di un Crocifisso risorto. Gli hanno dato del pazzo, dell’impossibile, ma era vero, e poco per volta hanno capito.

    Se la gente ci dà per scontati, allora non stiamo dicendo parole di verità, che provochino e scomodino, che dicano e denuncino i mali del mondo. Se siamo scontati,significa che non stiamo dicendo parole del Vangelo, ma stiamo dicendosolo parole nostre che non salvano nessuno, men che meno noi. Smettiamo di ripiegarci su noi stessi, dicendo le nostre fragilità, la nostra povertà, il nostro essere in pochi, ma impariamo a dire parole del Vangelo. Impariamoa dire Gesù, alla nostra vita, innanzi tutto, senza farci troppi sconti, e poi alla vita del mondo ed ai fratelli.

    Impariamo, come Paolo, a dire la verità del Crocifisso, la verità di un amore che paga spendendosi. Impariamo a dire con le nostre opere e non solo con le parole che c’è un padre nei Cieli che ci apre il suo Regno,perché noi da figli possiamo viverne con pienezza.Questo è ciò che dobbiamo difendere dell’uomo.

    Vogliamo dire che c’è ancora luce e sale nel mondo perché ci siamo noi, e non lo diciamo con orgoglio, ma con la consapevolezza che siamo amati per primi come figlie  che vogliamo rispondere a questo dono.

    Preghiera

    Siamo troppo spesso vittime dell’ansia,

    del bisogno di contarci, di manifestarci,

    di mostrare la nostra consistenza, la nostra forza,

    il consenso di cui godiamo.

    Così finiamo col dimenticarci di ciò che è decisivo:

    la capacità di dar sapore all’esistenza degli uomini,

    di rischiarare le loro strade, i loro percorsi tortuosi,

    i loro sentieri pieni di buche.

    Ecco perché tu ci chiedi di essere come il sale,

    che accetta di disperdersi, di sciogliersi, di scomparire,

    pur di dare gusto alla vita dei nostri compagni di viaggio,

    senza pretendere di essere tutti, o tanti, o la maggioranza.

    Tu ci chiedi di essere luce gettata

    sulle complesse situazioni che ci troviamo ad attraversare:

    una luce mite, una luce di misericordia,

    che non colpisce e non umilia, non ferisce e non abbaglia,

    una fiamma che indica, pur tremula e fragile,

    la strada che conduce a te,

    percorso di salvezza e di approdo ad un’eternità di gioia.

    Amen!

    Don Gianni

  • 31/01/2017   Gennaio

    Festa della famiglia

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    Dal Vangelo secondo Luca, 2, 22, 39-40

    22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore.39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

     

    COMMENTO

    Mercoledì sera,in preparazione  alla festa della famiglia e degli anniversari, abbiamo ascoltato la testimonianza di una famiglia che vive dai Padri Gesuiti a Villapizzone.

    Ci hanno consegnato la loro esperienza di vita in questa comunità di famiglie, dicendoci che nel loro percorso hanno scoperto che “Vivere insieme è meglio”.

    Sembra una cosa scontata e banale, ma non lo è, quando è l’esperienza di vita che parla e ci dice che c’è un meglio che possiamo scoprire, coltivare, di cui ci possiamo nutrire e per cui si aprono orizzonti di speranza veramente grandi. Gli stessi orizzonti che hanno portato Abramo, di fronte ad un meglio proposto da Dio, ad avere il coraggio di lasciare la propria città  e lasciarsi condurre.

    “Conta le stelle”: anche per noi la promessa di Dio è questa, conta le stelle, chiamale per nome, tale sarà il meglio per coloro che credono, avremo un’esistenza luminosa.

    L’apertura all’altro

    Per vivere insieme meglio, perché possiamo trovare il meglio nella comunione della vita familiare c’è chiesta l’apertura del cuore  ed il coraggio della condivisione.

    Dobbiamo avere il coraggio di un pregiudizio positivo nei confronti dell’altro, che è opportunità per noi. L’altro è colui che accompagna il nostro crescere, il nostro  vivere, ma se non c’è questa apertura diventa difficile ogni tipo di ricerca e di comunione.

    Il pregiudizio c’è ed ha, di solito,un carattere negativo. L’altro è qualcuno che ci può ostacolare, togliere spazio, risorse, possibilità, se non risponde ai nostri bisogni è addirittura inutile. Questa è la fatica che facciamo nei  confronti di questa apertura dell’animo, e soprattutto quanta fatica facciamo nei confronti di quella condivisione profonda, che non diventa semplicemente mettere insieme le cose, ma camminare insieme verso un unico obiettivo, è la sintonia di passi. Così Gesù diventa il segno efficace di quell’insieme con cui Dio ha pensato l’umanità.

    Quest’Uomo che prende su di sé la legge di Dio e va oltre la legge, prende su di sé quella circoncisione della carne per aiutarci a comprendere che non c’è nessun segno indelebilmente scritto nella nostra vita che può tenere questo legame con Dio, se innanzitutto non è circonciso il cuore, se non abbiamo pulito lo sguardo, se non abbiamo davvero il desiderio di camminare insieme con Dio, di cercarLo. Non c’è legge che tenga, fedeltà, alleanza, osservanza che tenga, se il Signore è semplicemente al termine di qualcosa che dobbiamo adempiere, ma non c’è la ricerca di essere con Lui.

    Camminare insieme, vivere insieme è meglio, ce lo dice Dio, perché per primo sceglie di rompere ogni indugio e ogni distanza nei confronti di questo popolo, sorto con Abramo, chiamato dalla fede, chiamato per nome nella fede, ma che ben presto dimentica la sorgente fedele di questa relazione. Diventa solo una cosa da fare,dentro cui trovare protezione,sicurezza, salute, ma non c’è nessun ‘antifurto’nei confronti del mondo e della vita che ci permette di trovare questa sicurezza, c’è solo il gusto del camminare insieme.

    Il Signore ce lo ricorda, non ci aspetta più al termine dell’osservanza della legge, non ci aspetta più perché fedeli ad un’alleanza che abbiamo marchiato nel corpo, a cui non siamo mai riusciti in tutta la storia della salvezza ad essere fedeli, come tante volte i profeti hanno richiamato il popolo sul tradimento dell’alleanza.

    Che bello questo Dio che scende a camminare ancora con noi e che va oltre, perché crede fermamente, crede ad essere insieme  con noi,in una relazione positiva che porta ad un meglio, quando possiamo darci del tu, quando c’è una relazione che dice questo.

    Il coraggio della condivisione

    Gesù, per primo, ci dice che c’è bisogno della risposta di una vita, la risposta di un cuore, di un animo,che dice a Lui “Sei davvero il meglio per me, nel momento in cui camminiamo insieme”.E’ questo che dobbiamo presentare all’altare, dobbiamo presentare quei passi che ci hanno permesso di diventare sempre più familiari con Lui, di trovare la presenza di Dio,la Parola  di Dio, la scelta di Dio come qualcosa di familiare nel  quotidiano della vita. Allora sì che poco per volta riusciamo e riusciremmo anche noi a dire il nostro meglio.

    Cosa è stato meglio vivere in questa settimana, nello stile di Dio piuttosto che da soli con i nostri principi? Dio lo troviamo nel momento in cui viviamo da figli, lo amiamo come figli, lo cerchiamo come Padre.

    Non è nell’osservanza, nel precetto, ma in un cuore libero che prende a cuore lo stile di Dio.

    E’ così che Gesù è cresciuto, è così che anche noi troviamo il nostro meglio.

    E’ questa la fatica che dobbiamo fare tutti i giorni e tutte le settimane.

    Dobbiamo uscire dal legame di noi stessi,dal nostro pensiero, dai nostri obiettivi, dalla nostra visione, dal nostro pregiudiziale sguardo sul mondo e sulle cose. Solo se, ritrovandoci qui, sapremo dire qual è stato il meglio, perché abbiamo scelto di vivere, di stare di fronte alle situazioni con Dio, dal suo punto di vista, non solo dal nostro, potremo dire che la fede è qualcosa che allarga gli orizzonti ed i confini.

    Altrimenti, il credere è sempre mettere un qualcosa sopra la nostra vita, ma che non ce l’ha fatta cercare. E’ qualcosa frutto di un retaggio a cui dobbiamo essere fedeli per alleanza. Ancora una volta siamo qui,anche noi,a celebrare un’alleanza e una circoncisone della carne,perché ci è stato chiesto di fare qualcosa ma non l’abbiamo utilizzato per far lievitare la nostra settimana, le nostre fatiche, quella passione per il vivere che abbiamo messo in questi giorni.

    Non abbiamo trovato il meglio, ci siamo stati solo noi, con le nostre fatiche, anzi a volte vorremmo presentarci davanti al Signore con le nostre recriminazioni,sbandierando la nostra fedeltà e le nostre fatiche, con la pretesa di chiedere “Tu dov’eri?”

    Questo ci fa dire che lo sguardo è ancora piccolo, è ancora solo sul nostro io, che fatica a trovare quel di più che diventa il meglio della nostra vita, quel camminare insieme, è ancora solo frutto del nostro sforzo, ma non abbiamole risorse cui attingere:Lui e la Sua grazia.

    Ecco ciò che dobbiamo celebrare, ciò in cui dobbiamo diventare sempre più familiari. Lui ci sceglie, è fedele al suo nome l’Emmanuele, il “con noi”.Lui davvero, ci attende,sintonizza il Suo passo sul nostro, ci viene a cercare, perché ha la netta consapevolezza che il poter camminare con l’uomo, rende l’uomo  figlio di Dio.

    Siamo noi che facciamo fatica ad accettare questo passo, siamo noi che facciamo fatica ad aprire questa porta e cerchiamo la familiarità di Dio solo sulle nostre fragilità e  non sulle nostra possibilità.

    Impariamo ad alzare lo sguardo, a scoprire che Lui verso di noi hai già fatto un passo, è già andato oltre la legge, la circoncisione, la fedeltà, l’osservanza, è già nella corsa dell’amore di chi ci cerca perché ama in pienezza la nostra vita.

    Aiutaci Signore ad esser capaci anche noi di aprire questo orizzonte, a considerarci non gente estranea , men che meno schiavi che devono osservare qualcosa, ma aiutaci a sentire tutto il gusto di essere tuoi familiari per raccontarlo ai fratelli, e vivere così nella comunione di un’unica famiglia, quella dei figli che gioiscono dell’amore dei propri genitori.

     

    Preghiera

    Insegnaci, Signore, a camminare insieme, 
    con lo sguardo nella stessa direzione,
    uniti dalla stessa meta,
    alla ricerca degli stessi valori
    verso Colui che ci ama e che ci attende:
    è il fondamento di ogni vera amicizia.
    Camminare insieme,
    può anche portare a pestarci i piedi,
    a incomprensioni e a litigi,
    ma camminare da soli è sempre più faticoso
    e sempre meno umano.
    Insegnaci a camminare insieme
    per vincere gli sbandamenti,
    per sostenerci nelle difficoltà,
    per evitare falsi miraggi,
    per difenderci dalle attrattive del male,
    per non tradire le nostre scelte,
    per non allontanarci dalla giusta strada,
    per cercare il nostro vero bene.
    Insegnaci a camminare insieme
    per scambiarci le gioie,
    per condividere le fatiche,
    per rafforzare la Fede,
    per superare i dubbi,
    per conoscerci meglio,
    per amarci di più ed illuminare di serenità
    la nostra vita.
    Camminare insieme
    è un continuo ricevere e donare,
    è sommare le luci,
    dimezzare le tenebre,
    non sentire stanchezza.
    Camminare insieme
    è prenderci per mano,
    è sognare insieme,
    è pregare insieme,
    è vivere insieme.
    Camminare insieme
    è somigliarsi,
    è una consolazione profonda,
    è un bisogno dell’uomo,
    è un desiderio di Dio!
    Amen

    Don Gianni

  • 22/01/2017   Gennaio

    III DOMENICA del tempo ordinario - “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”

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    Dal Vangelo secondo Matteo 4,12-23

    12Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

    15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

    sulla via del mare, oltre il Giordano,

    Galilea delle genti!

    16Il popolo che abitava nelle tenebre

    vide una grande luce,

    per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

    una luce è sorta.

    17Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

    18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. 21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

    23Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

     

    COMMENTO

    “Il regno dei cieli si è fatto vicino, si è approssimato, si è aperto per ciascuno di voi. Volgete lo sguardo lasciatevi rapire l’animo e il cuore”.

    E’ questo l’ annuncio di Gesù e lo dice alle periferie del mondo nel momento più drammatico della vita di un profeta, quella del Battista, che viene arrestato per essere messo a morte.

    Inizia così il ministero di Gesù, secondo l’evangelista Matteo, con questa scelta di accostarsi e aprire le porte del regno alla Galilea delle genti, agli uomini che abitano la via del mare, che sono immersi in una periferia di contatto, in un confine, dove c’è poca chiarezza, c’è confusione di razza, religioni, etnie. Inizia da lì Gesù, con una parola straordinaria, dicendo che c’è un Dio che è principio di vita, che apre per ciascuno di noi la sua esistenza, ci rende credibile il suo stile, il suo moto di paternità, rendendoci visibile quell’amore che tutto genera. Dio è principio di vita, il suo regno è di comunione, è sorgente di vita.

    Il regno dei cieli è per tutti

    Il regno dei cieli è per noi, per te che sei nella confusione della tua vocazione, per te che sei nella fragilità della tua esperienza di vita, per te che sei sotto le domande ed il peso del come vivere, della fame e della sete di una vita piena. Dio è per te, non è contro, non è lontano. Si è avvicinato, ha colmato la distanza, ha fatto il primo passo, ed è un passo che interpella la nostra esistenza.

    Ci chiede: qual è il principio del nostro vivere? Qual è la fame di sete di vita che abbiamo, che ci  portiamo addosso tutti i giorni, noi che respiriamo la nostra  fragilità,ne facciamo le spese tutti i momenti?

    Dio è Dio di vita ed apre il suo regno per ciascuno noi, anzi, rivolge per ciascuno di noi l’invito ad essere parte di questo regno.

    Seguitemi!

    “Seguitemi vi farò pescatori di uomini!”.

    E’ stupendo questo invito di Gesù! Non ci dice che Lui è il maestro e noi dobbiamo fare quello che ci dice, anzi, pronuncia la parola più liberatoria e straordinaria del mondo: “Stai con me, cammina con me, vivi con me!”.

    E’ a questa domanda che dobbiamo avere il coraggio di rispondere. Questa èla nostra  vocazione, a questo siamo chiamati, tutti noi, ciascuno personalmente “stai conme, camminami a fianco,impara da me a vivere, vivi come vivo io, ama ciò che amo io, apri l’animo, il  cuore, lo  sguardo, la vita, come la apro io”.

    Stiamo misurando il nostro vivere su Gesù Cristo? Stiamo facendo di questa sequela, di questa risposta a Gesù qualcosa di serio per la nostra  esistenza oppure semplicemente, di comodo, Gesù rimane sempre sullo sfondo della nostra vita, perché le cose quotidiane , dove bisogna decidere, ce le regoliamo noi, con i nostri principi, le nostra unità di misura, i nostri criteri? Gesù ci chiede di spogliarci di questo, di lasciare‘queste reti’, di smetteredi fare questo tipo di pesca, di chi alla sera vuole fare il bilancio della propria vita e deve quadrare, perché ci ha messo l’energia, l’attenzione, e allora i contidevono tornare!

    Sono buche le reti di chi ama, ci dice Gesù con un largo sorriso, hanno le maglie larghe. Non è questa la pesca, non è questo il ritorno della vita. Chi ama, chi vive nel regno di Dio, che è regno di giustizia, di verità, di grandezza nell’amore, non ha questo come unità di misura per la sua pesca. E’ questo su cui noi facciamo veramente fatica. Tante volte seguiamo Gesù, ci sentiamo “pescati da Lui”, vorremmo sentirci aggrappati, conquistati dal suo regno, ma poi vorremmo avere criteri nostri per come misurare il resto. Gesù ci chiede il coraggio della  sequela, ci chiede il coraggio di questa risposta, di diventare come lui pescatori di uomini, di non far tornare i conti della nostra pesca con il bilancino della vita.

    Gesù percorreva tutta la Galilea

    La pagina più straordinaria di questa vocazione degli uomini si chiude con un verbo altrettanto straordinario. ‘Gesù percorrevatutta la Galilea, finché il suo insegnamento non raggiunse tutti’.

    Quel verbo ‘percorreva’ è da tradurre come “iniziò a percorrere e continuò a percorrere”, ossia un’azione iniziata in un momento preciso ma che ancora oggi sta continuando a rinnovarsi. Tant’è che possiamo trovarlo anche per le strade della nostra Galilea delle genti, proprio quando siamo inmezzo allesituazioni,ci sembra di essere confusi,perché vorremmo scegliere qualcosa ma sentiamo l’attrazione anche per il suo contrario,perché una cosa ci sembra giusta, ma l’altra ci sembra importante, l’orgoglio ci punge ma avvertiamo anche il bisogno, la  fatica dell’altro, siamo nella fatica della decisione. Lì, nellanostra Galilea,Gesù ancora una volta passa percorre, insegna, annuncia, tocca le nostre malattie.

    Abbiamo bisogno di puntare lo sguardo su di Lui, di smettere di guardarci addosso, di fidarci di colui che ci apre il regno e rende credibile l’amore del Padre come principio di questo regno. Ci chiede di stare accanto a lui, di camminargli accanto e nonsemplicemente di obbedirgli, di diventarne amici in piena comunione e di essere con lui quando percorre ancora oggi le vie della vita, indicandoci qual è la vera pesca miracolosa da compiere.

    Ti ringraziamo, Signore, perchénon ti stanchi di aprire il regno e di percorrere le nostre strade.

    Non stancarti mai di chiamare ciascuno di noi a stare con te!

     

    Preghiera

    Passa, Gesù,

    per le strade della nostra vita,

    lungo le rive della nostra solitudine

    affollata di gente dallo sguardo spento.

    Vedi, Signore,

    la fatica, la tristezza,

    la pena o la noia dei nostri giorni,

    e invitaci a seguirti

    lasciando ogni sicurezza

    per porre te solo

    a fondamento della nostra esistenza.

    Attiraci fortemente a te,

    perché possiamo camminare

    nella luce della tua parola

    e dimorare nella gioia della tua presenza,

    legati gli uni agli altri

    da un vincolo di fraternità nuova,

    mentre insieme ci affrettiamo

    verso il tuo regno di amore e di pace,

    dove tu ci attendi.

    Amen.

    Don Gianni

  • 16/01/2017   Gennaio

    II DOMENICA del tempo ordinario - Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

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    Dal Vangelo secondo Giovanni1, 29-34

    In quel tempo, Giovanni, 29vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

    30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

    32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”.34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

     

    COMMENTO

    Domenica scorsa il Battista, di fronte a Gesù, esce con un’esclamazione straordinaria, stupita: “Tu vieni da me?” E’ un Dio che si fa vicino, che ci viene a cercare. Lui che pensava di conoscere e preparare la via per un Messia, che avrebbe sì aperto i cieli ma per far scendere un fuoco purificatore, si trova di fronte, in maniera spiazzata, ad un Dio che stupisce, che fa un primo passo e colma la distanza.

    Dio ci stupisce?

    Questo potrebbe farci porre una domanda: il Dio a cui noi crediamo, a cui nelle nostre preghiere alziamo le invocazioni, apriamo lo sguardo, è un Dio che ci stupisce ancora? E’ un Dio che meraviglia? Oppure anche noi, con lo stesso atteggiamento del Battista, ci sentiamo di dire: “So già come ti comporti e cosa devi fare”.

    Il Battista ammette che c’è qualcosa di più su questo Gesù di Nazareth che lui non ha ancora capito e umilmente si ferma. Ammette di non conoscerlo, anche se Colui che lo aveva mandato a battezzare gli aveva annunciato che il Messia sarebbe stato Colui sul quale avrebbe visto scendere lo Spirito. Ed ammette di non aver capito che la via di Gesù è questa: quella di chi fa il primo passo nell’amare!

    L’intelligenza della fede

    Un Dio che stupisce. Eppure il Battista ha il coraggio di dire:“Io ho visto, ho fatto esperienza”

    Non ho semplicemente capito, non mi sono fermato a delle idee che mi sono fatte su Dio, non è lo sguardo superficiale, curioso, ma ho cercato con l’intelligenza della fede.

    E’questo ciò che il Battista ci consegna. Il nostro modo di guardare le cose, le persone, i fatti della vita è sostenuto dall’intelligenza della fede? Cerchiamo di interpretare le cose alla luce di qualcosa più grande di noi, di un progetto di Dio, oppure semplicemente ci fermiamo a quello che capita a noi, del nostro tornaconto?

    Quanto è difficile questa operazione di discernimento, ma quanto è importante per non mandare la vita alla deriva e rimanere alla superficie delle cose. Se, invece, c’è questo sguardo intelligente, mosso dalla Parola di Dio, ci rendiamo conto che c’è un Dio che si fa incontro, che apre i cieli e mostra un volto di misericordia. Un Dio che diventa bambino e abita senza vergogna le stalle della nostra vita, la fragilità delle nostre relazioni, la povertà dei nostri desideri ed ideali, una vita mossa, a volte, solo da pulsioni e passioni. Non ha vergogna delle nostre contraddizioni. Questo è il Dio di Gesù Cristo, è il Dio cristiano. Lo stupore di un Dio che prende l’iniziativa ed annulla le distanze, che non dice se siamo bravi ci premierà, ma piuttosto sa che siamo poveri, freddi, e standoci vicino ci arricchisce, ci scalda, ci dice “ti voglio bene”, voglio il tuo bene!

    Il testimone

    “Ho visto” dice Giovanni Battista, ma ancora di più “ho testimoniato, dò testimonianza, gioco la mia vita”. Ha atteso il Messia vendicatore, colui che riportava Israele alla giustizia epurando quelli che si comportavano male, ma si è trovato davanti il Dio della misericordia. Capisce ed accetta, sceglie anche lui questa vita. Il testimone è questo, fa sua la prospettiva, non rimane inerte, riconosce la propria distanza, riconosce l’errore, la sua povertà, e dice “mi fido di te, ti seguo” accetta questa via anche se non è quella che si sarebbe aspettato, ma dice “mi fido, ti seguo e cammino con te”.

    Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”

    Proprio perché ha il coraggio di dire questo, il Battista arriva ad una professione di fede, quella che anche noi ripetiamo in tutte le celebrazioni della Messa: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”.

    L’agnello: Dio non è più colui a cui sacrificare qualcosa, ma è colui che sacrifica se stesso. E’ faticoso per noi accettare un Dio così, più facile un Dio a cui accendere la candela e chiedere una grazia che non camminare nella linea di chi fa il primo passo, sacrificando se stesso. Chiedendo a noi qual è il passo che nell’amore ci chiede la verità del nostro sacrificio. Non è più un Dio “fuori”, ma è colui che consacra noi nello Spirito, abita nello Spirito in ciascuno di noi, dicendo a noi “Ti riconosco figlio, in te mi compiaccio, con te voglio gioire”. Ogni passo nella via di un amore che si spende e non vuole possedere, offre e non vuole attirare, dice il Suo compiacersi in noi.

    Toglie il peccato: al singolare, perché una sola è la radice del male, anche se ognuno ne sente addosso la molteplicità delle sue forme. E’ una sola la radice: essere noi signori di noi stessi, come continua a ripeterci il demonio dalla tentazione antica. E’ una sola la radice del male, che produce in noi un disamore per le cose e per gli altri, per la nostra stessa vita. La radice malata che crea indifferenza, violenza, menzogna, orgoglio, fratture, muri, distanze. Una sola è la radice del male e Lui lotta contro questo. Come le erbacce, se le tagliamo, ma non togliamo la radice, continuano a ricrescere. 

    L’Agnello che toglie il peccato del mondo: toglie, un verbo al presente, che si ripete qui oggi per ciascuno di noi. Non è attesa di speranza, non è un toglierà, è adesso, in questo momento, nel nostro sì.

    Nel ricevere l’Eucaristia, c’è la forza che lavora dentro di noi, per vincere la radice di maleche ci abita e rende amara la nostra esistenza. Toglie ora, se abbiamo il coraggio di mettere qui, come il Battista, davanti all’altare, il nostro peccato, la nostra povertà, la nostra fragilità.

    Anche noi vogliamo essere signori di noi  stessi, abbiamo bisogno della salvezza che dilata il cuore, la vita, che ci faccia lottare contro ciò che porta a un’esistenza rimpicciolita, chiusa su noi stessi. Ne abbiamo bisogno, adesso, per noi, per ciascuno di noi.

    Chiediamo al Signore di aiutarci ad essere come il Battista, coloro che possono dire di aver  visto,  testimoniato: Tu sei veramente l’Agnello di Dio che toglie oggi il male, il peccato del mondo, anche del mio!

     

    Preghiera

    “Ecco!" Appari come un ospite improvviso .

    "Ecco!” Sei la sorpresa per l'umanità.

    "Ecco!” Sei tu, Gesù, colui cui guardare,

    l’amico da seguire,

    il maestro da ascoltare, il Dio in cui credere.

    Sembri un uomo normale, ma sei unico e speciale.

    Non chiedi nulla, ma doni tutto.

    Sembri anche tu debole e fragile come noi,

    ma sei l'unico capace di prendere

    tutti i peccati dell'umanità e di distruggerli

    con la forza del tuo amore che si fa perdono.

    A te ci rivolgiamo:

    adesso, nel pieno vigore delle forze;

    domani, quando cominceremo

    a sentire il cuore pesante;

    alla fine, quando saremo chiamati

    a rendere conto di tutto.

    Ma non abbiamo paura

    perché abbiamo conosciuto in te

    un amico coraggioso e fedele,

    buono fino all'impossibile.

    Amen 

    Don Gianni 

  • 08/01/2017   Gennaio

    BATTESIMO DEL SIGNORE

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    Dal Vangelo secondo Matteo 3,13-17

    In quel tempo, 13Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. 14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

     

    COMMENTO

    C’è una domanda stupenda in questo brano di Vangelo:quella del Battista “Tu vieni da me?”

    E’ la stessa domanda di Maria, che si stupisce di fronte all’angelo “Tu vieni da me?”, è la domanda di Giuseppe all’angelo: “Tu hai un progetto su di me?”, è la domanda dei pastori che si stupiscono quella notte: “La gloria di Dio è per noi? Il canto degli angeli è per noi? Un bimbo è nato per noi?”

    È la domanda del Battista,  che si stupisce di fronte a questo Dio. Non è un Dio come quello che si aspettava. Vieni da me: è lo stupore di chi si sente cercato da Dio!

    Ma come? fino ad allora tutta la storia del popolo di Israele diceva, ed anche noi pensiamo, che è l’uomo che deve cercare Dio, che deve “osservare” i precetti, fare offerte, che deve creare distanza per essere santi e puri come Dio…. No! Non è questo il Dio di Gesù Cristo!

    La vera immagine di Dio è quella che Lui stesso ci ha svelato aprendo i cieli: è un Dio che fa il primo passo e viene a cercarci. E quando viene a noi ci chiama: “figli, amati, compiaciuti”…

    Figlio, amato, mi compiaccio

    La prima parola che pronuncia è Figlio, perché Dio è Colui che genera la vita, per ciascuno di noi.

    La seconda parola è Figlio amato, sì… amato: di un amore immeritato, che ci previene, ci  raggiunge dove siamo, non al termine di qualcosa… “se ci comporteremo bene,allora”… ci amerà.

    Ci ama prima di sapere come ci comportiamo, e se cadiamo non ritrae il Suo amore. Anzi, rimane lì, ci attende sulla soglia di casa. Non è il Dio di Gesù Cristo quello che, secondo noi, dovrebbe sostenere i nostri meriti, se ci comportiamo bene, se siamo osservanti, non è quello delle scritture, non è il Dio dei farisei che cercano di meritarsi le cose nei  confronti di Dio.

    E’ un Padre che genera vita e non allontana il proprio figlio. Si compiace di lui, vorrebbe compiacersi sempre di lui.

    E’ bello iniziare o concludere la giornata dicendo: C’è  una persona che mi dice‘è bello stare con te’.

    Anche quando pensiamo di bastare a noi stessi e vogliamo allontanare tutti, Lui ci dice che c’è un’altra via, un’altra possibilità, un altro sguardo, e ce lo vuole insegnare. Ci vuole consegnare la grazia necessaria e sufficiente per convertirci a questo sguardo, per mollare finalmente la presa su noi stessi e  sulla vita, “secondo noi”.

    Il mistero dell’Incarnazione

    Noi vorremo scrivere il Vangelo “secondo noi, secondo me” … quanta fatica facciamo a leggere, non a scrivere, il Vangelo secondo Gesù Cristo ed  a permettere a Lui di essere verità dei nostri  pensieri, la  via dei nostri cammini. Il Vangelo è tutto qui, in questo gesto. Lui che non avrebbe bisogno si svuota per sentire l’abisso atroce dell’ uomo quando vuole vivere da solo, per questo si mette in fila con i peccatori.  Lui ci dice: Tu che potresti essere figlio e sentire la grandezza e lo stupore dell’amore del Padre, perché vuoi fare da solo? Perché ti ostini a salvarti da solo? Perché non permetti una via di comunione?

    Questo è l’abisso più profondo del peccato, quando diventiamo misura di  noi stessi e non permettiamo a nulla e nessun altro di poterci dire qualcosa. Questo è il mistero dell’incarnazione di Dio, è la misura della Sua misericordia: Lui colma la nostra  distanza.

    Quanto manca? ci siamo chiesti durante l’Avvento- quanto manca? per chi non permette a Gesù di immergersi nella propria vita? Può mancare tantissimo. Per chi non permette alla Parola del Vangelo di scalfire la  logica della propria esistenza, può  mancare moltissimo. Per chi ha il coraggio di abbattere le difese e di aprire questo animo, di non tenere Dio a distanza, allora la misura può essere immediatamente colmata. E’ Lui che fa il primo passo, è Lui che viene a cercarci,è Lui che rende vero lo stupore di questa domanda: come, tu vieni da me?Lui viene da noi, rovescia le cose e la prospettiva. Lui nella sua regalità si avvicina a ciascuno di noi. Questa è la grandezza di un Dio che apre i cieli e si presenta non come l’attendeva il Battista, (come il fuoco che estingue tutto, come la scure posta alla radice dell’albero), ma si presenta come il servo, come Colui che prende su di sé la fatica della nostra vita.

    Il battesimo dell’incontro

    Allora proviamo a chiederci cosa vuole dire celebrare oggi il battesimo dell’incontro.

    Davvero abbiamo permesso al Signore di immergersi nella nostra vita ?

    Sentire la forza del nostro essere immersi nel Battesimo di Gesù ci fa prendere ogni giorno consapevolezza che la nostra vita non è più semplicemente “nostra”, ma ci è chiesto di viverla con Lui! Perché la bellezza del nostro battesimo è che Dio non è più da cercare fuori, come qualcuno da raggiungere, ma Dio è da cercare dentro. Dio è posto nell’animo di ciascuno di noi, nell’intimo nostra vita. Tutto ciò che ci porta a scoprire, ad accogliere, a curare ‘il dentro’ della nostra vita, che sia  lo stupore di un tramonto, una lettura, la bellezza della musica o dell’arte, la delicatezza di un rapporto di  amicizia, l’intimità di un gesto d’amore, una carità che si fa servizio e stupore, tutto questo ci permette di entrare in comunione con Qualcuno che abita già da tempo la nostra vita.

    Dio non è Qualcuno verso cui fare qualcosa, ma Dio diventa davvero Qualcuno con cui vivere, uno “stile” secondo cui vivere.

    Celebriamo così il nostro battesimo: provando a stupirci di un Dio che è dentro di noi. Ci chiede che cosa ne stiamo facendo del “dentro” di ciascuno di noi, non quanto stiamo osservando o facendo fuori! Quale dignità stiamo dando alla nostra esistenza, alla nostra vita?

    La consapevolezza del nostro battesimo

    Benediciamo e ringraziamo tutti coloro che fino a poco tempo fa hanno professato il battesimo per noi. Ci hanno permesso di diventare grandi in questo battesimo. Diciamo grazie e preghiamo per  tutti coloro che si impegnano e ci chiedono l’impegno di vivere il nostro battesimo, coloro che ci stanno accanto e sono la nostra famiglia, che ci chiedono non di essere persone che fanno qualcosa per loro ma che sono “in comunione” con loro, che lavorano e lottano per la loro dignità, facciamo così l’uno nei confronti dell’altro. Prendiamoci la responsabilità del nostro battesimo.

    Lottiamo per la dignità di chi amiamo e ci sta accanto, perché non siano solo persone misurate su quanto fanno o non fanno. Lottiamo per loro dignità, perché possano diventare grandi nell’amore, nel pensiero, nella libertà, nella consapevolezza dei loro gesti.

    Questo è ciò che il Signore ci chiede nella consapevolezza del nostro battesimo. Gesù non ha avuto paura, ha fatto il primo passo. Si è spogliato della Sua regalità per sentire l’abisso della frantumazione del nostro peccato, che ci dilania.

    Anche in queste condizioni ci ha detto: ‘mi piace stare con te, trovo la tua vita fragile, ma so a quale ricchezza può giungere: quella di un figlio amato!

    Con questa piena consapevolezza possiamo anche noi dire che siamo immersi nel battesimo di Cristo e non ci serve davvero nient’altro.

     

    Preghiera

    Signore, voglio ringraziarti per il mio Battesimo.
    La differenza tra chi non è battezzato e chi lo è, non sta nelle cose della vita,
    ma nel come si fanno le cose della vita.
    La differenza non sta nel vivere, ma per chi si vive.
    Per me che sono battezzato,
    la vita ha senso se mi spendo per Te,
    se vivo per Te, se mi fido di Te,
    riconoscendoti presente in me e negli altri,
    affrontando ogni giornata pensando che tu ci sei,
    sentendo la tua presenza amica che guida questo mondo,
    guardando la realtà e la gente con i tuoi occhi,
    cercando l'eternità in ogni gesto d'amore che do
    e che ricevo.
    Per me che sono battezzato, la vita ha una direzione:
    la tua, Signore!
    Grazie per il mio battesimo!

    (don Angelo Saporiti)

    Don Gianni

  • 01/01/2017   Gennaio

    Maria Santissima Madre di Dio

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    Dal Vangelo secondo Luca 2, 16-21

    In quel tempo, [i pastori] 16andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.

    19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

    21Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

     

    COMMENTO

    Come per gli Israeliti, così anche per noi, si apre oggi davanti al nostro percorso un nuovo anno di grazia del Signore.

    E’ bello essere accolti oggi dalla prima Parola della Scrittura con l’imposizione della benedizione che Dio dà, per ordine di Mosè, ad Aronne ed agli altri sacerdoti: “Benedirete gli Israeliti”. Al termine di tutto il cammino fatto nell’Esodo attraverso il deserto, alle pendici del monte Nebo, l’ultimo che li separa dalla Terra Promessa. Prima di attraversare questo valico, il Signore chiede, attraverso Mosè, una benedizione al popolo, di educare il popolo a riconoscere, a vedere, “dire il bene”, lasciando così alle spalle il percorso di continue imprecazioni, lamentazioni, mormorazioni che il popolo ha fatto nel cammino del deserto.

    Quell’abitudine ad evidenziare il male, che è una fatica anche nostra, ci accompagna costantemente, quasi che anche noi fossimo continuamente morsi dai serpenti del deserto, che ci impediscono  di vedere quel bene possibile che è la nostra promessa, che è la nostra terra, quel luogo dove siamo chiamati ad abitare. Come se, anche per noi, ci fosse un monte da attraversare, perché la felicità pensiamo che “venga sempre dopo”, come anche la possibilità di vita… è “dopo”… Pensando così,  anche noi continuiamo a morderci, dicendo “il male”… quasi che riconoscendo “il male” dell’altro e parlandone si provi quel piccolo piacere che dà una parvenza di rettitudine alla nostra vita.

    Non è così, però, che apriamo la nostra vita alla speranza e soprattutto, alla Grazia.

    Il sorriso di Dio

    E’ bella questa imposizione “Benedici il popolo”, educa il popolo al bene, a riconoscere quel bene che è presente nella vita, quel bene che diventa volto di Dio. Come dal Libro dei Numeri: “Il Signore faccia risplendere per te il Suo volto”. Il Signore mostri il suo sorriso!!!

    Come dice S Paolo, la pienezza del tempo ci ha mostrato il volto di Dio, la sua grazia. E’ per questo che il Signore sorride nei confronti  dell’umanità, perché sa benissimo che non c’è angolo buio, situazione complicata in cui l’uomo si possa infilare, a cui Lui non si possa fare accanto.

    Questo bambino che  ci è dato, che è per noi, che si accosta alla nostra vita, è il sorriso di Dio.

    Si pone accanto, rispettoso della nostra libertà, possiamo non riconoscerlo, possiamo rifiutarlo, ma è questo che ci fa sorridere. Non possiamo impedirgli di farsi il Dio vicino, l’Emmanuele, il Dio con noi.

    Non possiamo impedirgli di camminarci accanto, di mostrarci il Suo volto. Possiamo non riconoscerlo, rifiutarlo, ma questo è lo stile di Dio: la delicatezza di chi si pone accanto, bussa alla nostra porta, quasi chiedendo “Posso camminare con te?”

    E’ questo il modo con cui anche noi siamo chiamati a riconoscere che, oltre tutte le montagne faticose della nostra vita - problemi,malattie,  scelte che dobbiamo compiere - c’è Qualcuno che ci accompagna nel nostro cammino.

    Custodire e meditare

    Non è vero che la vita ci schiaccia e si chiude su di noi. Anche per noi c’è una terra di speranza.

    E’ quello a cui fin dall’inizio Maria  ha creduto e si è consegnata a questa promessa di speranza.

    “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.”

    Davanti a questa parola di speranza, di fronte a queste persone che vedono il volto e riconoscono  qualcosa di più, Maria si stupisce, si piega sul bambino, protegge, custodisce.

    E’ il senso materno, qualcosa di molto più grande della protezione e della custodia, è riconoscere che c’è qualcosa di straordinario, che fa parte della nostra vita ma non è solo per noi.

    Qualcosa che ci apre gli orizzonti.

    Maria vive così, come se, custodendo la presenza, diventasse capace di aprire lo sguardo, non solo suo ma di tutti, a raccontare la promessa di Dio che ha interpellato la Sua esistenza.

    Maria medita, ripensa ma, soprattutto, trova il senso, si orienta, riconoscendo che Dio è quel filo a cui può aggrappare la suavita, perché le cose acquistino una prospettiva, un significato, un senso.

    Ritroviamo anche noi il senso della nostra vita, impariamo a mettere le nostre cose nella logica di Dio, invece che risolvere tutto con il nostro semplice sguardo.

    Domandiamoci se è vero che il nostro modo di vedere le cose è quello più giusto, l’unico possibile, continuando a misurare gli avvenimenti solo su noi stessi, sulle nostre forze, sulla nostra prospettiva e capacità.

    Lo stile di Maria

    Maria mette “i panni della sua vita” al sole di Dio, fidandosi ciecamente di lui, aggrappandosi a Lui.

    Maria custodisce e medita: non solo ripensa semplicemente alle cose, ma espone  la propria vita per dire che Lui è  quel sorriso splendente nei confronti della nostra vita, è Colui che per primo è pronto, di fronte a tutte le montagne che dobbiamo attraversare e scalare, a darci la sua benedizione, perché anche la nostra vita possa trovare il suo senso e possiamo scoprire che Lui è Colui che ci accompagna sempre.

    Celebriamo questo, un augurio che nasce dalla liturgia:“Che tu possa vedere sempre il sorriso di Dio e trasmetterlo a mondo!”

     

    Preghiera

    Vorrei nel mio volto...
    uno sguardo limpido e dolce
    che trasmetta serenità e pace,
    gioia di incontrare i fratelli
    con sentimenti di tenerezza,
    ...il voltodiDio;
    un bel sorriso umano
    che esprima gioia di vivere,
    enorme allegria,
    amore verso tutti,
    ...il voltodi Gesù;
    la mitezza del suo essere
    espressa con gesti generosi,
    cantare e ballare insieme a lui
    perché mi sento amato.
    Il tuo volto, Gesù,
    vorrei fosse il mio.

    Amen

    Don Gianni